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Student Review

Il Nichilismo oggi. Uno sguardo sul saggio “L’ospite inquietante” di Umberto Galimberti e oltre
L’immagine, di proprietà dell’editore, è qui utilizzata solo ai fini previsti di trattazione del testo e d’incentivare la conoscenza e la diffusione dell’opera.

Recensione di Davide Orlandi, Universidad de Granada.

ORCID ID: 0009-0007-2102-625X

E-mail: orlandi.dav@tiscali.it

doi: 10.14672/VDS20242RR1

(https://doi.org/10.14672/VDS20242RR1)

Titolo della recensione: Il Nichilismo oggi. Uno sguardo sul saggio “L’ospite inquietante” di Umberto Galimberti e oltre

Titolo del saggio: L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani.

Editore: Feltrinelli, Milano 2008

Dio è morto […] e noi lo abbiamo ucciso! […] non ci fu mai un’azione più grande. Tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione ad una storia più alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi.
Nietzsche, La gaia scienza
Se l’uomo è un essere volto alla costruzione di senso, nel deserto dell’insensatezza che l’atmosfera nichilista del nostro tempo diffonde, il disagio non è più psicologico ma culturale. E allora è sulla cultura collettiva e non sulla sofferenza individuale che bisogna agire […] I nostri giovani non si interrogano più sul senso della sofferenza propria o altrui, come l’umanità ha sempre fatto, ma sul significato stesso della loro esistenza che non appare loro priva di senso perché costellata dalla sofferenza, ma al contrario appare insopportabile perché priva di senso.
Umberto Galimberti, L’ospite inquietante

Tra la prima e la seconda citazione vi è racchiusa tutta la storia e l’evoluzione del pensiero del ventesimo secolo.

I giovani della mia generazione non provano né la tensione tipicamente leopardiana verso la ricerca di senso né la convinzione di Nietzsche di un’umanità resa più grande, in seguito all’accettazione della tragicità del vivere. Quello che emerge, pertanto, è un diffuso senso di vuoto e assenza di speranza nei confronti del futuro.

Tale evoluzione attuale della percezione della vita può esser ben spiegata attraverso un’analisi approfondita del saggio del filosofo Umberto Galimberti, riassunta in tre concetti fondamentali.

L’evoluzione del pensiero filosofico occidentale

Solo verso la fine dell’Ottocento furono messe in crisi tutte le certezze, e le istituzioni religiose e morali create dall’uomo nei secoli precedenti.

L’uomo scopre di essere inorganico, incompiuto, molteplice e scopre la falsità delle certezze che erano state edificate con il fine di controllare e dominare il caos dell’esistenza.

Proprio in Nietzsche tale consapevolezza porta alla rottura con la tradizione e con la messa in discussione della struttura intera della cultura occidentale, fino a teorizzare il Nichilismo, ovvero la perdita di valore di ogni valore supremo.

In contrasto sia con l’Idealismo sia con il Positivismo il filosofo di Röcken esalta la civiltà presocratica per il suo senso tragico che è l’accettazione della vita così come è.

Immagine emblematica di questo “sì totale al mondo” è Dioniso, forza istintiva, simbolo di un’umanità in perfetto accordo con la natura.

Nei secoli successivi, con le costruzioni della metafisica e della religione, l’uomo ha maturato sempre di più la pretesa di dominare la vita attraverso la ragione.

Tutto ciò ha prodotto la decadenza della cultura occidentale che culmina con la “morte di Dio”, quale eliminazione di tutti i valori prodotti dall’umanità. Ciò che resta a questo punto all’uomo, ritrovatosi nel “Nulla”, è il mondo e l’accettazione di sé stesso e della sua tragicità dell’esistenza; solo così, infatti, può possedere quell’ ‘amor fati’ che lo concilia gioiosamente al reale, accettando come necessario l’eterno ritorno della vita e facendo fronte alla svalutazione di tutti i valori.

A distanza di un secolo, però, l’uomo nuovo non è stato in grado di crearsi nuovi valori partendo da sé né è stato in grado di accettare la concezione circolare del tempo, in cui ogni attimo è ritenuto di fondamentale importanza in quanto ripetibile.

La libera creazione di senso, al contrario, ha ceduto il posto all’indifferenza o all’insensatezza. 

L’affermazione della tecnica

All’evoluzione del pensiero in questa direzione nichilista si aggiunge l’affermazione della Tecnica, data dall’evoluzione stessa delle conoscenze scientifiche.

La Tecnica porta ad una totale trasformazione del mondo, obbligando l’uomo ad adattarsi ai suoi ritmi e cambiamenti.

La Tecnica non ha uno scopo né un fine, funziona e basta, travolgendo con crescente rapidità tutte le distinzioni di cultura e valori che caratterizzavano l’uomo pretecnologico.

Il primato del mercato e delle sue leggi

L’innovazione della tecnica e la capacità di produzione e commercializzazione a livello planetario hanno portato ad un rapido cambiamento sociale, il tutto collegato allo sviluppo di un capitalismo industriale.

Ogni forma di etica è stata, infatti, soppiantata dalle leggi dell’economia di mercato imposte negli ultimi tempi. Il denaro è il cosiddetto “unico generatore simbolico” di una società dove produzione e consumo sono le facce di una stessa medaglia, che non produce alcuna felicità.

Si producono merci, infatti, per soddisfare determinati bisogni, ma si producono anche altrettanti bisogni per garantire la continua produzione delle merci che assicurano denaro. Si conferma così il carattere nichilista della nostra cultura economica, che eleva il non essere di tutte le cose a condizione di esistenza.

Soprattutto i giovani sono le vittime di questo processo, i quali ricercano la propria identità nelle cose che possiedono e che sono continuamente a disposizione di cose prima ancora che in loro sorga l’emozione desiderante, facendo sì che ogni cosa è consumata con totale indifferenza e in maniera individualistica. Tale atteggiamento di indifferenza e consumo di merci pervade più in generale il consumo dei divertimenti e di tutti gli aspetti della vita.

Il malessere dei giovani

(futuro come promessa > futuro come minaccia)

Il riferimento non è al dolore o al pianto, ma all’impotenza, alla disgregazione e alla mancanza di senso, che fanno della crisi attuale qualcosa di diverso dalle altre a cui l’Occidente ha saputo adattarsi, perché si tratta di una crisi dei fondamenti stessi della nostra civiltà (Umberto Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani).

I fattori di cambiamento culturale e materiale appena descritti hanno portato nei nostri giorni ad una crisi profonda, perché ciò che è stato scardinato è la percezione del futuro come promessa, la convinzione, cioè, che la storia dell’uomo sia una storia di progresso e di salvezza.

L’Occidente, una volta abbandonato il pessimismo degli antichi greci, che nell’ottica di Nietzsche “sono stati gli unici ad avere avuto la forza di guardare in faccia il dolore”, si è consegnato all’ottimismo della tradizione giudaico-cristiana che, sia nelle forme della religione sia nelle forme laicizzate della scienza, utopia e rivoluzione, guardava il passato come male, il presente come redenzione e il futuro o progresso (scientifico o sociologico) come salvezza.

La morte di Dio, infatti, non ha lasciato solo orfani, ma anche eredi, quali la scienza, l’utopia e la rivoluzione che assicuravano un domani luminoso e felice grazie ai progressi della scienza.

Sul versante sociologico Marx, per esempio, analizza le contraddizioni del sistema capitalistico in vista di una radicale trasformazione del mondo, mentre sul versante psicologico Freud ipotizzava un prosciugamento delle forze inconsce non controllate dall’Io, perché “dov’era l’Es deve subentrare l’Io. Questa è l’opera della civiltà”[1].

Questa visione ottimistica, però, è crollata; Dio è davvero morto e i suoi eredi (scienza, utopia e rivoluzione) non hanno mantenuto la promessa.

Inquinamenti di ogni tipo, disuguaglianze sociali, esplosioni di violenze, forme di intolleranza, guerre ed altrettanti disastri economico-sociali, fanno precipitare il futuro dall’estrema positività all’estrema negatività.

E questo perché se è vero che la tecno-scienza è progredita nella conoscenza del reale, getta allo stesso tempo in una forma di ignoranza che è quella che rende incapaci i nostri giovani di far fronte a problemi esistenziali; gli stessi, d’altra parte, che Nietzsche affermava di accettare come “amor fati”, senza nascondersi dietro alle false illusioni delle religioni, costruendo il senso della propria esistenza nel contatto con la vita terrena e i suoi valori.

Presa di coscienza

Una delle prime reazioni di fronte a tali problemi che inquietano l’uomo e che ruotano paurosamente attorno all’assenza di senso potrebbe essere la mera presa di coscienza, priva di una qualche prospettiva di cambiamento.

Senza più ancore a cui aggrapparsi, religiose, metafisiche o trascendentali che siano, l’uomo ormai si sente perso di fronte al “Nulla” dilagante e ogni sua azione propositiva appare assurda, senza senso e quasi inutile.

Proprio questa metafisica angoscia, senso di sradicamento, assenza di progetti per il futuro e inazione erano le tematiche su cui si incentravano le opere teatrali scritte dal celebre drammaturgo Samuel Beckett.

Il suo teatro, infatti, può essere considerato come un esempio tangibile di un tipo di reazione “apatica” di fronte ad una drammatica situazione, tipica di chi, seppur consapevole di quanto sta accadendo, aspetta un avvenimento che appare imminente, non facendo assolutamente niente affinché questo si realizzi.

Questo è l’atteggiamento dei due protagonisti, Vladimir e Estragon, di Waiting for Godot (1954).

I due barboni, infatti, si limitano ad aspettare sulla panchina invece di avviarsi incontro a Godot, il misterioso personaggio tanto atteso, ma che mai si presenta all’appuntamento.

L’opera è stata considerata come il punto di inizio dell’absurd drama, in quanto, divisa in due atti, presenta una trama ridotta all’essenziale, costituita solo dall’evoluzione di micro-eventi.

Non ha personaggi intesi nel senso tradizionale, aventi cioè una personalità caratteristica; non presenta dialoghi, ma solo una serie di discorsi sconnessi e superficiali, inerenti ad argomenti futili e banali, da cui emerge il nonsenso della vita umana. Non c’è sviluppo nel tempo, poiché non sembra esistere possibilità di cambiamento.

Beckett, del resto, non voleva proporre alcuna soluzione, egli, così come molti altri esponenti del famoso theatre of absurd, era convinto che analizzando il problema si rischiava solo di semplificarlo, bloccandole la comprensione finale della verità (when you try to systemize, you simplify and stop understanding the truth).

Così il fine delle sue opere era semplicemente quello di riportare concretamente sul palcoscenico l’assurdità della condizione degli uomini, incapaci di comunicare e capirsi tra loro (lack of communication). Riprendendo come esempio il già citato Waiting for Godot, i due personaggi, pervasi da un profondo individualismo, seguivano solo i loro pensieri ed erano perfettamente consapevoli che le parole da loro emesse altro non erano che dei modi per riempire l’infinita attesa.

Il pessimismo di Beckett era intensificato, inoltre, dalla convinzione di tempo come costituito da una serie di eventi che si succedevano senza senso “time essentially is chaos”.

L’evasione giovanile

Molti ancora non sanno distinguere nel riso di un giovane, lo spunto della gioia o la smorfia della tragedia imminente. (Umberto Galimberti, L’ospite inquietante).

La mancanza di un futuro come promessa induce, oltre all’arresto del desiderio dei giovani all’assoluto presente, senza più progetti, in quell’ottica del “meglio star bene e gratificarsi oggi se tanto il domani è senza prospettiva”, a quattro esiti ben diversi tra loro, ma tutti originati da questo clima nichilista di cui è pervasa la società attuale.

In primo luogo, il rischio di indurre gli adolescenti a studiare con motivazioni utilitaristiche, impostando un tipo di educazione finalizzata esclusivamente alla sopravvivenza, dove è implicito che “ci si salva da soli”. Poi, il disinteresse per tutto, attraverso l’ignavia e la non partecipazione che portano agli atteggiamenti opachi dell’indifferenza.

In terzo luogo, lo stordimento dell’apparato emotivo, attraverso quelle pratiche rituali che sono le notti in discoteca o i percorsi della droga.

Se il sogno diurno rivela l’incapacità di affrontare il reale, i sogni promossi dalla droga o dall’alcool non fanno fatica ad essere accolti da chi, come i giovani d’oggi, si ritrova a dover inventare un’altra società in cui poter continuare in qualche modo ad esistere e non a sopravvivere.

L’uso e abuso di sostanze stupefacenti, infatti, fa sia cessare il senso di vuoto di fronte al “Nulla”, facendo da “anestesia” delle emozioni più angoscianti sia ricercare quell’euforia in grado di mascherare la depressione.

Infine, il gesto estremo, con il quale porre fine ad una vita che senza più incanti non ha più voglia di vivere.

Verso un tentativo di soluzione

Pensare significa oltrepassare. Certo, finora oltrepassare non è stato troppo acuto nel cercarsi il proprio pensiero. O, se questo è stato trovato, c’erano occhi troppo malmessi […] infatti l’immenso giacimento utopico del mondo è esplicitamente quasi privo di rischiaramento. […] e allora la filosofia avrà coscienza del domani e prenderà partito per il futuro (Ernst Bloch, Il principio speranza).

Di fronte al deserto di insensatezza che l’atmosfera nichilista del nostro tempo diffonde è comunque possibile scorgere una via d’uscita.

Rimedio importante non è tanto l’uso assai diffuso di cure farmacologiche o psicoterapiche, che curano le sofferenze che originano nel singolo individuo, quanto la pratica della filosofia.

Quest’ultima, proprio come afferma Lucio Anneo Seneca, «non è un’arte popolare o fatta per essere ostentata; consiste non in parole, ma in fatti. E non la si usa per trascorrere piacevolmente le giornate o per scacciare la nausea che viene dall’ozio: forma e plasma l’animo, regola la vita, governa le azioni, siede al timone e dirige il corso in mezzo ai pericoli del mare in tempesta»[2].

Dal filosofo stoico e dalle sue Epistulae ad Lucilium impariamo, dunque, che la filosofia è importante in quanto cura soprattutto la salute dell’anima, poi quella del corpo, dal momento che se l’anima sta male anche il corpo sta male.

Questo lo aveva capito già nel I secolo a.C. Tito Lucrezio Caro, il quale scrivendo il De Rerum Natura si propose di diffondere l’esposizione della filosofia epicurea, sicuro che questa sola fosse in grado di assicurare agli uomini la soluzione dei loro problemi esistenziali. Si tratta di un vero e proprio poema in esametri con fini didascalici; scopo del poeta vate è, infatti, la lotta della ragione contro le tenebre dell’ignoranza per far prevalere la luce rasserenante della verità.

Pur trovandoci in un contesto storico-culturale completamente diverso da quello di Lucrezio, la sua riflessione è a mio parere profondamente attuale.

Infatti, se un ragazzo della nuova generazione leggesse l’opera riscontrerebbe in diversi passi delle somiglianze tra gli atteggiamenti della negativa e desolata condizione umana ai tempi dei romani e la propria, attuale condizione di incertezza, precarietà, dolore e vulnerabilità.

Non solo, ma proprio dalla lettura del poema si potrebbe evincere che è possibile far fronte ad una situazione esistenziale dolorosa e difficile, quale quella della società moderna. Lucrezio, infatti, afferma con accenti di profonda convinzione che è possibile per l’uomo, purché aderisca alla verità e alla sapienza epicurea, affrontare le problematiche esistenziali, sconfiggendo la sofferenza e raggiungendo la felicità.

Prospetto di una soluzione non tecnologica

Ciò che il Nichilismo vuole è lo spaesamento. Per questo non serve a niente metterlo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa. Ciò che occorre è accorgersi di quest’ospite e guardarlo bene in faccia (Martin Heidegger, La questione dell’essere).

Anche oggi si può cercare quella forza d’animo che permette di oltrepassare il nichilismo, forza d’animo che si chiama “resilienza”. Proprio di resilienza hanno bisogno i giovani soprattutto oggi, perché non sono più sostenuti da una tradizione, perché si sono rotte le tavole dove erano incise le leggi della morale, perché si è smarrito il senso dell’esistenza e si è fatta assai incerta la sua direzione.

Il rischio che corrono i giovani, dunque, quando evitano le soluzioni estreme, è quello di vivere senza sentimento, nobiltà, tra “una vogliuzza per il giorno, una vogliuzza per la notte, fermo restando la salute” come afferma Nietzsche[3].

Passioncelle generiche che sfiorano le loro anime assopite, ma non le risvegliano.

Bisogna, invece, avere il coraggio di guardare bene in faccia la realtà ed accettarla, di

“reggere” la morte di Dio e la perdita delle certezze assolute.

Queste erano le peculiarità proprie dell’Oltreuomo (Ubermensch) di Nietzsche, un tipo di uomo che si colloca al di là di ogni tipo antropologico dato, il quale, facendo propria la prospettiva dell’eterno ritorno e ponendosi come volontà di potenza, capace cioè di creare nuovi valori partendo da sé, procede oltre il nichilismo e si staglia nella prospettiva del futuro.

Questo è quello che dovrebbero fare i giovani per affrontare la crisi attuale, prendendo a modello proprio l’Oltreuomo nietzschiano, dandogli per di più una nuova accezione. Non bisognerebbe considerare, infatti, il carattere elitario di tale concetto filosofico così come era stato pensato dal filosofo tedesco, in quanto il superuomo rimanda non ad un possibile modo di essere di tutti, ma ad un possibile modo di essere di pochi. Ecco che eliminato tale aspetto, si tratterebbe di un tipo di Oltreuomo “collettivo”, portatore di valori quali solidarietà, relazione, comunicazione, aiuto reciproco, che possono temprare il carattere asociale sempre più diffuso nella nostra cultura.

I giovani, infatti, anche se non lo confesseranno, attendono qualcosa o qualcuno che li traghetti, perché il mare che attraversano si è fatto minaccioso, anche quando il loro aspetto è trasognato.

C’è bisogno a mio parere di rinsaldare i legami emotivi, sentimentali e soprattutto sociali. Se infatti, abbiamo constatato negli ultimi anni che le conquiste tecnologiche e della scienza non hanno assicurato la pace, il dominio sulla natura e quanto altro avevano promesso, è necessario, dunque, lasciar perdere quelle ingannevoli opinioni sull’ottimismo dati da un progresso scientifico e tecnologico e cercare una forma di superamento del nichilismo, in nome di un progresso più civile e morale.

Con ciò intendo dire che bisognerebbe indurre i giovani alla solidarietà, fraternità, alla costruzione di quella social catena che Leopardi nella Ginestra o Fiore del deserto (1836) aveva teorizzato come unica soluzione nei confronti di una natura maligna, vera e propria responsabile delle sofferenze degli uomini.

Trasportando questo stesso concetto di social catena nella realtà attuale, infatti, in cui il nemico non è più la Natura, ma quest’ospite “inquietante” che ha infiacchito l’animo dei giovani, si potrebbe superare questo dilaniante senso di smarrimento, facendo nascere il “vero amor” tra gli uomini e sentimenti come la “pietà” e la “dignità” che dovrebbe essere propria dell’uomo, nonché del giovane, dinanzi alla forza di quest’ospite che lo schiaccia.

In fondo, non è vero che ci si salva da soli.

Bibliografia

Beckett, Samuel. Waiting for Godot. A Tragicomedy in Two Acts. London: Faber & Faber, 2015.

Bloch, Ernst. Il principio speranza. Milano: Garzanti, 2005.

Freud Sigmund. Introduzione alla Psicoanalisi. Nuove lezioni. Torino: Bollati Boringhieri, 2010.

Galimberti Umberto, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani. Milano: Feltrinelli, 2008.

Heidegger, Martin, La storia dell’essere. Volume 7 i temi del pensiero. Autori classici.  Milano: Marinotti, 2012.

Nietzsche, Friedrich, La gaia scienza, Milano: Adelphi, 1977.

Seneca, Lucio Anneo. Lettere morali a Lucilio, Milano: Mondadori, 2018.


[1]Freud, Sigmund. Introduzione alla Psicoanalisi. Nuove lezioni. Torino: Bollati Boringhieri, 2010.

[2]Seneca, Lucio Anneo. Lettere a Lucilio, XVI, 1-3. Boella Umberto, cur. Torino: UTET, 1983, 109-111.

[3]Nietzsche, Friedrich. Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, in Opere, Milano: Adelphi, 1966, 12, citato in  Galimberti, Umberto. La casa di psiche. Dalla psicoanalisi alla pratica filosofica, Milano: Feltrinelli, 2008, 374.

Recensione (Stefania Lombardi) a “Profughi: Vittime – Nemici – Eroi. Sull’immaginario politico dello straniero”, di Heidrun Friese
L’immagine, di proprietà dell’editore, è qui utilizzata solo ai fini previsti di trattazione del testo e d’incentivare la conoscenza e la diffusione dell’opera.

Recensione di Stefania Lombardi, Università europea di Roma.

E-mail: stefania.lombardi@cnr.it

doi: 10.14672/VDS20242RE6

(https://doi.org/10.14672/VDS20242RE6)

Titolo: Profughi: Vittime – Nemici – Eroi. Sull’immaginario politico dello straniero

Autrice: Heidrun Friese

Formato: 13.97 x 0.81 x 21.59 cm, p. 140

Editore: goWare, Firenze 2023

Nota introduttiva: quella che segue non è propriamente una recensione con parti di dialogo ragionato sull’opera. Si tratta, più che altro, di consigli di lettura riguardo pubblicazioni molto particolari che, tra i vari spunti che possono offrire, si configurano anche come esempi dei temi dell’attuale bando della rivista che s’interroga fra riconoscimento e misconoscimento.

Nemico, vittima, eroe’: ecco le figure dell’immaginario sociale, immagini disegnate da persone mobili. Rappresentazioni che parlano di ostilità, di minaccia, di aggressione ma anche di compassione e di solidarietà verso gli esclusi e gli oppressi. Insieme, creano la cornice per poter attribuire significati e orientamento.

Inizia così, con le parole qui sopra riportate, il saggio di Freise, già citato in uno degli articoli della presente rivista, e che pone l’accento sull’immaginario che abbiamo e/o abbiamo costruito riguardo l’altro, lo straniero. Un’immagine che contrappone sempre un noi e un loro, indipendentemente dal fatto che lo straniero sia percepito come invasore o come vittima.

Non c’è un riconoscimento dell’identità dell’altro se lo vediamo attraverso le lenti del nostro immaginario e non per quello che realmente è.

Troppe volte abbiamo sentito parlare di nostra cultura, nostri valori e nostro benessere in contrapposizione a loro, loro che non sono noi, non hanno il nostro spazio, le nostre protezioni.

Questo saggio indaga queste storture del nostro immaginario partendo da un’immagine tragica che ha fatto il giro del mondo suscitando diverse emozioni.

Ci s’interroga riguardo la responsabilità della politica nella costruzione di questo nostro immaginario che non pone l’altro da noi allo stesso livello di umanità. Persino gli spazi diventano spazi entro cui esercitare la propria umanità dove nulla è garantito al di fuori di tali confini: l’umanità sparisce e le coscienze si tranquillizzano non percependo più le responsabilità. Tutte le società creano stranieri secondo le proprie modalità, come, più volte, ha asserito Bauman. Queste sono creazioni volte al misconoscimento dell’altro fino all’estremo del suo annullamento come esseri umani e, persino, nell’ottica della stessa esistenza. La protezione di uno spazio della politica diventa anche escludente fra noi e loro. Cercare di fuggire da una situazione critica da quello spazio che dovrebbe proteggere rischia di creare misconoscimenti nell’altro spazio che si vorrebbe raggiungere e che non garantisce protezione per tutti gli esseri umani, distinguendo sempre tra un noi e un loro.

L’idea principale del saggio è proprio questo misconoscimento che parte dal nostro immaginario, a vari livelli. E su vari livelli si dovrà intervenire per indagare queste pratiche di misconoscimento e attuare il dovuto riconoscimento.

Il saggio dialoga costantemente con la letteratura esistente sull’argomento provando a indicare qualche via per passare dal misconoscimento al riconoscimento.

Non più nemico, vittima, eroe, semplicemente umano.