Invited paper 4
Diritti in capo agli autori

Marco Masoni, insegnante, storico del pop e del rock, scrittore
E-mail: specchiopposti@virgilio.it
(https://levocidisophia.it/2025/12/10/cuore-di-pace-120-anni-di-canzoni-contro-la-guerra/)
(https://doi.org/10.14672/VDS20256IP24)
First online: 26/12/2025
Qui il sesto numero della rivista.
Abstractus (en)
This study examines 120 years of anti-war songs as a transnational corpus of cultural texts that articulate resistance to armed conflict. Employing a mixed methodology that integrates archival inquiry, discourse analysis, and formal musical-textual analysis, the research investigates approximately 185 compositions produced in Italy, in the Anglophone world, and within the oeuvre of Pink Floyd and Roger Waters. The primary aim is to demonstrate that anti-war songs constitute a historically persistent discursive formation that challenges hegemonic narratives on violence, security, and national identity. In dialogue with existing scholarship—often encyclopedic, genre-bound or centred on isolated case studies—this work offers a systematic, diachronic, and cross-genre anthology that foregrounds both canonical and marginalised voices. The book’s original contribution lies in mapping the evolution of anti-war musical discourse across a century, tracing its thematic shifts, rhetorical strategies, and sociocultural functions, while highlighting underexplored repertoires and neglected artists. The findings suggest that anti-war songs operate as vectors of cultural memory and ethical imagination, possessing the potential to influence individual worldviews and collective attitudes toward violence. The study concludes that, in the current context marked by renewed militarisation and informational distortion, artistic production explicitly oriented toward peace remains an indispensable form of cultural intervention.
Keywords: Anti-war discourse, Popular music analysis, Cultural memory, Resistance aesthetics, Peace studies
Abstractus (it)
Il volume analizza 120 anni di canzoni contro la guerra come corpus transnazionale di testi culturali che esprimono forme di resistenza ai conflitti armati. Mediante una metodologia mista che combina ricerca d’archivio, analisi del discorso e analisi formale testuale-musicale, lo studio esamina circa 185 composizioni provenienti dall’Italia, dal mondo anglosassone e dal repertorio dei Pink Floyd e di Roger Waters. L’obiettivo è dimostrare che le canzoni contro la guerra costituiscono una formazione discorsiva storicamente persistente capace di interrogare e destabilizzare le narrazioni egemoniche sulla violenza, la sicurezza e l’identità nazionale. Rispetto alla letteratura esistente — spesso enciclopedica, settoriale o centrata su singoli casi — questa ricerca propone un’antologia sistematica, diacronica e trasversale ai generi, valorizzando tanto le opere canoniche quanto quelle marginalizzate. Il contributo originale consiste nella ricostruzione dell’evoluzione del discorso musicale contro la guerra, mettendo in luce mutamenti tematici, strategie retoriche e funzioni socioculturali, oltre a repertori e artisti raramente studiati. I risultati suggeriscono che le canzoni contro la guerra agiscono come vettori di memoria culturale e di immaginazione etica, influenzando potenzialmente visioni del mondo e atteggiamenti collettivi verso la violenza. Lo studio conclude sottolineando che, nell’attuale scenario caratterizzato da impennata delle spese negli armamenti e distorsione informativa, la produzione artistica orientata alla pace rappresenta una forma imprescindibile di intervento culturale.
Keyword: Discorso contro la guerra, Analisi della musica popolare, Memoria culturale, Estetiche della resistenza Studi per la pace
Un libro di canzoni scritte nel corso del tempo contro la più terribile e duratura delle invenzioni umane: la guerra. Mi sembrava che questo tipo di volume, in questi anni stracolmi di guerre invasioni difese attacchi stermini genocidi e di (le cose vanno schifosamente a braccetto) menzogne propaganda rovesciamenti della realtà, mancasse.
Uno dei libri che ho scritto è su Franco Battiato e anni fa – non stavo ancora minimamente pensando a scrivere un tomo su di lui – mi impressionò una frase che disse a Gianni Minà. Una frase tranchant che l’artista pronunciò durante una lunga intervista televisiva nel 1997: Per non uccidere un uomo farei andare uno Stato in miseria. Qualcuno starà rabbrividendo…, replicò il giornalista. E rabbrividisca pure.”controbatté l’artista un po’ stizzito.
È terribile quando un assassino si nasconde dietro a dei doveri superiori tipo la ragion di stato, la protezione dei confini eccetera, sono sempre degli assassini. Non si può ammazzare una persona, per nessun motivo.
Non si può ammazzare una persona per nessun motivo. Ecco la chiave. Ecco il titolo. Se tutti la pensassero così e applicassero il concetto nella vita di tutti i giorni il pianeta terra respirerebbe sereno. Ho intitolato il libro Per non ammazzare un uomo – antologia di canzoni contro la guerra dall’Italia, dall’estero e dai Pink Floyd (Aurea Nox ed., 2026), dopo leggerete il perché del sottotitolo.
Ogni volta che scrivo un libro la primissima, martellante domanda che mi arriva in testa è: ce n’è bisogno? Viviamo in un’epoca in cui – è una battuta solo fino a un certo punto – ci sono più scrittori che lettori, a causa di una crisi multiforme: la cultura di massa storicamente intesa (comprare libri o dischi, andare al cinema et similia) è da anni in drammatica crisi nelle giovani generazioni a causa nell’ultimo decennio di un repentino cambio di modus vivendi e di minor presa degli affaticatissimi insegnanti sugli studenti; le famiglie hanno sempre meno potere d’acquisto, ovvero meno soldi e quei pochi che hanno sono dedicati alle spese casalinghe e di primissima necessità. Insomma, comprare un libro arricchisce l’anima, ma primum pagare bollettem, ed è un concetto che non mi sento di biasimare.
Nonostante la grossa crisi e la apparentemente inarrestabile decadenza politica e culturale – o forse proprio per questo – ho sentito l’urgenza di raccontare canzoni dischi e artisti che non solo hanno piegato la loro arte al servizio della ricerca della pace o comunque parlandone per un po’, ma che in alcuni casi, per scelte sia di vita che artistiche, a volte sono stati emarginati dai mezzi di comunicazione e dai ‘grandi giri’, o hanno subito processi. Tutto questo per una canzone.
Perché una canzone può cambiare la vita delle persone, in questo credo fortemente. Music can change the world. Non è un’utopia fricchettona, signori, proprio non lo è. È una questione prima emotiva poi cerebrale, poi sociale, poi antropologica. Se una canzone influenza il pensiero di qualcuno, questo qualcuno comincerà a comportarsi diversamente, e poiché viviamo non isolati ma immersi in una società… quel qualcuno che si comporta diversamente verrà notato, gli chiederanno perché ha cominciato a pensare e dire certe cose, magari influenzerà qualcun altro e lentamente il mondo cambia. La storia del mondo è piena di esempi del genere, sia positivi che negativi.
Questa urgenza di raccontare in qualche modo la storia della canzone contro la guerra è nata anche come reazione a un silenzio attuale degli artisti, un silenzio che è non solo fortemente imbarazzante per il ruolo che chi è in mezzo alla cultura dovrebbe ricoprire, ma doloroso, molto doloroso. Sento addosso la tristezza di vivere in un’epoca in cui i cantanti (gli attori gli scrittori ecc.) che dicono una parola CHIARA contro la guerra si contano sulle dita di due mani. I miei genitori hanno avuto come artisti contemporanei, con cui potevano farsi un’opinione e magari anche dissentire nomi enormi del pop, del rock, del prog, del metal, del folk e di altri generi. Noi, contemporanei di questa decadenza, non abbiamo quasi nessuno tra le voci ascoltate da giovani e meno giovani che faccia sentire la sua voce o non si trinceri dopo una flebile uscita contro le guerre dietro dei distinguo che spesso sono da facepalm. Tra i cantanti italiani negli ultimi anni si sono esposti per fare qualche esempio Enrico Ruggeri, Aida Satta Flores, Vincenzo Incenzo. Troppo poco. Magari molti tra quelli che leggeranno questo articolo non hanno neanche sentito parlare degli ultimi due (bravissimi) artisti.
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Tendenzialmente e semplificando ci sono da sempre due posizioni antitetiche nei confronti dell’uso delle armi e dei conflitti. Primo: la guerra fa schifo. La guerra è orrenda. La guerra è sbagliata. La guerra è dolorosa. La guerra va fermata. Secondo: i conflitti sono inevitabili. Homo homini lupus. Le guerre si fanno perché c’è qualcuno che vuole e deve difendersi. Eccetera.
Dov’è la verità? Per quanto provi a essere equidistante e oggettivo non posso non tendere verso l’utopia, verso la necessità del genere umano di smetterla con le uccisioni e con le violenze. Necessità perché sopravviva, certo, ma anche perché diventi pienamente sé stesso. Il genere umano è in potenza – quindi può diventare – molto più di quello che mediamente è stato espresso nei millenni dalla sua comparsa sulla terra. Quella che con una sintesi metaforica efficace viene chiamata la catena dell’odio andrebbe veramente spezzata, qualcuno deve cominciare a dire basta, a non rispondere al male col male, a cambiare atteggiamento e quindi vita, contagiando nel miglioramento e nell’accettazione gli individui e quindi anche la natura che abbiamo intorno a noi, vittima muta delle violenze umane.
Sono stati scritti centinaia di volumi nel corso dei millenni sull’argomento guerra, sui conflitti, sul tentare di spiegare e descrivere perché esistono, sulla difficoltà dei popoli di rimanere in pace col vicino per un lungo periodo di tempo. Quindi – la cosa è consequenziale e veniamo al libro – essendo la musica parte importante della vita degli uomini, sono state scritte molte centinaia di canzoni contro la guerra, canzoni di critica, canzoni arrabbiate, di denuncia, descrittive, dolenti, di speranza.
Questo libro che ho scritto è quindi un piccolo contributo antologico all’interno della storia del rock e del pop (fenomeno culturale e sociale giovanissimo, che non ha ancora compiuto cento anni di vita) e della critica musicale delle composizioni extracolte (cioè tutto quanto non è musica classica o operistica).
Oltre a possedere svariate migliaia di dischi su vinile o cd, sono per certi versi da sempre un archivista musicale, conservo da decenni ritagli di quotidiani e riviste di settore che parlano di un artista o di un disco o di una tematica che reputo per me interessante; quindi, è inevitabile essermi imbattuto tante volte in brani scritti come reazione a conflitti specifici o contro la guerra in genere, testi descrittivi o critici, cronachistici o ideali, fantasiosi o crudi. Il vero problema, dopo una lunga ricerca, è stato scegliere chi e cosa lasciare fuori, sia perché qualcosa sarebbe comunque restato fuori, sia perché questo libro non ha un intento enciclopedico ma antologico.
Vado a esporre le diverse sezioni del libro, scegliendo una canzone per ognuna, sperando che il lettore venga incuriosito e spinto a cercare il libro.
La divisione in tre settori (anzi quattro, come vedremo) del sottotitolo dall’Italia, dall’estero e dai Pink Floyd, è autoesplicativa, ma va in ogni modo spiegata. Nella suddivisione tra Italia e estero ho inizialmente cercato di essere equilibrato, puntando inizialmente e idealmente a 150 canzoni totali da affrontare, una settantina per sezione. Dopo poco è emerso prepotente la Pink Floyd quest, come ho intitolato l’introduzione alla sezione che li riguarda: il leader e principale autore dei testi della band, Roger Waters, ha scritto sia per motivi ideali che personali nel corso degli ultimi cinquant’anni una marea di brani sull’argomento guerra, oltretutto molti di grande successo. Le sezioni dovevano essere tre, e ai soli Floyd (comprese le carriere soliste di Gilmour e soprattutto Waters) sono dedicate analisi di circa trentacinque brani. Non ho analizzato solo brani famosi da The Wall e The Dark Side Of The Moon, il lettore non strettamente floydiano troverà certamente delle sorprese, tipo la suite A Saucerful Of Secrets o canzoni splendide ma poco conosciute dai repertori solisti, come la per me straziante Deja Vu che descrivo di seguito come esempio. Il disco da cui è tratto il brano fu mirabilmente riassunto da recensioni perfette, come quella di Consequence Of Sound che quando uscì l’album nel 2017 scrisse: “un distillato dei messaggi antifascista, anti imperalista e anti-avidità che Waters divulga dai tempi dei Pink Floyd”. Il brano, Deja Vu, è una ballata acustica veramente intensa, col testo strettamente collegato a effetti sonori e a bei fraseggi orchestrali. Ecco, il testo. Molte strofe iniziano come un vecchio brano di Giorgio Gaber lungo 14 minuti e da pugno nello stomaco, Io se fossi Dio. Waters si immagina nei panni dell’Onnipotente in modo piuttosto ironico: avrebbe fatto in modo di rendere meno soggetto il viso all’invecchiamento, avrebbe fatto più figli e non avrebbe permesso che i Romani ne ammazzassero uno eccetera. L’emozione arriva, potente, nella strofa successiva. L’artista si immagina come sarebbe non più al posto di Dio ma se fosse un drone, il protagonista principale di queste assurde guerre che in questi anni vediamo e viviamo impotenti e incazzati davanti allo schermo di un televisore di un telefono o di un computer. Waters, se fosse un drone, avrebbe paura di trovare qualcuno nella casa dove si sta dirigendo, magari una donna ai fornelli che cuoce il pane, prepara il riso, o solo che bolle qualche osso. Due frasi e Waters descrive colpendoti dentro l’assurdità disumana delle guerre, in cui le vittime sono troppo spesso civili non solo innocenti ma ignari e spesso poveri. L’artista qua raggiunge vette artistiche davvero alte. E il groppo alla gola, a meno di non essere dei distaccati carnefici, non può non salire quando insieme alle coriste il bassista intona And it feels like déjà vu, tutto ritorna, la sensazione di già vissuto si impadronisce di noi che ne abbiamo viste tante; le cose non cambiano mai e ci prende lo sconforto la rabbia la tristezza l’angoscia. Un perfetto esempio, questa di Roger Waters, di canzone che prende alle viscere, fa riflettere e dovrebbe condurre a cambiamenti di pensiero e di vita.
Le canzoni estere arrivano quasi tutte, con poche eccezioni, dal repertorio folk, pop, rock e popular di Gran Bretagna e Stati Uniti d’America, sia per diffusione e conoscenza internazionale che per rilevanza tematica dei brani affrontati. Si tratta di un excursus di circa 100 anni in una settantina di canzoni, dal 1914 al 2012. L’unica non proveniente dal mondo anglosassone è la celeberrima Le diserteur di Boris Vian, poi tra quelle più famose ci sono la tradizionale We Shall Overcome, Blowin’ In The Wind, Masters Of War e The Times They Are a-Changin’ di Bob Dylan, Eve Of Destruction di Barry McGuire, Give Peace A Chance di John Lennon, Lucky Man di Emerson, Lake & Palmer, Peace Train di Cat stevens, Sunday Bloody Sunday degli U2, Born In The U.S.A. di Bruce Springsteen, Russians di Sting, Through The Barricades degli Spandau Ballet, Zombie dei Cranberries e molte altre.
La prima in ordine cronologico di cui scrivo nel libro è un esempio veramente clamoroso – anche se ormai dimenticato, spero immodestamente con questo libro di raddrizzare qualche torto – di reazione violenta del potere e della propaganda verso una canzonetta di protesta. Il brano si chiama I Didn’t Raise My Boy To Be A Soldier, uscì come retro di un 78 giri(!) nel 1915 e gli interpreti era il Peerless Quartette. Fu una delle primissime canzoni pacifiste a venir fuori dagli Stati Uniti, da quella parte di Paese che desiderava rimanere neutrale nella Prima Guerra Mondiale, un conflitto che riguardava principalmente l’Europa. Un brano che con la sua grande diffusione indubbiamente aiutò chi si sentiva parte del movimento pacifista a venire allo scoperto, a contarsi, a riconoscersi. Fu un incredibile e inaspettato successo: tra il marzo e l’aprile del 1915 andò al primo posto in classifica; i dischi erano appena nati e venderne 650.000 copie era quasi inaudito. Musicalmente è una banale marcetta, orchestrata come una colonna sonora di Walt Disney. Il titolo significa Non ho cresciuto mio figlio perché diventasse un soldato, e per l’epoca era una dichiarazione estremamente oltraggiosa verso il potere costituito e le forze dell’ordine. Il testo è costruito per colpire i sentimenti primari come il cuore di una mamma, la famiglia: che vittoria ci può essere per una donna se il figlio non torna a casa dai combattimenti? Eravamo in un tempo in cui le canzoni “contro” davano veramente fastidio al potere. Theodore Roosevelt (Presidente usa dal 1901 al 1909, che nel 1906 – non si sa perché – vinse addirittura il premio Nobel per la pace e che ha la sua faccia scolpita sul monte Rushmore) dichiarò:
pazzi che applaudono quella canzone intitolata “Non ho cresciuto mio figlio per essere un soldato” sono semplicemente le stesse persone che nei loro cuori applaudirebbero un brano intitolato “Non ho cresciuto mia figlia per essere una madre”.
Harry Truman, il presidente USA (lo fu dal 1945 al 1953) che sganciò le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki e che all’epoca era un capitano dell’esercito, all’epoca della canzone suggerì che il posto per le donne che si opponevano alla guerra era in un harem e non negli stati Uniti. Chissà se qualcuno gli ha mai detto che il testo fu scritto da un uomo e che il brano era cantato da quattro uomini. Nel corso del tempo ci furono molte parodie della canzone, prese in giro che furono certamente orchestrate e concordate da poteri filogovernativi: alcune erano molto feroci, considerata l’epoca:
I did not raise my girl to be a voter, I did not raise my boy to be a coward, I didn’t raise my dog to be a sausage.
Traducendo:
Non ho cresciuto mia figlia per andare a votare, Non ho cresciuto mio figlio per essere un codardo, Non ho allevato il mio cane per diventare una salsiccia.
Il potere fa così: quando una cosa colpisce al segno viene derisa, nella speranza di smontarla. Sono passati 110 anni e il messaggio di questa canzone, semplicissimo, rimane inoppugnabile.
Anche per quanto riguarda le canzoni provenienti dall’Italia c’è da fare una precisazione. Andando avanti con le analisi mi accorgevo che alcuni autori emergevano preponderantemente: Enrico Ruggeri (autore italiano che più di tutti ha scritto sull’argomento guerra), Fabrizio De André, Franco Battiato. Era giusto quindi costituire una sezione solo per loro tre, dedicando analisi rispettivamente di nove, sette, otto brani e apposite introduzioni a ognuno di loro. Punto i riflettori su un capolavoro troppo poco citato dell’altrimenti sovraesposto De André, La ballata dell’eroe, uscito per la prima volta nel 1961. A parere di chi scrive questo brano, infatti, meriterebbe almeno la stessa fama della ben più celebre La guerra di Piero. Uscita come retro de La ballata del Miché, la canzone ebbe tra i primi estimatori Luigi Tenco, che telefonò a De André chiedendogli di poterla utilizzare nel film La cuccagna che stava girando per la regia di Luciano Salce. I due si conoscevano e stimavano da qualche anno: De André, tristemente, fu uno dei pochissimi artisti presenti al funerale di Luigi, morto come si sa a Sanremo il 27 gennaio 1967, e segretamente scrisse per lui la struggente Preghiera in gennaio che uscì come prima canzone del suo album Volume 1°.Tornando al brano: La ballata dell’eroe è la prima canzone antimilitarista scritta da De André. Molto lenta e triste, ha una lunga introduzione di armonica a bocca e organo che nelle versioni successive sarà diversa. Ci sono infatti diverse incisioni della canzone (quasi tutte con la fisarmonica al posto dell’armonica), più volte reincisa. De André canta la storia di un soldato a cui si dà il consiglio di vendere cara la pelle, che muore lasciando alla fidanzata solo un’inutile medaglia. La frase troppo lontano si spinse a cercare la verità pare ripresa da un brano di Charles Aznavour, L’amour et la guerre, (Ils sont allés trop loin chercher la vérité). Possiamo speculare che De André fu ispirato a comporre questo dolente e meraviglioso brano da Le Déserteur di Boris Vian, possibile ma non certo. Di sicuro è un brano commovente e intenso, e questo 45 giri contribuì non poco, girando nei circoli intellettuali italiani, a imporlo come artista rivoluzionario e anticonformista.
A parte la sezione dedicata a Battiato, De André e Ruggeri nel libro ci sono analisi di circa cinquanta altri brani italiani in ordine cronologico, partendo dal canto popolare del 1808 Partire partirò alla struggente Il profumo dei limoni del 2025 di Aida Satta Flores, che nel finale ha un monologo di Moni Ovadia che inchioda alla sedia. Moni Ovadia è persona con cui per certi argomenti si può anche non essere d’accordo al 100%, ma ha un’intelligenza vivida, lucida, colta, motivata e sono sinceramente molto contento che abbia generosamente accettato di scrivere la prefazione del libro. Tra i tanti brani ce ne sono anche di molto conosciuti come C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones di Gianni Morandi, Auschwitz di Guccini, Ninna nanna nanna ninna di Claudio Baglioni e Trilussa, Generale di De Gregori, Gli spari Sopra di Vasco Rossi, Henna di Lucio Dalla, Il mio nemico di Daniele Silvestri e altre.
Un brano italiano tra i tanti che ho analizzato e che può sorprendere per l’alto livello di poesia è Cuore di pace di Amedeo Minghi, ottimo autore e costruttore di melodie che in troppi associano a canzoni sdolcinate. La canzone esce nel 1986 e apre il quarto album di Minghi, il primo dopo il crescente successo – che sarebbe diventato enorme – di 1950. Le liriche dell’album e quindi anche di questo brano sono ispiratissime e sono di Gaio Chiocchio, musicista e autore straordinario, leader insieme a Arturo Stàlteri dei Pierrot Lunaire, gruppo di rock progressivo. Il testo della canzone è lunghissimo, torrenziale, a volte la melodia fatica a star dietro a questo flusso di coscienza in forma di racconto, ma il risultato è comunque emozionante e intenso. La storia, piena di immagini poetiche e romantiche, è quella di un amore tra un pilota di guerra e la figlia d’una maestrina, ambientata al tempo delle guerre coloniali in Africa. Lei col suo amore le fa capire che non vuole perderlo, gli chiede di spegnere le bombe con le mani, cioè di smetterla di fare il soldato. L’amore vince e fanno una follia, scappano costruendo un pattino che li porta su un mercantile che trasportava colombe e miele, salgono a bordo con le labbra di baci e sale e cominciano una nuova vita, pieni d’amore e di voglia di stare insieme a prescindere da quello che c’è intorno, guerra compresa. Una vera e propria celebrazione dell’amore puro, un uomo e una donna giovani e sospinti impetuosamente verso una vita di pace, una canzone che trasforma la paura della guerra e della morte in poesia testuale e musicale. Bellissima la copertina dell’album, opera di Andrea Pazienza, una motocicletta in mezzo alle pozzanghere ma con due ali d’angelo pronte a librarsi in volo. Cose poetiche e belle che accompagnano cose poetiche e belle.
Era inevitabile che nel libro ci fossero molte omissioni, alcune anche celebri, per motivi essenzialmente di spazio. Non sono state inserite – per fare degli esempi – Bambino del Banco del Mutuo Soccorso; l’operetta degli Avion Travel con Fabrizio Bentivoglio La guerra vista dalla luna; Uguali e diversi di Gianluca Grignani; Canzone tra le guerre di Antonella Ruggiero; Addio alle armi di Mario Venuti; Saigon, Pilota di Guerra, San Lorenzo, Il panorama di Betlemme e forse altre di Francesco De Gregori; per quanto riguarda gli artisti non italiani mancano certamente Soldier Of Fortune dei Deep Purple, I Feel Like I’m Fixin’ to Die di Country Joe McDonald che conosciamo grazie a Woodstock, qualche brano di David Crosby, di Stephen Stills, di Graham Nash, di Neil Young, di Joan Baez, di Bob Dylan e di altri. Spero gli artisti e i loro seguaci mi perdoneranno. Le scelte sono sempre dolorose ma qualcuno, come si dice, deve pur farle.
Tutti i brani sono trattati in stretto ordine cronologico, perché credo sia affascinante notare nel corso del tempo il cambiamento dei temi, del linguaggio, i vuoti di tempo o l’accumularsi di canzoni in pochi mesi: tutto questo è un sottotesto che lascio intendere e interpretare al lettore.
Sembra strano ma è complicato dire esattamente di quante canzoni ho parlato nel libro, perché alcune schede ne contengono due, perché ci sono alcuni dischi tematici, perché c’è una colonna sonora di Roger Waters con dieci brani ma solo due vere canzoni ecc. Approssimativamente i brani italiani trattati sono 75; quelli stranieri, Pink Floyd compresi, circa 110.
L’auspicio è che gli artisti, famosi o no non è importante, comincino o continuino a scrivere testi e musiche per combattere l’insopportabile stallo dell’indifferenza e per raccontare le cose da cambiare e da far terminare, a partire dalle guerre.
Una raccomandazione casomai qualcuno decidesse di acquistare questo libro: andrebbe letto ascoltando la canzone di cui si parla. La musica a volte parla molto più delle liriche, e nelle canzoni comunque testo e musica sono (dovrebbero essere) inscindibili.
Il miracolo delle canzoni – una cosa inspiegabile a parole – è che un pugno di frequenze messe insieme in modo più o meno accurato riesce a smuovere emozioni, pensieri, a cambiare quello che si è. La vita è costante cambiamento, la musica ha (anche scientificamente) un potere trasformativo, tutto torna. Che la musica colpisca come dardo infuocato i cuori le menti e le anime e spinga tutti verso un domani illuminato, pieno di sole e bellezza.
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