Recensione di Davide Orlandi a “Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza“

First online: 15/12/2025
Qui il sesto numero della rivista.

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Recensione di Davide Orlandi, Universidad de Granada – ORCID ID: 0009-0007-2102-625X
E-Mail: orlandi.dav@tiscali.it
Doi: 10.14672/VDS20256RE17
(https://levocidisophia.it/2025/11/04/recensione-1-2)
(https://www.doi.org/10.14672/VDS20256RE17)
Titolo: Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza
Autori: Luca Ricolfi, Paola Mastrocola
Formato: 221.6 x 3 x 15.2 cm, 272 p.
Editore: La nave di Teseo, Milano, 2021
Il volume intitolato Il danno scolastico (2021) è il risultato della collaborazione tra Luca Ricolfi, professore universitario e studioso di analisi dei dati, e Paola Mastrocola, scrittrice e docente di Lettere. Il saggio si propone come un’attenta riflessione critica sul sistema educativo italiano contemporaneo, analizzandone le origini e gli effetti delle riforme introdotte a partire dal 1962. L’intento degli autori è evidenziare come, nel tentativo di rendere l’istruzione accessibile a tutti, si sia progressivamente ridotto il livello qualitativo della formazione, fino a compromettere la solidità stessa del sapere trasmesso. Tale processo ha generato, secondo Ricolfi e Mastrocola, un vero e proprio “danno scolastico”, ovvero un indebolimento culturale e civile che colpisce tanto gli studenti quanto la società nel suo complesso. Gli autori analizzano il concetto di “diritto al successo formativo” come principale fattore di degenerazione del sistema scolastico: per garantire a tutti il raggiungimento di risultati positivi, si è scelto di ridurre il carico di studio, semplificare i contenuti e rendere più flessibili le modalità di valutazione. A ciò si aggiungono l’uso diffuso di materiali sintetici – come riassunti e presentazioni – al posto dei testi integrali, la promozione quasi automatica e la didattica per competenze, preferita a quella per conoscenze. Queste pratiche, seppur introdotte con l’intento di favorire l’inclusione, hanno progressivamente minato la qualità della formazione, generando lacune difficili da colmare e accentuando, paradossalmente, le disuguaglianze sociali che si volevano superare. La struttura del saggio si articola in due parti.
Nella prima, gli autori sviluppano una riflessione teorica ampia e approfondita, sostenuta da esempi tratti dall’esperienza diretta di insegnamento. Nella seconda, Ricolfi presenta un esperimento empirico volto a confermare, attraverso i dati, la validità della loro ipotesi critica.
Il linguaggio utilizzato è chiaro e rigoroso, ma al tempo stesso accessibile; le metafore e le analogie rendono più immediata la comprensione dei concetti, senza rinunciare alla precisione argomentativa. Questo equilibrio tra chiarezza e rigore conferisce al testo un valore divulgativo che ne amplia la fruibilità. Particolarmente significativa risulta la metafora dei “gattini ciechi”, ispirata agli esperimenti di Hubel e Wiesel negli anni Sessanta: i due neuroscienziati avevano dimostrato come un organo, se privato di stimoli nel periodo critico dello sviluppo, non riesca più a funzionare correttamente. Analogamente, spiegano Ricolfi e Mastrocola, uno studente privato di un’adeguata formazione nei momenti fondamentali del proprio percorso scolastico difficilmente potrà recuperare le competenze perdute in età successive. L’apprendimento, dunque, non è un processo indefinito, ma richiede tempi, impegno e disciplina. L’abbassamento delle aspettative educative non solo riduce la qualità del sapere, ma compromette la stessa capacità dello studente di affrontare con autonomia e spirito critico le complessità della realtà. Entrambi gli autori portano esempi tratti dalla loro esperienza professionale: Mastrocola, come docente liceale, rileva la crescente difficoltà degli studenti a padroneggiare nozioni grammaticali, logiche e culturali di base; Ricolfi, dal punto di vista universitario, constata la debolezza degli studenti nel sostenere prove complesse e nel formulare argomentazioni coerenti. Entrambi individuano la causa di tali carenze nell’impoverimento progressivo dei programmi e nella sovrapposizione di attività extracurricolari che, lungi dal rafforzare la didattica, finiscono per sottrarre tempo allo studio sistematico. Gli autori sottolineano come la scuola, per tornare a essere luogo di crescita intellettuale, debba recuperare il valore dello sforzo e del merito. La metafora della costruzione di una casa, usata dagli autori, sintetizza perfettamente la loro visione: senza solide fondamenta, ovvero senza una base culturale costruita nei primi anni di scuola, è impossibile edificare una conoscenza stabile e duratura.
Ogni livello dell’istruzione, dalla primaria all’università, rappresenta un tassello necessario di un percorso più ampio. La perdita di uno di questi tasselli compromette la struttura complessiva del sapere. L’educazione, dunque, non può essere ridotta a un insieme di attività piacevoli o ludiche, ma deve conservare la sua funzione formativa e disciplinare. Da un punto di vista sociale, Ricolfi e Mastrocola mettono in luce come l’abbassamento del livello scolastico colpisca in modo diseguale le diverse classi: mentre i giovani provenienti da famiglie agiate possono compensare le carenze del sistema attraverso risorse esterne, quelli appartenenti a contesti più svantaggiati vedono ridursi le proprie possibilità di riscatto. Ne deriva una paradossale riproduzione delle disuguaglianze, laddove la scuola avrebbe dovuto rappresentare lo strumento principale di emancipazione sociale.
Gli autori propongono dunque una visione di scuola esigente, che valorizzi l’impegno personale e restituisca dignità allo studio come mezzo di affermazione individuale. Sul piano stilistico, Il danno scolastico si distingue per la sua capacità di coniugare rigore scientifico e passione civile.
È un saggio che si configura come un “j’accuse” verso le distorsioni del sistema educativo, ma anche come un atto d’amore nei confronti della scuola e del suo potenziale formativo.
Leggendo il libro, emergono numerosi spunti di riflessione: fino a che punto l’inclusione può giustificare la rinuncia all’eccellenza? È davvero democratico un modello educativo che livella verso il basso le competenze, privando gli studenti del gusto della scoperta e del valore dello sforzo?
Personalmente, condivido la critica degli autori riguardo alla tendenza contemporanea a semplificare eccessivamente il processo educativo. Ritengo tuttavia che la scuola non debba limitarsi a trasmettere nozioni, ma debba soprattutto educare al pensiero autonomo e alla responsabilità personale. In questo senso, la figura dell’insegnante assume un ruolo decisivo: è attraverso la sua passione, la sua competenza e il suo esempio che l’alunno può ritrovare il piacere dello studio. Come ricordava Giuseppe Lombardo Radice, “non esiste legislazione in grado di formare l’anima dell’insegnante”. Una scuola efficace nasce, dunque, da docenti capaci di trasmettere non solo conoscenze, ma anche valori, curiosità e senso critico. Ritengo che l’esperienza educativa di Don Milani rappresenti, sotto questo aspetto, un modello ancora attuale.
La sua scuola, pur priva di alcune discipline tradizionali, mirava a formare cittadini consapevoli e solidali, educando alla vita e alla partecipazione. Si studiava con serietà, con costanza e con un profondo senso del dovere. Questa dimensione umana e morale dell’insegnamento dovrebbe essere riscoperta come fondamento di ogni sistema educativo che voglia dirsi democratico e giusto.
In un’epoca dominata dalla rapidità tecnologica e dall’apprendimento superficiale, Il danno scolastico ci invita a recuperare la centralità della scuola come spazio di pensiero critico, disciplina e impegno. Solo restituendo valore allo studio e alla fatica intellettuale potremo ricostruire un sistema educativo capace di formare menti libere e consapevoli. Il vero successo formativo, come ricordano gli autori, non è quello garantito a tutti per diritto, ma quello conquistato attraverso la dedizione personale, gli errori e la volontà di comprendere. In questa prospettiva, la scuola torna ad essere non solo luogo di apprendimento, ma laboratorio di crescita umana e civile.
