Invited paper 3
Diritti in capo agli autori

Alessandro Volpi, Università di Pisa
e-mail: alessandro.volpi@unipi.it
(https://levocidisophia.it/2025/12/11/la-nuova-bolla-finanziaria-del-riarmo/)
(https://doi.org/10.14672/VDS20256IP23)
First online: 17/12/2025
Qui il sesto numero della rivista.
Abstractus (en)
This article examines the discursive construction of war and the financialization of rearmament in the European Union by employing a qualitative methodology that combines political–institutional discourse analysis, financial-instrument mapping, and comparative assessment of macroeconomic and market data. The study demonstrates that the semantic normalization of war establishes an ideological framework that legitimizes the use of public resources and the redirection of private savings toward the defence industry, thereby fuelling a speculative bubble analogous to the former Big Tech boom. In contrast to existing scholarship—largely focused on geopolitical strategy or traditional defence economics—this work integrates linguistic, political, and financial perspectives to reveal the structural convergence between conflict rhetoric, EU policies (ReArm Europe/Readiness 2030), and market mechanisms such as ETFs, private equity vehicles, and publicly guaranteed funds. Its original contribution lies in conceptualizing a “financialized war economy” shaped by the strategic dominance of the Big Three investment firms and reinforced by monetary and fiscal interventions. The article concludes that this architecture diverts substantial public and pension resources, heightens Europe’s structural dependence on U.S. financial actors, and exacerbates systemic instability across both markets and welfare infrastructures.
Keywords: Financialization of defence, War economy, Institutional war discourse, Financial markets and Big Three, EU defence policy
Abstractus (it)
Il contributo analizza la costruzione discorsiva della guerra e la conseguente finanziarizzazione del riarmo nell’Unione Europea attraverso una metodologia qualitativa basata su analisi del discorso politico-istituzionale, studio dei dispositivi finanziari e confronto empirico con dati macroeconomici e andamenti di mercato. L’articolo dimostra che la normalizzazione semantica della guerra produce una cornice ideologica che legittima l’impiego di fondi pubblici e la canalizzazione del risparmio privato verso l’industria bellica, favorendo la formazione di una bolla finanziaria paragonabile a quella delle Big Tech. Rispetto alla letteratura esistente, centrata prevalentemente su aspetti geopolitici o sull’economia della difesa, lo studio integra l’analisi linguistica, politica e finanziaria mostrando l’intreccio strutturale tra retorica del conflitto, politiche europee (ReArm Europe/Readiness 2030) e strumenti di mercato (ETF, fondi privati, garanzie pubbliche). Il contributo originale consiste nell’identificazione di un’“economia di guerra finanziarizzata”, sostenuta dalle Big Three e stabilizzata da politiche monetarie e fiscali favorevoli. Le conclusioni evidenziano che tale architettura, assorbendo ingenti risorse pubbliche e previdenziali, accresce la dipendenza europea dai grandi fondi statunitensi, amplifica l’instabilità sistemica e compromette il settore pubblico.
Keyword: Finanziarizzazione del riarmo, Economia di guerra, Discorsi istituzionali sulla guerra, Mercati finanziari e Big Three, Politiche europee della difesa
Una guerra per la libertà, finanziaria…
È ormai evidente che il termine guerra è entrato nel lessico comune della quotidianità, ma una simile diffusione avviene con aggettivi costantemente rassicuranti o con una declinazione decisamente positiva. Si parla così di “guerra preventiva”, per scongiurare una guerra peggiore, di “guerra ibrida”, per definire un fenomeno dai contorni non troppo chiari e quindi meno militari, di “guerra per una pace giusta”, di “guerra per la libertà”, in modo da conferire alla guerra un forte valore etico, di “guerra di difesa”, per risvegliare sentimenti di appartenenza nazionale davanti all’aggressore. In altre parole, la normalizzazione della guerra avviene anche attraverso un’operazione lessicale che la privi della sua crudeltà, della sua insensatezza e delle enormi tragedie che porta e porterà con sé. Sembra che prenda corpo quindi la traduzione in termini ben più ampi e tragici della cosiddetta “guerra intelligente”, coltivata per anni dalla retorica dell’Occidente.
Nell’orizzonte di ReArm Europe, lo strumento concepito dalla Commissione von der Leyen per “difendere” il Vecchio Continente, compare, esplicita questa narrazione, abbinata immediatamente all’utilizzo di risorse pubbliche e all’invito a creare un mercato unico dei capitali favorendo strategie di finanziarizzazione verso il settore delle armi, anche attraverso la Banca Europea degli Investimenti, così da facilitare la piena declinazione del capitalismo in termini bellici[1].
Il Piano, in tal senso, è l’indicazione per i grandi fondi Usa, BlackRock Vanguard e State Street, per quelli europei, da Amundi, per la grandi banche a comprare i titoli dell’industria delle armi – peraltro ben specificata dal documento in questione come “difesa aerea e missilistica, sistemi di artiglieria, missili e munizioni, droni e sistemi anti-drone” , una definizione solo parzialmente corretta dal Libro Bianco per la difesa – mettendo in secondo piano le altre forme di investimento, con la conseguenza di generare una vera e propria, colossale bolla speculativa. Non è un caso che la Borsa tedesca sia stata trascinata da Rheinmetall, quella italiana da Leonardo, quella francese da Thales e quella inglese da Bae Systems. Dall’inizio della guerra in Ucraina, e in particolare dopo l’annuncio del piano “Rearm Europe”, gli indici che misurano l’incremento di valore dei titoli delle società produttrici di armi si sono impennati: un incremento dell’indice generale del settore armi che è stato del 126,7% da inizio 2025, a fronte di un incremento dello S&P500 del 59%. Se si considera poi l’indice che misura il settore dei produttori di aerei e droni europei si arriva al 232,5%, circa tre volte l’incremento dell’analogo indice americano. Tra le società europee Renk Group ha guadagnato il 256%, Rheinmetall il 187%, Hensoldt il 180%; si tratta, guarda caso, di società tedesche con grandi azionisti americani rappresentati dalle Big Three, ossia i fondi BlackRock, Vanguard e State Street.
In pratica, la guerra in Ucraina e il disseminarsi di conflitti in giro per il mondo, con il conseguente massiccio impiego di fondi pubblici verso il settore delle armi, sta gonfiando una bolla finanziaria enorme che sembra però spostare l’asse del risparmio gestito mondiale, da decenni nelle mani dei grandi fondi Usa, verso i listini europei. A rinfocolare simili aspettative si aggiunge a ReArm Europe, ribattezzato Readiness 20230, la decisione della Commissione di indirizzare i fondi di vari programmi europei alla corsa agli armamenti mettendo insieme subito una dote di 144 miliardi di euro. A ciò possono contribuire le politiche della Bce che si è dichiaratamente espressa a favore del Piano di riarmo, con riduzione dei tassi al 2,65% e soprattutto con la chiara indicazione che il Pil, ora stimato per il 2025 a meno dell’1%, possa crescere solo con la riconversione armata. Il 17 settembre, po, la Commissione europea e il Fondo europeo per gli investimenti (Fei) hanno concesso al fondo Sienna hephaistos private investments, che raccoglie risparmio e che ha sede rigorosamente in Lussemburgo, 30 milioni di euro nell’ambito dello strumento di equity per la Difesa, InvestEu (Def). Un simile atto contiene due elementi rilevanti. In primo luogol’Ue ha un fondo finanziario per raccogliere risorse per la Difesa e soprattutto per garantire fondi privati che finanziano il riarmo. Gestito da Sienna investment managers France, questo nuovo attore diventa così il primo fondo di credito privato in Europa a finanziare esclusivamente le piccole e medie imprese (Pmi) e le imprese a media capitalizzazione nel settore della Difesa. Alla prima chiusura il fondo ha ottenuto impegni da una solida base di investitori istituzionali per quasi 300 milioni di euro, con il Fondo europeo per gli investimenti che fungeva da finanziatore principale. Per essere ancora più chiari: il nuovo fondo – Sienna hephaistos, generato dal fondo “principale” Sienna investment managers – ha ottenuto una garanzia con risorse pubbliche europee attraverso uno strumento finanziario creato dalla stessa Unione, e con tale garanzia ha rastrellato quasi 300 milioni di euro di risparmi nelle mani di fondi pensione e altri soggetti che raccolgono il risparmio diffuso. In pratica si tratta di un veicolo finanziario per sostenere le piccole e e medie aziende che producono armi.
È necessario però aggiungere due ulteriori considerazioni. La prima: il Fei fa parte del gruppo Banca europea per gli investimenti (Eibg) e ha come missione principale quella di sostenere le micro, piccole e medie imprese. Nell’ambito del programma InvestEu, il Fondo esegue diversi mandati per conto della Commissione europea, tra cui lo strumento di equity nel settore della Difesa, una leva dotata di 175 milioni di euro destinata a sostenere i fondi privati europei che investono nelle tecnologie belliche. Quindi i 30 milioni riservati a Sienna sono solo una piccola parte di una dotazione più ampia indirizzata a finanziare il sostegno di imprese che producono armi, ma soprattutto convogliano il risparmio, a cominciare da quello pensionistico, verso tale settore. La garanzia europea rende i prodotti finanziari finalizzati al riarmo idonei a entrare nei portafogli dei risparmiatori europei. La seconda considerazione riguarda nello specifico Sienna investment managers, una società a prevalente capitale francese di cui è particolarmente complesso conoscere la proprietà, che opera, di nuovo naturalmente, con sede in Lussemburgo e dispone di asset per circa una quarantina di miliardi di euro. Negli ultimi mesi ha fatto shopping in Italia acquisendo Var Capital e operando nella direzione di un progressivo potenziamento delle sue attività legate al settore delle spese militari, garantite dal cosiddetto “Rearm Europe”.
Economia di guerra
Ecco come si costruisce un’economia di guerra. L’Unione europea si dota di strumenti finanziari che forniscono garanzie e affidabilità istituzionale a fondi il cui obiettivo è raccogliere il risparmio diffuso e destinarlo a imprese di produzione delle armi, riducendo per queste ultime i costi del credito bancario. In pratica l’Ue lavora con grande zelo, e con grandi benefici per i proprietari di questi fondi con sede in paradisi fiscali, per trasformare il maggior numero possibile di cittadini e cittadine europee in soggetti finanziari che pagano il riarmo. Nella stessa logica, la Bce ha anche ridotto i tassi di interesse portando il tasso sui depositi al 2,5%: Christine Lagarde ha deciso così che bisogna finanziare il ReArm Europe inducendo le banche a comprare i titoli delle società che producono armi e rendendo decisamente meno costoso il debito utilizzato allo stesso scopo.
In quest’ottica i droni militari sembrano destinati a essere uno dei più grandi affari dei prossimi mesi. Forse non a caso. Quali sono infatti le principali imprese che li producono? Procedendo a una cernita molto sommaria se ne possono rintracciare sei di maggior rilievo. Le prime due, General Atomics Aeronautical Systems e Northrop Grumman, sono statunitensi e soprattutto nella seconda hanno un peso decisivo BlackRock, Vanguard e State Street. Due invece sono cinesi: China Aerospace Science and Technology Corporation e Aviation Industry Corporation of China, e sono di proprietà statale. Due sono israeliane: Israel Aerospace Industries ed Elbit, la prima è di proprietà statale e la seconda ha capitale misto israeliano e statunitense, con la presenza dei grandi fondi. Poi c’è la turca Baykar, di proprietà della famiglia Bayraktar. Come in altri settori, dunque, è evidente la preminenza dei fondi americani e dello Stato cinese, con la presenza, importante della produzione israeliana che ha scelto di investire in un settore che rende difficili le sanzioni e i divieti di un’Europa sempre più militarizzata. Naturalmente l’Italia compra gran parte dei suoi droni dai produttori statunitensi[2].
Una simile cuccagna finanziaria ha però bisogno di costanti narrazioni destinate purtroppo per la grandissima parte della popolazione italiana ad essere costose in termini sociali. Sul “Corriere della Sera” del 13 settembre è stato pubblicato un articolo a firma di Federico Fubini e di Antonio Polito che è un vero e proprio manifesto per il riarmo europeo. La tesi dei due autori è che non è vero che l’Europa spende troppo in armi e, anzi, dovrebbe investire di più. Naturalmente il termine di paragone è la Russia: anche se l’Europa spende 381 miliardi di euro ogni anno e la Russia circa 150 miliardi, in realtà questa differenza è solo apparente. In primo luogo, sostengono Fubini e Polito, perché le armi d’attacco costano meno di quelle per la difesa, ma soprattutto per altre due ragioni assai discutibili. La prima è contenuta in questa affermazione: “Dire che l’Europa spende di più della Russia in armi è come dire che gli Usa spendono di più in welfare della Svezia: in termini assoluti è ovviamente vero, ma l’affermazione è falsa”. Davvero, si fa fatica a capire il senso del ragionamento: la spesa pubblica americana è insufficiente perché va commisurata al numero dei cittadini e delle cittadine americane che ne beneficiano, mentre la spesa militare non può essere certo divisa per il numero degli abitanti per misurarne l’efficacia o in relazione al Prodotto interno lordo (Pil) perché 381 miliardi sono ben oltre il doppio di 150 miliardi e dunque la disponibilità di risorse finanziarie verso il riarmo è decisamente più alta anche se si conteggia una parte di spesa militare che non va ad acquisto di armi in senso stretto. Disporre di 381 miliardi in un unico settore è una cifra enorme e la sua eventuale insufficienza non può essere calcolata in base alla numerosità della popolazione o sulla capacità di generare ricchezza. La seconda “tesi” è altrettanto criticabile. In pratica, l’Unione europea dovrebbe spendere di più perché la Russia, con meno soldi, fabbrica più armi, e questo dipende dal fatto che dispone di grandi materie prime, di filiere produttive e di una tradizione militare. Ora, pare davvero incredibile pensare che a tutto questo si possa ovviare aumentando la spesa militare perché significherebbe, data la capacità russa di produrre a un prezzo quattro volte inferiore rispetto a quello europeo, portare la spesa militare a livelli tali da assorbire gran parte delle altre spese pubbliche degli Stati europei.
Forse, il dato vero, al di là delle narrazioni, è un altro. Alla bolla delle Big Tech, terremotata da Trump, l’Europa di Draghi, Von der Leyen, Lagarde ha deciso di rispondere con la bolla delle società di armi, in primis di quelle europee e poi anche di quelle Usa, naturalmente con la regia delle Big Three, che siedono al governo del Vecchio Continente insieme al sopra citato aulico triumvirato e che hanno in Merz un uomo di fiducia e in Macron e Starmer due accondiscendenti sostenitori. Si tratta di un sistema che assegna alla finanza la prerogativa di generare ricchezza, per i ricchi, costruendo bolle per le quali la politica elabora la giustificazione teorica – la formula politica di Gaetano Mosca – indicata nel dovere morale di combattere per la libertà dei popoli, naturalmente evitando in tutti i modi di farlo e rendendo invece enormi le aspettative belliche, con le conseguenti necessità. Fino a quando, drammaticamente, le aspettative non si tradurranno in guerra vera.
In parziale sostituzione delle coperture pubbliche, per finanziare il piano ReArm Europe Enrico Letta ha proposto di creare – naturalmente ad opera dei grandi fondi – un “prodotto finanziario accessibile al risparmio retail e “fiscalmente incentivato”. Una ipotesi non troppo dissimile è stata espressa dal ministro Giorgetti, incontrando il favore di vari governi europei: in altre parole i titoli delle società che producono armi, in particolare quelle europee, dovrebbero essere le destinatarie dei risparmiatori, anche di quelli piccoli, che beneficeranno di sgravi fiscali e di rendimenti sicuri. Naturalmente gli sgravi fiscali peseranno sui conti pubblici e magari penalizzeranno quelli stessi risparmiatori sul versante della copertura sanitaria e pensionistica, per le quali dunque dovranno nuovamente ricorrere a polizze private, magari di nuovo premiate fiscalmente, in una continua erosione del gettito tributario. Per rendere questi titoli armati più attrattivi, l’Unione Europa ha deciso di rispondere ai pesanti dazi Usa sull’alluminio e sull’acciaio, già attivi con un’aliquota del 25%, e poi del 50%, non subito, come hanno fatto i cinesi, ma da aprile, mostrando così la debolezza della propria replica destinata a scoraggiare impieghi del risparmio diversi dagli armamenti. In altre parole, la debolezza della difesa degli altri settori produttivi facilita la “monocultura” delle armi, che si struttura prima di tutto in termini finanziari. Si scrive riarmo, ma si legge privatizzazione finanziarizzata. L’Europa è in guerra, vuole un’economia di guerra che distruggerà il sistema produttivo, violenterà i sistemi di Welfare e coltiverà odi nazionalistici capaci di distruggere il senso di convivenza collettiva. Lo scontro finanziario in atto, alla luce di ciò, si inserisce in uno scenario bellico di natura decisamente più generale.
La Commissione europea non ha caso ha discusso un vero e proprio Piano per “mobilitare” i 10 mila miliardi di euro che si trovano sui conti correnti degli europei. Si tratta di misure che consentano la totale, libera circolazione di tali risorse in direzione di qualsiasi titolo azionario o obbligazionario presente in Europa, nella logica di un unico mercato dei capitali. A ciò si aggiungono l’iscrizione dei risparmiatori a piattaforme di investimento, una possibile, ulteriore cartolarizzazione dei crediti bancari, la creazione di conti deposito, un allentamento dei requisiti di prudenziali delle banche e delle assicurazioni e una più complessiva defiscalizzazione.
Naturalmente, sottolinea la Commissione, tutta questa facilitazione nella mobilitazione del risparmio, dovrà essere indirizzata a finanziare il riarmo per la “difesa dell’Europa”, quindi le società che producono armi. La parola guerra è diventata ormai lo strumento attraverso cui accelerare, in tempi record, la finanziarizzazione. Polizze, conti deposito, cartolarizzazioni, riduzioni fiscali tutto deve chiamare alle armi il risparmio diffuso e incanalarlo verso la nuova bolla con cui alimentare la “riconversione” bellica. Guarda caso in poche settimane la lenta Commissione europea ha annunciato un Piano da 800 miliardi di euro di maggior spesa dei singoli Stati in armi, ha rotto il tabù del Patto di stabilità per le armi, ha messo in moto la Banca europea degli investimenti per finanziare le armi, ha prodotto un documento, fatto votare al Parlamento, di supremazia europea, ha consentito la destinazione dei fondi di coesione al riarmo e, dulcis in fundo, sta chiamando alle armi il risparmio degli europei. Sono decenni che non si assiste ad una mobilitazione analoga per la sanità pubblica, per la lotta alle disuguaglianze o per l’istruzione. In estrema sintesi, l’Europa pare aver trovato la propria vocazione.
“Tecniche” di guerra
Ma forse vale la pena entrare ancora meglio nella definizione “tecnica” di cosa ci sia dietro il riarmo in termini finanziari. Si chiamano Etf, sono prodotti finanziari che replicano un indice e sono, in larga misura, creati dai grandi fondi. Negli ultimi mesi stanno avendo un gran successo gli Etf che hanno ad oggetto indici direttamente legati all’industria delle armi. Il meccanismo è semplice: il grande fondo – ad esempio BlackRock – costruisce un Etf che lega ad un indice creato dallo stesso fondo e, ora, la gran moda è quella di creare indici con i titoli delle principali società produttrici di armi, da quelle americane a quelle europee che, si prevede, beneficeranno del mega Piano Von der Leyen contro ogni invasione. Proprio questo tipo di Etf sta raccogliendo in misura crescente il risparmio degli europei a cui vengono venduti dai loro gestori che hanno comprato gli stessi Etf dai grandi fondi. Sono molto diffusi quelli relativi a Lockheed Martin, BAE Systems, Northrop Grumman e Leonardo. Il “mercato” dei derivati e degli Etf costruiti sui titoli delle industrie belliche è decisamente coltivato da grandi fondi, da hedge fund, e da banche d’investimento, che utilizzano questi strumenti, in maniera paradossale, per coprire i rischi o speculare su fluttuazioni economiche globali. In tal senso, il tema della “tracciabilità” dell’impiego del risparmio gestito diventa sempre più cruciale, ma, al tempo stesso, sempre più difficile. La complessità dell’ingegneria finanziaria, in particolare proprio con Etf e con strumenti derivati, tende a rendere quasi illeggibile la destinazione degli impieghi finanziari, con l’evidente possibilità di una vera e propria trasmigrazione di massa di un risparmio dai tratti assai diffusi verso settori pericolosissimi. I grandi fondi, infatti, rastrellano decine di migliaia di miliardi di dollari che provengono, in modo sempre più marcato, anche da fasce di popolazione con redditi bassi, a cui servono polizze previdenziali e sanitarie per supplire alla ritirata del Welfare. In una simile ottica l’opacità finanziaria diventa davvero un’insidia colossale, destinata a generare un fiume di liquidità in direzioni che certo alimentano i grandi conflitti globali. In una logica analoga si muove l’ampio utilizzo della ricordata finanza derivata per “coprire” gli investitori dal rischio della volatilità; un impiego tanto più adoperato quanto più le guerre si moltiplicano e la loro proliferazione le rende un terreno molto favorevole alle speculazioni[3].
Il clima di guerra ha reso “necessario” il finanziamento del riarmo e su questa necessità sono stati costruiti strumenti che attraggono il risparmio collettivo rendendo tutti quanti finanziatori, più o meno consapevoli, della corsa agli armamenti. Peraltro, è bene chiarire, che si tratta di armamenti non certamente solo europei perché i principali clienti dei colossi delle armi del Vecchio Continente sono decisamente al di fuori dell’Europa, dai paesi arabi, a Israele a varie altre destinazioni molto lontane dai confini dell’Unione. In sintesi. il riarmo europeo arma la finanza e ben poco l’Unione europea, anche perché dei 457 miliardi di euro già spesi, ogni anno, dall’Unione più la Gran Bretagna oltre la metà si traduce in acquisti di armi prodotte negli Stati Uniti; un dato che rende difficile la già ricordata clausola di salvaguardia del 65% di acquisti europei.
Molto probabilmente non è causale che, mentre la presidenza Trump pubblicava il Documento sulla sicurezza strategica che esprime di fatto un profondo disprezzo per l’Unione Europea e i suoi Stati membri e il ministro Crosetto dichiarava tutto il suo risentimento, il governo italiano ha chiuso, con i fornitori americani, un contratto per acquistare 100 missili terra aria per un costo di 300 milioni di dollari. Si tratta di un pezzetto degli acquisti italiani presso aziende Usa che hanno assommato nel 2024 a circa 2,5 miliardi di dollari. Ma il dato ancora più interessante è costituito dal fatto che le aziende fornitrici sono sostanzialmente tre: Raytheon, Lockheed Martin e L3 Harris, i cui azionisti sono le Big Three, Black Rock, Vanguard e State Street. In una simile prospettiva, il governo Meloni ha avanzato l’ipotesi di sgravi fiscali per le aziende che decidessero di convertirsi in produttrici di armi. Da questo punto di vista, le nuove tensioni finanziarie stanno facendo emergere anche una distinzione fra chi, come Mario Draghi, è convinto che il riarmo abbia bisogno di debito comune europeo e chi, come Von der Leyen e Merz, pensa che il finanziamento debba passare dai debiti nazionali e dal ricorso ai grandi fondi americani ed europei: una distinzione non certamente di poco conto e che riflette le attuali criticità in seno al capitalismo finanziario.
Donald Trump, del resto, ha annunciato che Boeing con una commessa da 20 miliardi di dollari, destinati a diventare 50, costruirà il più potente jet di sempre che prenderà il nome di F-47 in onore del quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti. Si tratta di una mossa che Trump ha voluto presentare come affermazione del primato militare Usa e che è rivolta al contempo a rassicurare la grande finanza a stelle e strisce circa la benevolenza del presidente: non a caso i principali azionisti di Boeing sono Vanguard, BlackRock, State Street e Capital Research Global Investors con oltre il 30%. È chiaro che Trump teme l’effetto, prima di tutto finanziario, di ReArm Europe nel distrarre capitali americani verso l’Europa e vuole rassicurare i grandi fondi, spaventati dalle sue prime mosse. I grandi fondi, le grandi banche e la finanza speculativa saranno così i veri beneficiari di una mobilitazione di denaro pubblico quasi senza precedenti, destinata a fornire rendimenti così alti da cancellare ogni possibile concorrenza da parte di altri settori ben più vitali per l’esistenza individuale e collettiva. In maniera paradossale, infine, questa grande quantità di risorse pubbliche, raccolte con il debito, dovrà pagare interessi sempre più alti proprio perché dovrà fare i conti con la concorrenza dei fortissimi titoli azionari e obbligazionari delle società legate alle armi. Mi pare chiaro, quindi, chi siano i vincitori della “guerra”. In queste condizioni, secondo le stime del Fondo monetario internazionale, il debito pubblico globale arriverà al 100% del Prodotto interno lordo mondiale nel 2030, ma già quest’anno crescerà di 2,8 punti, superando il 95%.Il tema maggiormente rilevante di un’ulteriore lievitazione del debito pubblico degli Stati è legato proprio al costo del suo finanziamento. In una simile guerra dei tassi” giocheranno un ruolo decisivo i grandi gestori del risparmio collettivo, a cominciare dalle cosiddette Big Three, BlackRock, Vanguard e State Street, i fondi di investimento che sono oggi detentori e acquirenti decisivi dei titoli pubblici verso cui far convergere i portafogli mondiali. Sono loro che, in presenza di un maggiore fabbisogno dei singoli Stati e di politiche monetarie non sufficientemente espansive, decideranno quali debiti comprare e a quali condizioni, divenendo ancora più determinanti.
[1] Consultare Alessandro Volpi, Alessandro. La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Roma-Bari: Laterza, 2025); D’Aprile Futura. Europa a mano armata. La militarizzazione europea e le alternative, Sbilibri 32 (giugno 2025), https://sbilanciamoci.info/europa-a-mano-armata-il-libro-contro-il-riarmo/, ultima visita del sito web il 12/12/2025; Bonaiuti, Chiara (cur.), Achille Lodovisi (cur.), e Roberto Antonio Romano (cur.). L’industria della difesa europea ai tempi della guerra (Roma: Futura Editrice, 2025); Beretta, Giorgio (cur.). Il paese delle armi. Falsi miti, zone grigie e lobby nell’Italia armata (Milano: Altreconomia, 2022); Arditti, Raffaele. La guerra in casa. Come e perché la corsa al riarmo riguarda tutti noi (Roma: Rai Libri, 2025).
[2] Volpi, Alessandro. I padroni del mondo. Come i grandi fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia (Roma-Bari: Laterza, 2024). Una bibliografia sul tema dei grandi fondi risulta in parte datata è Bogle, John Clifton “Jack”. Stay the Course: The Story of Vanguard and the Index Revolution (Hoboken, NJ: Wiley, 2018), una sorta di autobiografia del fondatore che esalta la natura “rivoluzionaria” degli indici replicanti; Balchunas, Eric. The Bogle Effect (Dallas: BenBella, 2022), nuovamente centrato sul ruolo decisivo di Bogle nel trasformare le consuetudini di Wall Street; Miller, John. Larry Fink’s BlackRock (2023), un volume critico dedicato alla società guidata da Fink; Stock, Alfred. BlackRock. La breve storia e le controversie della più grande società di gestione patrimoniale del mondo (2023). Critiche esplicite ai fondi compaiono in Rhodes, Carl. Capitalismo Woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia (2023), e in Ramaswamy, Vivek. Woke, Inc.: Inside Corporate America’s Social Justice Scam (New York: Hachette, 2021). L’anno precedente Vandana Shiva e Kartikey Shiva avevano pubblicato, per Feltrinelli, Il pianeta di tutti. Come il capitalismo ha colonizzato la Terra (Milano: Feltrinelli, 2020), mentre nel 2019 è uscita per Chiarelettere la seconda edizione del volume di Luca Ciarrocca, I padroni del mondo, opera che riecheggia l’impostazione di Noam Chomsky. Un contributo molto rilevante è quello di Lucien A. Bebchuk e Scott Hirst, Big Three Power, and Why It Matters, Boston University Law Review 8 (2022), che include una bibliografia specifica sul tema. Si vedano, inoltre, Arlacchi, Pino. I padroni della finanza mondiale (Milano: Chiarelettere, 2018); Grazzini, Enrico. Il fallimento della moneta (Roma: Fazi, 2023); Aresu, Alessandro. Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina (Milano: La Nave di Teseo, 2023); Haskel, Jonathan & Stian Westlake, Capitalismo senza capitale. L’ascesa dell’economia intangibile (Milano: Franco Angeli, 2018). Le cosiddette “Big Three” ricorrono spesso anche nei lavori di Bernie Sanders, Yanis Varoufakis, Jeffrey Johnson Smith e Michael Ash.
[3] Patel Raj & Jason W. Moore. Una storia del mondo a buon mercato. Guida radicale agli inganni del capitalismo (Milano: Feltrinelli, 2018); Verga, Emanuele. Geopolitica e finanza globale. Sogni, soldi, sangue: tre fattori che muovono il mondo (Milano: Hoepli, 2024).
