Sezione: Dal quotidiano al mostruoso: il ruolo della filosofia
Alessandro Ranalli, Università degli studi di Torino – ORCID ID: 0009-0000-8362-2400
E-mail: alessandro.ranalli@edu.unito.it
(http://www.doi.org/10.14672/VDS20243PR13)
(https://levocidisophia.it/2024/12/30/il-tempo-come-salvezza-e-condanna-lapertura-dellistante/)
Il tempo come salvezza e condanna: l’apertura dell’istante © 2024 by Alessandro Ranalli is licensed under CC BY-SA 4.0

Abstractus
Questo articolo si pone l’obiettivo di esaminare la presenza e l’assenza di pori nel tempo. Chi si è dipende dalla relazione che si instaura con esso. A seconda della risonanza che la temporalità ha in noi, la nostra vita diventa o aperta o chiusa. Al cessarsi dello scorrere del tempo, inteso nelle sue aperture riassunte nell’istante, la realtà diventa un pieno inaccessibile. È qui che il quotidiano diventa mostruoso, senza un volto, un pieno impossibile da racchiudere in una forma. Ciò che rende l’essere umano padrone del proprio essere, è il saper unirsi con il tempo in tutte le sue aperture. Difatti, tale articolo andrà a esaminare l’istante e il rapporto con il passato, il presente e il futuro. La tesi principale dell’articolo è che occorre salvarsi con il tempo, e non dal tempo. Altrimenti, vivere anche solo un atomo di tempo significa distruggere la vita è trasformarla in un essere mostruoso che ci inghiotte senza possibilità di fuga. Per salvarsi nel tempo, occorre vederlo come una spirale e non come un circolo che si ripete eternamente
Keyword: tempo, istante, mostruosità, quotidiano, atemporalità
This article aims to examine the presence and absence of apertures in time. Who we are depends on the relationship that we establish with it. Depending on the resonance that temporality has in us, our life becomes either open or closed. When the flow of time ceases, intended as in its apertures summed up in the instant, reality becomes an inaccessible. It is where the daily becomes monstrous, without a face, a fullness that is impossible to enclose in a shape. What makes the human being master of his own being is the ability to unite with time in all its apertures. Indeed, this article will examine the instant and the relationship with the past, present and future. The article’s main thesis is that it’s necessary to save oneself with the time, and not from time. Otherwise, living even an atom of time means destroying life and turning it into a monstrous being that swallows us without any chance of escape. To save oneself in the time, one must see it as a spiral and not as a circle that repeats itself eternally.
Keywords: Time, instant, monstrosity, daily, timelessness.
L’esserci[1] — cioè l’essere umano che incarna la propria presenza — è in continua sfida con il quotidiano per cercare di trascinare tutto il suo essere al di là dello scorrere del tempo. Quest’ultimo, quindi, rappresenta un ostacolo entro cui si colloca il nostro modo di essere persona. È nel tempo che scegliamo chi essere. Di conseguenza, siamo il risultato del nostro modo di relazionarci con esso. Il tempo, rappresenta il metronomo della quotidianità: può chiudersi rendendo i giorni spessi, fino ad annullare il trascorrere — che diventa un’impossibilità di trascorrersi — escludendolo; al contrario, può creare aperture che permettono il trascendere — che è sempre un trascendersi — ed è qui che si colloca l’istante[2]. L’apertura metafisica che esso crea permette all’essere umano di avvicinarsi al suo essere garantendo una sosta nell’autenticità di se stessi, in modo tale da non essere risucchiati dalla mostruosità della routine — dove la ripetizione sfiora l’incubo dell’eterno ritorno.[3] Difatti, rinunciare alle aperture del tempo significa perdere una parte della persona che nasce solo in specifiche condizioni temporali. “All’essere umano non basta vivere, egli vive per davvero solo per il tempo in cui vive una storia, individuale o collettiva, che mostri di avere un senso”[4]. “Vivere”, è il tentativo di creare la propria storia; essere in vita, al contrario, è rimanere incagliato nel quotidiano che, non permettendo aperture, finisce per diventare mostruoso. Accontentarsi di essere in vita, di conseguenza, significa rimanere sul posto fino a sprofondare nella realtà senza mai riconciliarsi con il tempo e con le sue istanze salvifiche. Se si vuole vivere in relazione con il tempo, occorre “accogliere il suggerimento di Pierre Hadot di ricordarsi di vivere autenticamente nel mondo”[5]. Ciò però non è semplice: vivere il tempo autenticamente significa scegliersi fino alla radice di chi si è, andandosi a riconciliare con tutto il proprio essere. L’incontro totale con il tempo avviene se si ha il coraggio di scegliersi completamente, oltre qualsiasi assicurazione. Vivere attendendo attivamente le aperture temporali, significa rinunciare alla routine per creare le condizioni entro cui sperimentare un richiamo prenatale, remoto.
Sprofondare nel tempo significa non avere via di uscita rendendo la realtà inaccessibile a noi stessi. Così facendo, ogni atomo di tempo diventa la condanna del quotidiano e diventa reale l’assassinio che ci porta a vivere la temporalità non come una spirale, ma come un circolo privo di vie di fuga[6]. “Chi non ha sentito nel suo polso palpitare il pericolo del tempo non è giunto alle segrete viscere del destino, e si è limitato ad accarezzarne la morbida epidermide”.[7] Il quotidiano diventa mostruoso quando il tempo non ha più la capacità di trasformarsi, perché si è dominati da una staticità forzata. Rinunciare al richiamo del palpitare del tempo, significa arrendersi ad una vita che non distrugge creando, ma distruggendo crea. Ciò che viene a cadere è l’apertura dell’istante per far spazio a un baratro che funge da carapace allo scorrere del tempo. Si fugge dalla vita per paura dell’apertura, un po’ come accade nell’eterno ritorno di Nietzsche. A mancare, è la fiducia nella capacità trasformativa dell’essere umano nei confronti del tempo. Zambrano, in un articolo riguardante la guida[8], afferma che chi non riesce ad agire — in questo caso ad entrare nelle viscere del tempo — è paralizzato non dalla mancanza di informazioni e sicurezze, ma dalla paura di avviare un’azione, di arrischiare chi si è[9]. Così facendo, l’essere umano rinuncia alla salvezza dell’istante, della molteplicità dei tempi, per abbracciare il quotidiano che, spogliato di qualsiasi apertura, rivela la mostruosità del tempo non abitato da nessuna possibilità.
Sfruttare la stasi della quotidianità, significa saper entrare nelle viscere degli inferi della vita. “Scrivere è difendere la solitudine in cui ci si trova”[10]. Difatti, la solitudine che scaturisce dalla quotidianità è un’occasione unica per assaporare la consistenza molteplice del reale. Attraverso la scrittura, che è un mezzo privilegiato, si ha accesso alle profondità del sentire ed è qui che emerge la vera differenza tra chi crede nell’albeggiare dell’istante e chi vive il tempo come una linea piatta infinita. Chi si affida alla salvezza del tempo, può riscattare chi è dal passato e garantire la propria unicità avendo accesso alla presenza del futuro. Difatti, la scrittura ha un ruolo salvifico, permette il riscatto di ciò che si nasconde negli accessi temporali. Al contrario, chi vede il tempo come una fossa senza vie di fuga, può solo circondarsi di fantasmi di vita che mancano dei conati d’essere[11]; è il mostruoso che prende vita e ferma qualsiasi tentativo di uscita. Il mostruoso è così spaventoso in quanto reca in sé i cadaveri dei conati d’essere della persona che non sono arrivati alla nascita A perire non è solo il tempo aperto, ma anche la nostra possibilità di trasfigurazione. Nel tempo ormai corroso di spazi, si trasporta il peso dell’esistenza senza la possibilità di un’ascesa trascendente che ci renda liberi di sentire del tutto: se stessi, gli altri e il tempo. Chi sceglie di privarsi delle aperture del tempo rimane sordo alle urla, ineliminabili, dei richiami della trascendenza. “Siamo però giunti al punto più inquietante: perché esiste questa sete di trascendenza? E questa necessità di realtà? […] E perché scorre inesauribilmente in noi quest’ansia di trascendenza?”[12] Il richiamo metafisico è ineliminabile e abita nella scaturigine del cuore. Quando esso viene silenziato, l’anima smette di palpitare ed è qui che il quotidiano si fa cupo, spesso e inabitabile. Inoltre, soffocare l’eco della mancata nascita di chi siamo, significa convivere con i fantasmi di noi stessi che, nella stasi del tempo, ci fanno percepire lo spessore del nulla in cui si vive. Occorre chiedersi: cosa accade se il quotidiano, essendo distruttivo, occupa completamente la vita dell’essere umano senza concedere pause? È qui che la ragione si fa arida e la violenza inizia a padroneggiare la realtà rendendola mostruosa. Abitare eticamente gli spazi temporali, significa non aver bisogno di fare nessuna guerra per respirare e prendersi una pausa dalla fissità della realtà. Soprattutto, si rinuncia alla logica sacrificale che domina la quotidianità: si sacrifica l’apertura del tempo[13] per avere una finta stabilità cronologica.
Ci sono istanti salvifici che si disvelano improvvisamente, senza che nessuno li cerca, ed è qui che occorre affidarsi ai sentori dell’anima per riassorbire nella temporalità non solo chi si è, ma chi si è stato e chi non si sarà mai. Far perire una possibile apertura, significa rimanere aggrappati alle maschere del tempo e costretti a dimorare nel suo spazio. Chi riconosce nel tempo una congiunzione delle sue molteplici forme, riesce a rigenerare la memoria con il futuro e salvare chi è dal passato; solo così si elimina la pulsione di morte che può abitarci e che emerge proprio dalla mancanza di spazi in cui esprimersi. Agostino afferma: “nell’eterno, invece, non c’è successione, ma tutto è presente, mentre il tempo non può mai essere tutto presente”[14]. Invero, l’istante vive nell’eterno, lo sfiora, lo sente. Per salvare l’essere umano dallo sprofondare nella quotidianità — e quindi anche dall’unica via d’uscita che vede, cioè il potere — bisogna mettere in contatto il nostro richiamo prenatale con lo sconfinare dei tempi, proprio per rispondere, con la nostra esistenza, a quel tempo perduto che sembra aspettare solo un nostro ritorno. L’istante rappresenta la fioritura dei tempi, dove ogni passo temporale soggiorna senza causare cambiamenti; è qui che la persona soggiorna interamente in sé stessa.
Abitare eticamente il tempo significa che “il tempo si costituisce a partire dalla mia relazione con altri”[15]. Difatti, viverlo sapendo delle sue vicinanze con la trascendenza significa ascoltarne la relazione con gli altri. Mentre chi si difende nella quotidianità silenzia i suoi richiami e si chiude al sentire gli altri, chi invece si accosta alla realtà per vederne degli squarci scopre che vi sono altri occhi che cercano di fare la medesima cosa. Se la guerra, la mostruosità e la distruzione nascono da un compito che si ripete eternamente spersonalizzando e alienando l’essere umano, allora solo un atomo di tempo, di vero tempo — che permette il vivere una trascendenza nell’ al di qua — può significare l’apertura di un cammino salvifico e la sequela di tempi comporranno una melodia e non più un ritmo[16]. Chi non riesce a vedere la molteplicità dei tempi cerca di racchiudere tutto in una forma unitaria, in modo da poterla controllare. “Il tempo […] non può avere unità. Il tempo deve essere in sé molteplice. Suona molto meglio dire i tempi che non il tempo, il quale è un concetto, un’astrazione”[17]. Solo l’accavallarsi dei tempi e il loro dispiegarsi rivelando la loro portata possono fungere da richiamo verso un’apertura che suona certamente come mistica ma che ha anche una natura ascetica[18]. Bisognerebbe ascoltare il consiglio di Zambrano di “Hacer tiempo”[19].
Come afferma Kant: “Il tempo è dunque dato a priori”[20]. Certamente, ciò che invece si dà e si crea nell’esperienza è il modo soggettivo di relazionarsi ad esso come unicum, da soggetto. La modalità con cui costruisco la mia relazione con la temporalità è essenziale in quanto descrive il mio essere persona, la mia unicità abitativa. L’adesione che l’essere umano sceglie, partendo da un a priori ineliminabile, scandisce il suo modo di installarsi con gli altri e con il proprio essere. Il tempo è dato a priori, tuttavia, il compito dell’essere umano è quello di viverlo integralmente e personalmente facendo esperienza delle aperture che lo abitano. Essere persona significa voler portare se stessi nel tempo ed esperirne tutte le conseguenze. “Initium ut esset, creatus est homo, l’uomo è stato creato affinché fosse un inizio, afferma sant’Agostino”[21]. È nel rinnovare il nostro essere “iniziali”, che bisogna soggiornare nella molteplicità dei tempi. Nascere[22] nuovamente, significa consolidare il proprio posto, mai statico, all’interno della molteplicità, imparando a convivere con il suo flusso e le sue aperture trascendenti. Se Aristotele afferma che l’essere si dice in molti modi, si può dire la stessa cosa per il tempo con una variazione: il tempo si vive in molti modi. “L’angustia del tempo ispirò l’orfismo, radice delle iniziali credenze pitagoriche.[…] Il grande compito di Pitagora dovette essere razionalizzare questo tempo primario. Il vecchio Crono che si alimenta dei suoi figli, dio di tutti gli antichi, il più abissale”[23]. Non è un caso se fin dall’antichità si cerca di dare unità al tempo — con la figura di Crono — per cercare di renderlo meno distruttivo, ciò avveniva perché se ne avvertiva la grandezza e la pienezza. Al contrario, al giorno d’oggi il tempo è ormai diventato una pura ripetizione del vuoto temporale, l’unità, che è sempre ricercata, si è però trasformata in assenza di dinamicità. Bisogna chiedersi: perché? E poi, perché sembra che chi vive il tempo come mostruosità statica sperimenti comunque una libertà? È reale o fittizia?
Nella contemporaneità, il quotidiano è diventato uno spazio totalmente politico. Il non riuscire — che è anche un non volere che coincide spesso con un non potere — a esprimere ciò che si è nelle aperture del tempo, è una condizione sviluppata particolarmente nell’oggi, in quanto si tende a un livellamento in basso della soglia dell’attenzione e della ricezione degli stimoli temporali. Deleuze, parlando del panopticon digitale, mette in luce un’epoca dove ciò che conta è osservare l’altro, senza dare troppo peso all’essere osservati da chi non si può vedere. Ciò è emblematico: le scelte politiche hanno fatto sì che ciò che va a determinare l’essere umano è la capacità di osservare l’altro, di controllarlo, quindi occorre stare nel presente che diventa una linea piatta e ripetitiva, per permettere la visione degli altri.[24] Il tempo diviene un medium in cui l’azione non punta a sviscerare la temporalità per poterla fare propria, ma piuttosto viene inteso come modalità visiva in cui vedo e, in maniera ripetitiva, creo all’altro le informazioni sulla mia vita per poterne usufruire. Il tempo viene svuotato, i giorni diventano fievoli e non si distinguono per la loro apertura. Se le dinamiche politiche propongono tale svuotamento, è perché il fulcro della contemporaneità è avere dei bisogni ciclici, sempre più urgenti, in modo tale da far leva sulla ripetizione per creare, grazie anche alla pubblicità, un immaginario in cui l’oggetto x diventa l’ancora di salvezza da tale circolo. Non è più il tempo a dare le aperture necessarie in cui potersi esprimere, ma lo è diventato il mercato: il quotidiano come stato di noia e di ripetizione diviene il momento più importante per creare nuovi bisogni. Possiamo dire: il tempo ha perso i suoi tempi. Eppure, non tutti avvertono tale scissione. Ciò avviene perché viene meno l’esperienza della moltitudine della temporalità, di conseguenza il presente dilatato diviene l’unica possibilità. Così facendo, ci si sente liberi, al sicuro nella propria forma. Difatti la routine è un assicurare di restare ancorati, con relativa tranquillità, al proprio posto. Tale schema funziona solo e soltanto se si rimane stabili nelle sicurezze che crea il vedere l’altro. Tutto ciò, può resistere al patto di respingere quella sensazione di vuoto e di asfissia che deriva dal mancato incontro con una parte di noi che reclama l’apertura del tempo. “Ma il vivere è una cosa buona e piacevole di per sé[25]”, ciò è quello che prova chi si nasconde dalla temporalità; la piacevolezza della stasi aumenta soprattutto se si viene protetti dalla pseudo libertà della politica della routine. Essere liberi allora, significa poter rinunciare alla libertà. È qui che, con la rottura del nostro rapporto con il tempo, viene a perdersi la complessità della persona. La mostruosità che deriva dal perdere l’aspetto più intimo che dimora nelle viscere, spazio privilegiato che si apre alla trascendenza del tempo, comporta una leggerezza esistenziale che sa di oscuro, finto, mancante. Si è liberi di cedere la libertà di esplorare il tempo, il prezzo da pagare è la perdita di accesso nelle proprie viscere, degli aspetti più profondi e latenti che si accendono solo negli istanti salvifici. E tali aperture, non coincidono con la politica attuale del tempo svuotato e dilatato. Salvare la temporalità significa salvare sé stessi.
La ricezione del tempo genera diversi bivi e a seconda di come avviene la sua gestazione in noi, la nostra vita viene trasfigurata. “Il superuomo nietzschano incarna l’illusione di poter saltare questa mediazione del tempo, questo necessario attraversarlo per poterlo rivelare”[26]. Difatti, Nietzsche rappresenta l’essere umano in perenne cammino che vuole percorrere sempre lo stesso tragitto, quasi per timore di non essere in grado di cambiare percorso. In Nietzsche ciò che conta è chi percorre il cammino, non il cammino stesso che deve essere un limite proprio per far sì che venga superato. Quindi chi deve crescere e cercare sé stesso è solo il viandante. Eppure, anche il percorso ha bisogno di una nuova nascita, di una ri-creazione di volta in volta, al cambiare delle nostre orme, solo così si giunge ad una relazione tra l’essere umano e il percorso che compie — e la mediazione del tempo è indissolubilmente presente. Ciò accade quando il percorso diventa saturo, statico, così familiare da diventare mostruosamente estraneo, ed è qui che l’istante compie il suo ruolo salvifico. “La poesia si aggrappa all’istante e non ammette le speranze, le consolazioni della ragione”[27]. Difatti, in quell’istante è racchiusa tutta la possibilità dell’essere umano di uscire da sé stessi completamente, per avidità di vedersi finalmente trasparenti. “Il poeta sopporta unicamente il vivere errabondo e senza appigli. Sopporta il vivere istante dopo istante”[28]. Tale metodologia non si sposa con chi vuole rimanere all’interno della crosta del tempo per paura di esaurirsi con esso. La poesia, reclama l’istante, è la strada di chi non viaggia con la quotidianità ma esplora i suoi mondi da un cantuccio, facendo sì che la mostruosità sia solo linfa vitale per i suoi viaggi e non l’unica fonte da cui abbeverarsi continuamente. “Essere liberi, ma incatenati nell’esistenza da molteplici legami, e soprattutto dalla catena del tempo”[29]. Catena che viene rimossa da chi affoga nella quotidianità semplicemente respingendo qualsiasi bordo, si obbedisce completamente senza considerare l’esistenza di altro. Ciò accade spesso per incapacità di ascoltarsi, oppure per paura di farlo. Difatti, si rischierebbe una cosa mostruosa ben peggiore di restare immerso nella realtà: essere intrappolato in sé stessi sapendo che si è ben più di ciò che si crede senza avere la possibilità di verificarlo e portarlo alla luce. Possiamo dire, che il vero rischio di addentrarsi nel centro — o meglio, nei centri — del tempo, è quello di rimanere impigliato nella complessità che tale apertura richiede all’essere umano. Qui il richiamo della distruzione è ineliminabile. La salvezza nel e del tempo, richiede una totale fiducia in ciò che tale esperienza crea. Salvare chi si è, è possibile solo se si affronta il rischio della distruzione di sé. Il poeta che attende scrivendo e assaporando i tempi, lo fa perché per lui “l’importante non è avere l’essere, ma averlo in dono”.[30] Dono che non viene atteso come gestazione passiva come accade in chi affonda nel quotidiano, invece attivamente viene creato lo spazio, attraverso la mediazione del tempo, in cui possa verificarsi e accadere. Il poeta vuole l’essere perché è l’unico modo di esistere e di riconciliarsi con la totalità e tale grandezza passa anche per la riconciliazione del tempo.
Chi vive il tempo, cercando di mantenerlo a distanza e arrotolato il più possibile, rischia di cadere in un pieno assoluto che ricorda lo spazio primitivo in cui il sacro era l’unica realtà. Ciò che accade, è che si può rimanere asfissiati da questo fondo sacro[31] che emerge perché, in maniera fallimentare, la quotidianità non riesce a dargli una forma. L’unico modo per andare avanti è quello di morire nel tempo, affogare completamente rinunciando ad ogni apertura. L’esempio di Nietzsche è raffinato ma esemplare: “Il pensiero dell’eterno ritorno non fu calcolato […] ma giunse […] era stato preparato e sofferto attraverso un lungo lavoro”[32]. Ciò che va evidenziato è proprio il lungo lavoro. Chi soffre di non poter conquistare la trasparenza del tempo — ciò significherebbe avere anche la trasparenza di sé stesso — inizia a fare una guerra contro esso ritualizzandolo, cercando di metterlo in delle forme. Eppure, come fa capire bene Nietzsche, nella notte più buia può fuoriuscire un demone che interroga sul tempo e verifica se si è pronti a sopportarlo. Ciò significa che è impossibile tralasciare il suo richiamo, perché è l’essenza principale di chi siamo che ci chiama perché aspira a emergere totalmente. Ciò che a mio avviso va ribadito, è l’importanza di un’etica del tempo che abbia l’obiettivo di raccogliere tutte le possibili aperture che reca al suo interno. Non avere un rapporto con il tempo che lasci libertà di trascendere ciò che si è, significa vivere in un mondo ritualizzato dove ogni cosa vive senza possibilità di ascesa e di realizzazione. Un’etica del tempo deve avere l’obiettivo principale nel capire i limiti che la quotidianità ci pone senza però rinunciare alle possibili soste che l’istante ci può donare; difatti, così facendo, si cerca di salvare sia il passato, grazie alla memoria, e il futuro, grazie al presente in cui già sentiamo la sua presenza. Solo considerando il tempo come una spirale possiamo sfuggire dalla mostruosità della grigia ripetizione.
L’istante, in questo articolo, è ciò che rappresenta l’apertura del tempo, cioè rende accessibile la trascendenza, disvela la complessità del tempo e ne mostra la molteplicità. Fondamentale è però vedere un altro modo di utilizzare questo termine. “Se credeste di più alla vita, vi abbandonereste di meno nell’istante”[33]. In Nietzsche l’istante coincide con l’occasione unica, non vi è tutta la parte di apertura metafisica che invece vi è in Zambrano. Quindi, credere nell’istante significa voltare le spalle alla vita — unico medium che permette l’espansione della volontà di potenza. Eppure, l’istante in Nietzsche ha una doppia faccia. “Il nome della porta carraia sta scritto in alto: istante. […] Guarda, continuai, questo istante! Da questa porta carraia chiamata istante parte un lungo eterno vicolo all’indietro: dietro di noi c’è un’eternità”[34]. L’istante, in Nietzsche, è il segreto dell’incontro tra passato e futuro. Però, mentre in Zambrano non vi è un’unità, in Nietzsche si arriva ad essa. L’istante è l’unicità dell’incontro di passato, presente e futuro che culminano nella sua unità. Il rischio però, facendo riferimento a quanto detto prima, è che ci si immoli completamente nell’istante dimenticando la vita, ciò per Nietzsche è sbagliato. Se in Zambrano l’istante è un’apertura alla trascendenza in cui collocarsi, per Nietzsche è un’unità pura di tempo che fa risiedere in sé il circolo. E se c’è qualcosa che salva da quest’istante, è la vita stessa grazie alle aperture, seppur non trascendenti e metafisiche, della volontà di potenza che permettono la salvezza dal nichilismo.
“Sembra che la confessione sia un’azione che si verifica non nel tempo, ma con il tempo”[35]. Difatti, la confessione è l’emblema della riconciliazione. Ciò che manca a chi blocca il tempo in una relazione dicotomica e lo respinge, è la trasparenza d’animo che deriva dalla confessione per capire che è con il tempo che ci si realizza e non va respinto. Fondersi con il ripetersi della quotidianità, significa dunque non avere neanche il tempo a disposizione per procedere alla confessione. La non scoperta del tempo, dei tempi, dell’istante, implica l’assenza di un percorso autenticamente conoscitivo di sé stessi, ed è qui che subentra il mostruoso. Il tempo si ritualizza, tutto ciò che non è ragione oggettiva e violenta viene a mancare. A trionfare allora è il potere, che sembra derivare dall’illusione di controllare il tempo perché lo si evita e lo si fa tacere. Così facendo, a soccombere è la nostra anima, il nostro sentire il soffio vitale che ci abita, la nostra umanità; è questa la tragedia del tempo non riconosciuto. “Non aveva ancora propriamente un passato; lo avrebbe avuto solo quando avesse già vissuto qualcosa del futuro, e allora il futuro vissuto sarebbe divenuto un passato riconoscibile, suo”[36]. Vivere il tempo come molteplicità significa potersi ritrovare sia nel passato che nel futuro, riconoscendoci nella temporalità — tale atto è uno dei più decisivi, in quanto qui l’essere umano può raccogliere i propri frammenti di sé sfruttando la totalità del tempo.
“Il sapiente è l’uomo distaccato dall’eterno mutare dei contrari; egli osserva il flusso vicissitudinale sotto di sé senza immergervisi, mira da lontano la continua lotta degli enti”[37]. Se per Giordano Bruno il sapiente deve distaccarsi dall’ambito ontico, nel quotidiano è essenziale non farsi imprigionare dalla stasi che implica la routine, dove gli oggetti prolungano tale stato di attesa. Avere cura del quotidiano significa anche ascoltare l’esigenza di trascenderlo. “Sognare è svegliarsi senza tempo, immerso nell’essere”[38]. Lo svegliarsi senza tempo del sogno è molto diverso dal rifiuto del tempo della quotidianità. Nel secondo caso, il tempo è rimosso, ritualizzato in modo tale da avere l’impressione di poter vivere tranquillo senza dover di volta in volta mettere in gioco tutto il proprio essere. Al contrario, nei sogni il tempo si ferma, si dilata così tanto da essere tutto e niente, sparisce. Sognare equivale a vedere il tempo increato. Ciò che cambia rispetto la quotidianità è che in essa noi scompariamo per non sentire il tempo, nei sogni, invece, a mancare è la temporalità per permettere la nostra presenza atipica. L’insegnamento dei sogni può essere riassunto con una frase già citata precedentemente: “hacer tiempo”. Creare il tempo, e quindi necessariamente se stessi, equivale a voler infrangere lo scudo della quotidianità e dei suoi rituali sacrificali. Difatti, il continuo circolo sacrificale messo in atto per far sì che il tempo in tutte le sue aperture si allontani, equivale a distruggere la parte più importante dell’essere umano: la propria persona. “Al contrario è valorizzando ogni istante che l’anima riscopre la pienezza legata ad alcuni momenti che hanno, per la filosofa spagnola, la capacità di manifestarci perfino il divino”[39]. Difatti, ogni istante ha un’unicità nascente e, riscattando ciò che reca in dono, equivale a scoprire un nuovo possibile percorso che giace in noi. In conclusione, il quotidiano, nella sua stasi distruttrice, risulta essere insostenibile. Esige sacrifici continui e un annichilimento di ciò che vive nell’essere umano. Non ha un volto e reclama sangue, diventa mostruoso. La vera salvezza sta nel creare il proprio tempo aggrappandosi all’istante. Salvare il tempo significa salvare sé stessi, solo così la quotidianità potrà essere abitata eticamente e verrà a rinascere sotto il segno dell’aurora.
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[1]Il termine utilizzato, riprendendo la terminologia di Heidegger, indica lo stare qui, l’essere calato nel mondo. Ci sono assonanze con il termine “Adsum” utilizzato da Zambrano (Zambrano, María. Delirio y destino. Los veinte años de una española, 15-24. Milano: Cortina, 2000). L’autrice spagnola lo utilizza con il significato di: reclamare la propria presenza, affermare il proprio posto nel mondo dicendo “sono qui”. L’adsum, a differenza dell’esserci (Dasein), rappresenta una risposta ad una chiamata che, con le parole di Zambrano, possiamo definire del “sentire originario”.
[2]A differenza dell’uso che ne fa Agostino — legato maggiormente alla temporalità e meno alla trascendenza —, Zambrano utilizza questa categoria come unità sovratemporale. È un termine che Zambrano usa in tutte le opere (ad esempio: Claros del bosque, De la aurora, Los bienaventurados, Hacia un saber sobra el alma) e sta ad indicare una fusione “mistica” con il tempo che può durare un minuto, o addirittura tutta la vita. Emblematico è il caso dei chiari del bosco, essi sono delle “soste” che permettono il vivere un piccolo periodo di tempo come fosse un frammento infinito, eterno. Per un approfondimento dei chiari, rimando a: Cacciari, Massimo (2005). “Lichtung”: intorno a Heidegger e María Zambrano, in: Le parole dell’Essere, 123-130. Milano: Bruno Mondadori.
[3]Se in Nietzsche tale pensiero è reso sopportabile dall’espansione della volontà di potenza, nella vita quotidiana rischia di essere insopportabile. Il vivere diventa un ri-vivere e l’unità diventa un pieno senza fori, senza vie di fuga.
[4]Zambrano, María (2010). Los bienaventurados, 96. Milano: SE.
[5]Hadot, Pierre (2009). Ricordati di vivere. Goethe e la tradizione degli esercizi spirituale, Raffaello Cortina, Milano. In: Parente, Lucia (2018). Una voce che veniva da lontano, 78. Milano: Mimesis.
[6] Vivere il tempo come una spirale, a mio avviso, è l’insegnamento più importante di Zambrano. L’autrice, così facendo, salva la condanna del circolo dell’eterno ritorno grazie all’aurora, cioè ad una nuova apertura indissolubile. Difatti, il tempo non va vissuto come un circolo chiuso ma come una spirale che permetta la trascendenza come via di fuga.
[7]Ortega y Gasset, José (2001). La ribellione delle masse, 57. Milano: SE.
[8]La guida è un genere letterario, simile alla confessione, tipico della Spagna (un esempio è l’opera di Zambrano: Chiari del bosco). Lo scopo di tale genere si potrebbe definire così: cerca di guidare l’essere umano verso il proprio percorso (l’esempio perfetto di guida, che fa Zambrano, è Socrate).
[9]Zambrano, María (1996). Verso un sapere dell’anima, 53-78. Milano: Cortina.
[10]Zambrano, 23.
[11]Cioè l’aspirazione a manifestarsi, a completarsi in tutta la propria essenza.
[12]Zambrano, 85.
[13]Di conseguenza, anche tutte le nostre possibili nascite.
[14]D’ippona, Agostino (2016). Le confessioni, 423. Milano: Bur.
[15]Levinas, Emmanuel (1993). Dieu, la Morte et le Temps, in: Mancini, Roberto (2019). Filosofia della salvezza, 112. Macerata: Eum.
[16]Sia in Zambrano che in Ortega il ritmo è visto in maniera meccanica. Coincide con un ripetersi farraginoso, privo di aperture.
[17]Zambrano, María (2022). Le parole del ritorno, 72. Roma: Castelvecchi.
[18]A mio avviso, ciò che differenzia chi naviga per cercare i tempi e chi si chiude nella quotidianità, è proprio la ricerca di un modo di lavorare in sé stessi per completare tutti i pezzi che ci permettono di ascoltare anche le parti più piccole e spesso il luogo privilegiato da cui emettono fili di voce è l’anima.
[19]Zambrano, 73. Significa fare tempo, indica una dimensione creativa-attiva essenziale nell’essere umano. Il creare è in diretto contatto con il sentire.
[20]Kant, Immanuel (1995). Critica della ragione pura, 87. Milano: Adelphi.
[21]Ferraro, Giovanni (2022). Áskesis, 47. Bergamo: Moretti&Vitali.
[22]Il tema della nascita è centrale in Zambrano e viene qui utilizzato secondo il suo significato maieuto-generarivo, per approfondimenti rimando all’opera Delirio e destino.
[23]Zambrano, María (2001). L’uomo e il divino, 75. Roma: Edizioni Lavoro.
[24]Per approfondimenti rimando a: Focault, Michel (2014). Sorvegliare e punire. Torino: ET saggi.
[25]Aristotele (2018). Le tre etiche, 875. Milano: Bompiani.
[26]Laurenzi, Elena (2012). Sotto il segno dell’aurora, 88. Pisa: ETS.
[27]Zambrano, María (2018). Filosofia e poesia, 55. Bologna: Pendragon, 2018.
[28]Zambrano, 64.
[29]Zambrano, 96.
[30]Zambrano, 117.
[31]Rimando a tutta la trattazione del divino e del sacro in: L’uomo e il divino. Zambrano in questa opera mostra in maniera eccellenza i problemi del fondo sacro quando non ha una forma. Esso ci spia segretamente in maniera continua, ma non lascia nessuno spazio all’essere umano per guardare, esattamente come accade qui nel tempo.
[32]Heidegger, Martin (1994). Nietzsche, 224. Milano: Adelphi.
[33]Nietzsche, Friedrich (2017). Così parlò Zarathustra, 71. Milano: Passepartout.
[34]Nietzsche, 204.
[35]Zambrano, María (2018). La confessione come genere letterario, 24. Milano: Abscondita.
[36]Zambrano, María (2000). Delirio e destino, 28. Milano: Raffaello cortina editore.
[37]Dall’Igna, Antonio (2015). Alla caccia della divina sapienza. Il misticismo di Giordano Bruno. Milano: Mimesis.
[38]Zambrano, María (2020). I sogni e il tempo, 57. Bologna: Pendragon.
[39]Falappa, Fabiola (2008). La verità dell’anima. Interiorità e relazione in Martin Buber e María Zambrano, 112. Assisi: Cittadella.
