Pinocchio maestro di diversità tra culture diverse e stili di pensiero

Anna Lisa D’Aniello, fondatrice di HUB4MIND

E-mail: annalisa.daniello@hub4mind.com

doi: 10.14672/VDS20255IP19

(https://levocidisophia.it/2025/07/30/invited-paper-4/)

(https://www.doi.org/10.14672/VDS20255IP19)

Abstractus


Il saggio analizza le differenze culturali, narrative e simboliche tra Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi (1883) e il film Pinocchio di Walt Disney (1940), utilizzando il concetto di “Stili di Pensiero” come chiave interpretativa. Si evidenzia come, pur condividendo l’obiettivo finale della trasformazione del burattino in bambino, le due opere seguano percorsi opposti per ritmo, linguaggio, messaggio e contesto storico. Si confrontano la profondità moralizzatrice e la lentezza riflessiva di Collodi con la sintesi emozionale e la magia di Disney, passando per simboli significativi come il Grillo Parlante/Jiminy Cricket, la Fata Azzurra e la rappresentazione del cibo come specchio di due società. Ne emerge che in entrambe le versioni la diversità viene annullata a favore dell’omologazione, perdendo l’occasione di valorizzarla come elemento identitario. La riflessione finale invita a considerare la diversità non come difetto da correggere, ma come ricchezza da preservare e comprendere.

Keyword: Pinocchio, Diversità culturale, Stili di Pensiero, Collodi vs. Disney, Omologazione


The essay explores the cultural, narrative, and symbolic differences between Carlo Collodi’s The Adventures of Pinocchio (1883) and Walt Disney’s Pinocchio (1940), using the concept of “Thinking Styles” as an interpretative key. The author highlights how, despite sharing the ultimate goal of transforming the puppet into a real boy, the two works follow opposite paths in terms of pace, language, message, and historical context. The moralizing depth and reflective pace of Collodi’s novel are contrasted with Disney’s emotional synthesis and magical elements, through significant symbols such as the Talking Cricket/Jiminy Cricket, the Blue Fairy, and the portrayal of food as a mirror of two societies. The analysis reveals that in both versions diversity is erased in favor of conformity, missing the opportunity to celebrate it as a core identity value. The closing reflection calls for viewing diversity not as a flaw to be fixed, but as a richness to be preserved and understood.

Keywords: Pinocchio, Cultural diversity, Thinking Styles, Collodi vs. Disney, Conformity

Introduzione

Di diversità se ne parla quotidianamente e più volte. In famiglia, al lavoro, nelle scuole e in ogni ambiente si incontrano molteplici tipologie di diversità e il rischio è quello di cadere nella banalità. Di dire cose sentite e risentite tanto da cadere nell’ovvietà. Ecco perché la mia scelta è stata quella di trattare l’argomento tentando di analizzare ed evidenziare le differenze che ci sono tra il libro di “Le avventure di Pinocchio” scritto nel 1883 da Carlo Lorenzini in arte Collodi e il film “Pinocchio” di W. Disney girato nel 1940, raccogliendone vantaggi da entrambi le parti e introducendo il concetto di “Stili di Pensiero”.

Pinocchio ha ispirato moltissimi autori e molte riflessioni, in differenti ambiti. Impariamo a conoscere il burattino fino a scoprirlo bambino vero: “C’era una volta un pezzo di legno”.

Utilizzerò il libro scritto con Beppe Carrella “Burattini siamo noi – Lezioni di leadership globali con Pinocchio” come linea guida per affrontare alcune sfaccettature della diversità, sia del personaggio Pinocchio, come la legnosità, il naso, le orecchie e le gambe, sia l’ambiente, il periodo storico e il cibo ed altro ancora. Capire quanto la diversità possa arricchirci, anche se a volte è difficile da accettare, soprattutto nelle relazioni umane, non deve essere solo uno slogan. È piuttosto la consapevolezza concreta che osservare le cose da prospettive diverse ci permette di coglierne più sfumature, nelle persone, nelle situazioni e nella vita.

Siamo individui e come tali diversi gli uni dagli altri e l’ambiente dove si nasce condiziona il nostro essere.

Il dentro e il fuori di noi

Proprio questa diversità è uno dei “mantra” di questo testo. Evidenziare le diversità, non per annullarle, ma solo per entrare di più nell’altro. Non è forse questo il tema essenziale per gestire, guidare o far parte di un gruppo? Ognuno con la propria diversità, ognuno con il proprio bagaglio culturale, il tutto per gestire al meglio le proprie scelte e i propri comportamenti. Un confronto, un incontro e un dialogo che nell’intento vuole tenere il lettore coinvolto in quella che è una discussione nata già nel lontano 1881 quando tutto ebbe inizio. Con la consapevolezza di aver fatto delle scelte evidenziando solo alcuni degli innumerevoli temi presenti nelle due realtà letterarie. Un viaggio già cominciato nel libro precedente su Pinocchio “Leadership senza bugie” di Beppe Carrella e questo probabilmente ne vuole essere il naturale “secondo capitolo” e il necessario complemento per rendere visibili i differenti punti di vista culturali. In sintesi, in questa nuova avventura abbiamo approfondito ancora di più la diversità e le affinità dei personaggi e della trama al fine di trarre, da questo confronto, delle lezioni, dei ragionamenti sulle differenze o più semplicemente degli spunti per pensare in maniera diversa ai propri comportamenti nei confronti degli altri.

Lo stesso personaggio, Pinocchio, e due trame con un obiettivo comune: passare da burattino a bambino vero, ma con un percorso completamente diverso.

Amplificare le differenze che incontriamo ci permette di scoprire, in molti casi, come questa diversità sia complementare. Ogni incontro diventa così un’opportunità per attivare i nostri Stili di Pensiero orientati alla relazione: c’è chi processa le informazioni attraverso le similitudini trovando ponti e connessioni, e chi per differenze evidenziando i confini. Oppure chi si orienta verso il futuro delle possibilità invece del presente fatto di dati concreti e distintivi. La magia avviene quando riconosciamo che queste strategie cognitive non sono altro che filtri e non sono opposte tra loro ma complementari e interdipendenti, come i fili incrociati che tengono insieme un burattino. Un sistema rappresentazionale ricco sa alternare approcci interni, il proprio vissuto con le proprie esperienze, ed approcci esterni con l’osservazione oggettiva, trasformando ogni divergenza in un nuovo canale di crescita condivisa

Il viaggio e il confronto non possono che arricchire e rendere consapevoli dell’esistenza di altre modalità, di altri approcci, di un altro (non meglio o peggio) modo di vedere il mondo.

Un finale unico ma percorsi che seguono strade differenti

I giusti tempi, ma quali tempi: anche qui la differenza è profonda. Il libro di Collodi si dipana in un lento anno di crescita, lasciando a Pinocchio il respiro necessario per assimilare ogni errore, come chi processa il tempo per cicli completi, se volessi fare un altro collegamento con gli Stili di Pensiero (le abitudini del nostro modo di pensare), accumulando esperienza. Per dargli il tempo necessario per crescere e fare le proprie esperienze attraverso le avventure vissute. Disney invece comprime tutto in un lampo, il fattore tempo sembra quasi non esistere. È come se la storia durasse pochi giorni. Pochi giorni in cui il burattino balza da prova a prova senza tregua, come chi vive sospeso in un eterno presente. Due modalità opposte di percepire la crescita: una ragionata e l’altra intuitiva. Eppure, entrambe vere. La scrittura scolpisce il cambiamento strato dopo strato, la pellicola lo accende come un lampo magico. Due linguaggi, due temporalità – ma in fondo, due modi ugualmente legittimi di raccontare la stessa verità: che diventare reali richiede sia il lento stratificarsi della coscienza, sia quell’illuminazione improvvisa del nostro genio animato che ribalta ogni prospettiva.

Due modalità diverse, è vero; una legata e condizionata dalla scrittura, l’altra alla logica che si lega alla realizzazione di un film.

Lasciarsi permeare e avvolgere della diversità di pensiero? Nessun tentativo da parte nostra di formulare giudizi: giusto/sbagliato, buono/cattivo, solo il desiderio di evidenziare i differenti punti di vista molto spesso, come avremo modo di notare, conseguenti alla necessità di calare ed adattare alle rispettive culture i vari tematismi. Pinocchio è una favola che inizia subito con un errore evidente che nasconde una scelta voluta e ragionata. Più precisamente l’autore porta a confondere il lettore utilizzando le parole burattino e marionetta. Pinocchio è, di fatto, una Marionetta[1] a tutti gli effetti, senza fili, che invece Collodi chiama Burattino[2].

Walt Disney questa notevole differenza sceglie di ignorarla. E non è cosa da poco ma una scelta consapevole.

Tornando a Pinocchio, è impresa quasi impossibile considerare tutte le varianti che nel tempo hanno riplasmato la sua storia. Nel nostro lavoro con Beppe Carrella, ci siamo concentrati su quella che in Italia è considerata l’edizione di riferimento, lasciando deliberatamente ai margini un’altra versione altrettanto significativa: il film di Walt Disney.

Qui emerge un gioco di prospettive che parla di Stili di Pensiero culturali: c’è chi, come Collodi, sceglie di lavorare per differenziazione (sottolineando la distinzione tra burattino e marionetta), e chi, come Disney, opera per assimilazione (appiattendo la complessità semantica in nome di una narrazione più immediata). Due approcci opposti ma ugualmente legittimi, dettati da altrettante strategie cognitive: l’uno analitico e orientato al dettaglio linguistico, l’altro globale e focalizzato sull’impatto emotivo.

Pinocchio stesso, del resto, nasce da un errore voluto – quel confondere burattino e marionetta che non è svista ma provocazione. Collodi gioca con le categorie, Disney le supera. Il primo invita a processare le informazioni per contrasto, il secondo a coglierne il flusso complessivo.

Ecco allora che la diversità di pensiero non va giudicata in giusta o sbagliata, ma osservata come specchio di necessità differenti: calare il racconto in contesti culturali che richiedono, di volta in volta, precisione filologica o immediatezza universale. Due temporalità narrative, due modalità di codificare lo stesso mito – entrambe capaci, a modo loro, di renderlo immortale.

Possiamo renderci conto da subito di una prima grande diversità tra il capolavoro letterario e il film di Disney. Collodi inizia immediatamente con l’immagine di un pezzo di legno che parla mentre Walt Disney dà il via al film con l’immagine di una marionetta con fili inanimata ma già costruita a cui mancano solo pochi dettagli del viso.

Collodi, con felice intuizione, chiude il suo Pinocchio con tre puntini di sospensione (…) quasi a voler lanciare una sfida ai posteri. Sfida che è stata raccolta e infatti, in ogni parte del mondo, è stato fatto l’esercizio di riadattare il capolavoro collodiano alla propria cultura, avendo cura di mantenere una trama quanto più fedele all’originale ma arricchendola con sfumature che affondano le radici nell’identità di ciascun Paese. Di fatto, Pinocchio rappresenta il primo esempio di diversità cognitiva. Ogni rielaborato culturale, è come una lente colorata attraverso la quale possiamo scoprire prospettive uniche: osservare come vengono affrontati i problemi e trovare possibili soluzioni, comprendere i comportamenti, dare forma alle emozioni e, infine, imparare a rispettarli ed integrarli con i nostri. La lente colorata citata è la lente dei nostri Stili di Pensiero. Attraverso questa lente che non è altro che un filtro, ognuno di noi vede il mondo in maniera differente. Comprendere le diversità e non annullarle, come purtroppo capita di fare in molti casi, tende a dare valore aggiunto a ciò che può rappresentare ‘la differenza in quanto tale’ in un mondo sempre più esigente e di veloce cambiamento. Gli Stili di Pensiero permettono di comprendere quali siano le caratteristiche di pensiero per essere quanto più vicino al mondo che ci circonda e ai fenomeni che lo governano.

Alla base degli Stili di Pensiero si trova il lavoro di Gregory Bateson[3] riguardo i livelli di apprendimento, successivamente sviluppato da Robert Dilts[4]. Conoscerli e riconoscerli rende più agevole entrare in sintonia ed empatia con gli altri, amici, clienti, famigliari, partner e soprattutto permette di comprendere meglio se stessi. Ognuno di noi ha una struttura, farla propria in modo consapevole e cosciente permette di mantenere anche le relazioni più complesse. Gli Stili di Pensiero sono privi di giudizio, non esiste quello più giusto e quello più performante; dipende tutto dalla situazione, dall’ambiente in cui ci si trova e quali solo le capacità richieste. Inoltre, le condizioni al contorno possono mutare, anche in modo radicale, durante l’intera vita influenzandoli fortemente. Se è ben gestita, proprio la diversità delle persone, permette una crescita individuale e sociale di sicura importanza.

Non possiamo non notare la presenza della bacchetta magica della Fata Azzurra, assente nell’opera originale di Collodi. Questo elemento, introdotto solo nella versione americana nel film di W. Disney trasforma la storia, priva di magia, in un racconto fantastico. Nelle primissime scene, la bacchetta compie la sua prima azione: animare Pinocchio e liberarlo dai fili. In seguito, dopo averlo guidato attraverso altre magie, torna ad essere decisiva nel finale, trasformando il burattino in un bambino vero. Giunti alla conclusione del cartone animato, Pinocchio, dopo aver salvato Geppetto dalla balena, che nel libro di Collodi è in realtà un pescecane, viene riportato a casa privo di sensi. In quel momento, per Geppetto non ha più importanza che il figlio sia diverso dagli altri; un burattino di legno anziché un bambino in carne e ossa. Come spesso accade, è nelle avversità che emergono le priorità autentiche: di fronte al rischio di perdere per sempre Pinocchio, ogni differenza, l’essere di legno, disobbediente o “zuccone”, svanisce. Ciò che conta è solo averlo ritrovato vivo.

Tutto il resto si sistemerà!

La bacchetta della Fata Azzurra compie l’ultimo incantesimo: Pinocchio, provata la sua nobiltà d’animo e ormai degno, apre gli occhi da bambino, non più burattino. Per Geppetto, il sogno si avvera.

La diversità è stata messa a tacere

Pinocchio, nato burattino e per questo emarginato, alla fine viene premiato con la normalità, con l’integrazione forzata nella società: il suo legno, simbolo di un’identità unica, viene magicamente cancellato come se l’omologazione fosse un traguardo. In un passaggio emblematico del libro di Collodi, Pinocchio si rimprovera convinto di meritare le sue disgrazie: “Avrei dovuto ascoltare gli altri che hanno più giudizio di me! Avrei dovuto ascoltare di più i consigli di chi mi sta attorno, di chi ne sa più di me”. La trasformazione finale in bambino, se da un lato rappresenta la sua maturazione interiore e l’ingresso nel mondo adulto, dall’altro rivela un modello di accettazione condizionata: l’amore arriva solo quando si diventa ciò che gli altri si aspettano, perfetti, conformi alle aspettative, non per ciò che si è realmente. La vera lezione mancata? Riconoscere che la diversità stessa è valore, non un divetto da correggere. È qui la storia disattende la sua occasione più grande e così svanisce l’opportunità di celebrare quella differenza che rendeva Pinocchio unico: il diritto di essere amato nonostante il legno, o forse proprio per quel legno che lo aveva reso capace di provare, sbagliare, e infine crescere. Perché la vera lezione non sarebbe stata diventare “uguale agli altri”, ma essere amato nonostante o grazie a quelle differenze che lo rendevano unico.

Il nostro vero limite non è nel legno di cui siamo fatti, ma nelle lenti colorate con cui lo osserviamo – quegli Stili di Pensiero invisibili che filtrano la realtà, facendo sì che ognuno di noi veda un Pinocchio diverso. C’è chi lo guarda cercando ciò che manca, chi ne apprezza ciò che già c’è; chi vede solo i fili rotti, chi scorge il potenziale non ancora dispiegato.

Come Pinocchio, trascorriamo giorni preziosi a misurarci attraverso questi filtri mentali, ingigantendo fragilità e dubbi finché non diventano l’unica mappa del nostro territorio interiore. Eppure, quel burattino che giudichiamo incompleto è già un miracolo pulsante: la sua magia sta nel comprendere che ogni venatura del legno racconta una storia unica, e che persino i nostri Stili di Pensiero più rigidi possono essere riprogrammati.

La vera maturità è riconoscere che stiamo sempre operando scelte percettive: possiamo continuare a focalizzarci su ciò che non siamo, o dirigere i nostri pensieri verso ciò che già brilla in noi. Smettiamo di attendere bacchette magiche esterne: la trasformazione avviene quando cambiamo i parametri interni del nostro software emotivo.

Il mondo ci invita a nascondere i fili sfilacciati, come Pinocchio che arrossiva dei suoi giunti. Ma è proprio quella disarmonia – visibile solo attraverso certe lenti – a darci un passo più autentico di chi vive in superfici perfette. Gli Stili di Pensiero sono come la Fata Azzurra: possono mostrarci un burattino da correggere o un’anima già completa nel suo disordine meraviglioso.

Essere veri significa conoscere i propri filtri percettivi, per poi poterli scegliere. A volte siamo orientati a cogliere il più piccolo difetto, altre invece all’insieme, alla globalità. La saggezza sta nel saper oscillare tra queste prospettive, comprendendo che nessuna lente mostra “la verità”, ma solo “una verità”. Come Pinocchio scopre che il legno non è una prigione ma una radice, noi impariamo che i nostri programmi mentali non sono limiti, ma strumenti da padroneggiare.

La preziosa incompletezza che ci caratterizza esiste solo attraverso alcuni filtri. Cambiando gli Stil di Pensiero, quella stessa “mancanza” diventa spazio per crescere, quel “vuoto” si trasforma in potenziale. Il segreto non è levigarsi, ma possedere abbastanza consapevolezza per scegliere attraverso quali lenti guardare il proprio legno grezzo – e innamorarsene ogni volta di nuovo e scoprire anche come osservare gli altri. Gli Stili di Pensiero sono le nostre bacchette magiche interiori. La scelta, come fatica a scoprire il burattino, è sempre nelle nostre mani, anche quando sono fatte di legno grezzo.

Un punto di vista differente è dato dalla presenza del cibo. Un parallelismo forte e reale, un esempio di cultura che parte dalla nonna protagonista indiscussa della cucina di casa per arrivare all’executive chef nella sua cucina ipertecnologica. Una cultura intesa e interpretata come elemento, come espressione profonda di un Paese, come tradizione e storia, come momento di incontro intorno a un tavolo, momento di socialità intorno ai fornelli per la preparazione di piatti che vengono per usanza consumati in questi due grandi Paesi. Il tramandare e il salvaguardare dalla tradizione all’innovazione.

Nel libro scritto con Carrella, come riferimento per la cucina italiana si è scelto il libro di Pellegrino Artusi dal titolo ‘La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene’[5], scritto poco dopo la stesura di Pinocchio di C. Collodi; per la cucina americana si sono considerati i piatti amati da Walt Disney e quelli presenti nel cartone animato.

Il cibo racconta chi siamo, da dove veniamo, quali sono le nostre radici. È lo specchio più fedele delle nostre condizioni storiche e sociali, capace di trasformarsi con noi. Quando Collodi scriveva Pinocchio nel 1881, quel pentolone di fagioli dipinto sul muro di Geppetto non era un dettaglio folcloristico: era il simbolo straziante di un Paese dove la fame era compagna quotidiana. Quella pentola vuota, che Geppetto sogna fumante, rappresenta l’aspirazione a una normalità alimentare ancora irraggiungibile per molti. Ci troviamo nel fragile equilibrio post-unitario, con l’Italia appena uscita dalle guerre d’indipendenza e ancora piagata da carestie.

Mezzo secolo dopo, nel 1940, quando Disney sforna il suo capolavoro a cavallo tra la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale, l’America proietta sul tavolo di Geppetto un’abbondanza quasi provocatoria: prosciutti luccicanti, torte al cioccolato, pietanze che traboccano. È il sogno culinario di una nazione che, nonostante tutto, vuole credere nel proprio benessere.

Due Paesi, due tavole, due visioni opposte dello stesso episodio: da un lato la fame dipinta (letteralmente) dell’Italia post-risorgimentale, dall’altro l’abbondanza cinematografica americana.

Per cogliere questa differenza culturale, nel libro con Beppe Carrella abbiamo usato due testi-simbolo: per l’Italia, “La scienza in cucina” di Artusi (1891), manuale di una borghesia che finalmente poteva permettersi il lusso di cucinare con metodo; per l’America, i piatti del cartone animato e quelli cari a Disney stesso – come il chili con carne e le mele candite – che raccontano un Paese tra tradizione pionieristica e nuovi miti del consumo.

Il cibo qui smette di essere semplice scenografia: la pentola vuota di Collodi e la tavola imbandita di Disney sono metafore di due mondi che guardano alla cucina con occhi diversi. Per l’Italia era questione di sopravvivenza e memoria contadina; per l’America, espressione di ottimismo e crescita. Eppure, in entrambi i casi, resta quel filo rosso che lega cibo, identità e narrazione: perché sedersi a tavola – che sia davanti a un piatto di fagioli o a una torta glassata – significa sempre, in fondo, raccontare la propria storia.

Conclusioni

Conosciamo quindi la storia, quella di Collodi e quella di Disney, due viaggi che partono dallo stesso legno ma si perdono in foreste diverse; personaggi, trama, condizioni, ambientazione che hanno però in comune l’epilogo. Pinocchio, in entrambe le versioni, aspira a diventare un bambino vero, anche se con tempi e regole diverse e alla fine vi riesce. La diversità però, in questo processo, non viene premiata al contrario si cerca esclusivamente di uniformarla. Le due versioni convergono in ogni caso verso la convinzione che la diversità non sia un elemento valoriale e quindi non gradita. Meglio non essere troppo diversi. La bacchetta della Fata Azzurra, assente nel libro, diventa nel film lo strumento che risolve ogni imperfezione, annullando con un gesto la fatica dell’evoluzione interiore. Eppure, in entrambi i casi, la diversità – quel legno grezzo che rendeva Pinocchio unico – viene sacrificata a favore della normalità. Non importa se attraverso prove morali in Collodi o una trasformazione magica in Disney: il messaggio finale è che per essere accettati, bisogna smettere di essere diversi.

Anche il cibo racconta questa divergenza: la pentola vuota dipinta sul muro di Geppetto, simbolo di un’Italia post-risorgimentale affamata e fragile, in contrapposizione alla tavola imbandita del film, manifesto di un’America che già sogna opulenza. Due mondi, due linguaggi, due modi di intendere il bisogno e l’abbondanza. Eppure, in entrambi, Pinocchio deve cambiare per essere amato.

Forse la vera lezione mancata, in entrambe le versioni, è racchiusa negli Stili di Pensiero che guidano la nostra percezione sia di noi stessi che degli altri. Pinocchio, in fondo, poteva rimanere burattino e diventare ugualmente “vero”. Perché essere reali non significa essere uguali agli altri, ma semplicemente essere sé stessi – legno, fili, difetti e tutta la magia imperfetta che ne consegue.

La crescita autentica, quindi, non dovrebbe forse stare nel riconoscere che la diversità non è un difetto da correggere, ma una ricchezza da comprendere?

Bibliografia

Artusi, Pellegrino. La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. Firenze: Tipografia Salani, 1891.

Bateson, Gregory. Steps to an Ecology of Mind. San Francisco: Chandler Publishing Company, 1972.

Carrella, Beppe, e Anna Lisa D’Aniello. Burattini siamo noi – Lezioni di leadership globali con Pinocchio. Firenze: goWare, 2020.

Carrella, Beppe. Leadership senza bugie. Firenze: goWare, 2017.

Collodi, Carlo [Carlo Lorenzini]. Le avventure di Pinocchio: Storia di un burattino. Firenze: Felice Paggi, 1883.

Dilts, Robert B. Changing Belief Systems with NLP. Cupertino, CA: Meta Publications, 1990.

Disney, Walt, dir. Pinocchio. Burbank, CA: Walt Disney Productions, 1940. Film.

Bibliografia sedondaria


Bondanella, Peter. Italian Cinema: From Neorealism to the Present. New York: Continuum, 2001.

Canepa, Nancy. From Court to Forest: Giambattista Basile’s Lo cunto de li cunti and the Birth of the Literary Fairy Tale. Detroit: Wayne State University Press, 1999.

Cappelletto, Sandro. Pinocchio: Storia di un burattino. Torino: Einaudi, 2002.

Gilbert, Sandra M., e Susan Gubar. The Madwoman in the Attic: The Woman Writer and the Nineteenth-Century Literary Imagination. New Haven, CT: Yale University Press, 2000.

Luzzi, Joseph. A Cinema of Poetry: Aesthetics of the Italian Art Film. Baltimore: Johns Hopkins University Press, 2014.

Marrone, Gaetana, ed. Encyclopedia of Italian Literary Studies. New York: Routledge, 2007.

Zipes, Jack. Happily Ever After: Fairy Tales, Children, and the Culture Industry. New York: Routledge, 1997.

Zipes, Jack. When Dreams Came True: Classical Fairy Tales and Their Tradition. New York: Routledge, 2007.


[1] Marionetta (fonte Wikipedia): la marionetta è un fantoccio in legno, stoffa o altro materiale, ed è una figura a corpo intero mossa dall’alto tramite fili.

[2] Burattino (fonte Wikipedia): il burattino è un tipo di pupazzo con il corpo di pezza e la testa di legno o altro materiale che compare in scena a mezzo busto, mosso dal basso, dalla mano del burattinaio, che lo infila come un guanto.

[4] Robert Dilts: ricercatore, autore e trainer nel campo della Programmazione Neuro Linguistica e principale sviluppatore della PNL Sistemica.

[5] Pellegrino, Artusi. (1907). La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. Milano: Salani.

[Si è consultata l’edizione Vallardi che riproduce fedelmente il testo della prima edizione Salani del 1907]