L’eco vuota del futuro: elogio della ruggine

Davide Orlandi, Universidad de Granada – ORCID ID: 0009-0007-2102-625X

E-Mail: orlandi.dav@tiscali.it

doi: 10.14672/VDS20256ED16

(https://levocidisophia.it/2025/11/04/editoriale-2/)

(https://www.doi.org/10.14672/VDS20256ED16)

First online: 19/12/2025

Qui il sesto numero della rivista.

“Il futuro non è più quello di una volta.”
Paul Valéry (o forse era un amico mio, al bar)

Qualche settimana fa, un uomo è tornato in un luogo della sua infanzia: un cavalcavia alla periferia della città. Uno di quei viadotti che attraversano le zone marginali come cicatrici storte. Da bambino ci andava in bicicletta con gli amici, quando le rotelle erano appena state tolte. Oggi quel cavalcavia è chiuso, transennato con plastica arancione e cartelli sbiaditi. I bulloni si stanno spaccando, le ringhiere si piegano, e sotto, crescono solo erbacce e copertoni abbandonati.

Davanti a quel ferro che si sfalda, l’uomo ha avuto un pensiero inatteso: forse quel ponte somiglia a lui più di quanto voglia ammettere. Una riflessione che si incastra nel malessere generazionale di chi, oggi, attorno ai trent’anni, si risveglia con il ginocchio che scricchiola e una sensazione vaga ma costante di smarrimento. Perché il futuro, promesso come un sentiero brillante e dritto, sembra essersi accartocciato. Non è esploso. È appassito.

Secondo un’indagine ISTAT del 2023, il 34% dei giovani italiani tra i 25 e i 34 anni soffre di “sindrome da futuro incerto” e più del 48% dichiara di sentirsi frequentemente sopraffatto da ansia da prestazione. Non si tratta solo di lavoro, ma di una pressione generalizzata: performare nella coppia, sui social, nel tempo libero. Funzionare. Sempre.

La ruggine, in questo contesto, diventa metafora. Non ha fretta. Lavora in silenzio, millimetro dopo millimetro. Corrode senza clamore, senza notifiche, senza avvisi. E in questo disfacimento silenzioso c’è una forma inaspettata di bellezza e verità. Perché la ruggine ricorda che tutto cambia, anche ciò che sembra resistente. Viviamo, invece, immersi in una cultura che esige continuità, perfezione, ottimizzazione.

Un rapporto del World Health Organization pubblicato nel 2022 rileva che i disturbi d’ansia legati alla performance e al sovraccarico digitale sono aumentati del 25% negli ultimi cinque anni, soprattutto tra i giovani adulti dei paesi industrializzati. E nel frattempo, anche il grande racconto del progresso lineare comincia a scricchiolare: crisi climatica, instabilità geopolitica, inflazione, guerre. Tutto contribuisce a incrinare l’idea di futuro come sinonimo di miglioramento.

Arrugginirsi, allora, non è sinonimo di arrendersi, ma di accogliere la verità delle cose. Un muro scrostato non mente. Una voce che trema non mente. E nemmeno lo fa una persona che smette di fingere di essere perfetta. I filosofi — quelli veri, quelli che si incontrano tardi, spesso per caso — hanno parlato a lungo di tutto questo.

Walter Benjamin, ad esempio, evocava un angelo spinto in avanti da un vento invisibile mentre guarda il passato: quel vento, scriveva, era il progresso. Oggi, forse, quel vento ha preso la forma di un algoritmo che suggerisce cosa desiderare. L’ottimizzazione è diventata una religione, e il culto della produttività un nuovo vangelo. Ma sotto la superficie lucida della vita digitalizzata, serpeggia un’inquietudine diffusa: secondo il CENSIS, il 61% degli italiani sotto i 40 anni si sente “inadeguato” rispetto alle aspettative sociali.

Chi ha scritto queste riflessioni confessa di avere ruggine un po’ ovunque: nelle ginocchia, nella voce, nei rapporti lasciati andare. E racconta di sporcarsi le mani, ogni tanto, sistemando una vecchia bicicletta che non riesce a buttare. In quel gesto c’è un senso di autenticità: toccare il tempo, accettare che nulla resta come l’abbiamo lasciato.

Heidegger, il filosofo tedesco dell’“essere-nel-mondo”, diceva che bisogna imparare ad abitare il mondo. Non dominarlo, non attraversarlo come una corsa a ostacoli, ma viverci dentro. Come si abita una casa imperfetta: con la crepa nel muro, il tavolo che traballa, il rubinetto che perde. Amando le cose non perché sono rotte, ma perché raccontano.

La ruggine non è sinonimo di fallimento. È testimonianza. È il tempo che scrive sulle cose e sui corpi. Arrugginirsi è ammettere che non possiamo resistere a tutto. Che ci si può anche fermare, ogni tanto. Lasciare andare. Non per pigrizia, ma per presenza.

Oggi, nell’epoca del “fare”, l’idea stessa di “stare” ha un potenziale rivoluzionario. Il 53% dei giovani italiani tra i 20 e i 35 anni dichiara di sognare “una vita più semplice”, lontana dalla logica della prestazione continua. E forse, proprio nel lasciarsi ossidare dal tempo, può nascere una nuova dignità. Non una soluzione. Ma una forma di resistenza dolce, silenziosa, umana.

Quel cavalcavia, intanto, è ancora lì. Nessuno lo ha demolito. L’uomo che ci tornava da bambino, ogni tanto ci torna ancora. Da solo. Senza bicicletta. Guarda l’asfalto che si spacca, le ombre che cambiano forma. È un posto inutile, forse. Ma gli parla. Più di qualsiasi app motivazionale.

Forse dovremmo costruire meno. E imparare a rimanere. Accanto a ciò che cede. Ad amarne la debolezza. A lasciarci arrugginire, ogni tanto. Senza vergogna.