“Fa’ la cosa giusta!”

Emiliano Pagani, fumettista
Link: https://levocidisophia.it/2025/11/04/editoriale-4/
(https://www.doi.org/10.14672/VDS20256ED18)
First online: 28/11/2025
Qui il sesto numero della rivista.
Perché scegliere un fumetto per raccontare una storia?
La risposta a questa domanda potrebbe sembrare abbastanza semplice: perché il fumetto è un mezzo di comunicazione veramente popolare, uno dei pochi rimasti, ma allo stesso tempo molto elaborato e capace di comunicare su piani diversi, a persone di diverso livello culturale.
Ma la vera chiave di volta per comprendere la nostra scelta di provare a raccontare una parte importante, drammatica, tragica e se vogliamo anche eroica, del nostro paese, attraverso i racconti e le esperienze di Pietro Grasso e della sua famiglia, durante gli anni in cui ha ricoperto il ruolo di giudice a latere nel primo Maxi Processo a Cosa Nostra e in seguito, quello di membro della direzione nazionale antimafia, fianco a fianco con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ha radici e motivazioni più profonde.
Faccio un passo indietro.
Quando mi è stato chiesto se potessi essere interessato a scrivere un fumetto del genere, sono stato preda di sentimenti contrastanti, non tutti positivi.
– Incredulità: sì, ok, ho scritto molti fumetti, ma quasi tutti fuori dagli schemi classici del fumetto italiano, usando spesso registri narrativi diversi. Quindi, mi domandavo: perché sono stato chiamato proprio io per realizzare un fumetto che vedevo come “didattico”, se non “didascalico” e addirittura “istituzionale”? Nel nostro mondo ci sono fior di professionisti capaci di scrivere un buon fumetto su qualsiasi argomento e io non sono sicuramente tra quelli. No, io ho bisogno di appassionarmi a una storia, ho bisogno di divertirmi e soprattutto ho bisogno di sentirmi libero di esprimermi. Forse avranno cercato su Google “autore di fumetti” e gli sarà apparso il mio nome, pensavo. Oppure, avranno cercato su Google “autore di fumetti” e gli saranno apparsi decine di nomi prima del mio, ma tutti gli altri avranno rifiutato perché magari sotto poteva esserci una fregatura.
No, la cosa non mi tornava.
– Orgoglio: perché, sì, diciamo la verità, essere chiamato da Pietro Grasso (persona che stimavo e ammiravo, ancora prima di conoscerlo personalmente) per scrivere un fumetto non è una cosa che capita tutti i giorni e di questo ero indubbiamente felice, però…
– Dubbio: ma questi signori quanto lo conoscono il fumetto? Che idea hanno del fumetto come linguaggio e di me come autore? Di preciso, cos’è che vogliono fare? Può darsi che non lo sappiano e non lo abbiano ben chiaro; quindi, la cosa migliore da fare è presentarsi, senza nessuna soggezione, mettendo subito in chiaro quello che io volevo fare e anzi, ponendolo come conditio sine qua non: io volevo raccontare una storia.
No, non è così scontato come potrebbe sembrare.
Ci sono migliaia di esempi di fumetti che non raccontano nessuna storia, soprattutto quelli legati a fatti di cronaca o ad avvenimenti storici.
Si chiamano fumetti, ma in verità sono storie illustrate, perché non hanno niente del linguaggio del fumetto che non è “testi e disegni”, ma qualcosa di più. Solitamente, in queste operazioni, si sceglie di raccontare un avvenimento storico o un fatto di cronaca e si usano dei disegni per permettere al lettore di visualizzarlo, il tutto in maniera molto didascalica, come se fosse il menu illustrato di un ristorante per turisti. Ma questo è l’esatto opposto di quello che dovrebbe fare un fumetto. Un fumetto non deve mostrare delle cose al lettore ma, al contrario, deve coinvolgerlo, facendolo entrare dentro la storia in modo da permettergli di riempire gli spazi bianchi, quelli tra vignetta e vignetta, con la sua immaginazione, andando così a completare l’opera. La potenza del fumetto non sta nelle immagini o nelle parole, ma nello spazio tra le vignette. È lì che accade la magia, è lì che, se si è fatto un buon lavoro con immagini e parole, l’immaginazione del lettore si scatena, rendendolo partecipe e non spettatore passivo della storia. Questo succede solo nel fumetto ed è per questo che il fumetto è un mezzo di comunicazione, ma direi più un linguaggio, potentissimo, estremamente coinvolgente, formativo e fondamentale, soprattutto per menti più giovani, ma non solo.
Quindi la vera risposta alla domanda iniziale è: perché il fumetto è il linguaggio perfetto per raccontare delle storie. E qui veniamo al vero punto della questione: le storie.
Quello che volevo io, era la possibilità di raccontare una storia, non di mettere in fila una sequenza di eventi e farli disegnare al disegnatore.
Sì, perché per cambiare i rapporti di forza all’interno della società è necessario cambiare l’immaginario collettivo e per cambiare l’immaginario collettivo servono delle belle storie. Niente è più efficace di una bella storia, per far sedimentare qualcosa nella mente delle persone. Le lezioni imparate a scuola ce le dimentichiamo nel corso della vita, le belle storie che ci hanno appassionato da piccoli, le ricordiamo per sempre. Su Peppino Impastato e sulla sua tragica fine sono stati scritti articoli, sono state realizzate inchieste, reportage e documentari, ma il nome di Peppino ha iniziato a circolare sulla bocca di tutti e a evocare un bisogno di lotta e di giustizia, solo dopo il film I Cento Passi. Le indagini e i processi servono per stabilire la giustizia, gli articoli e i servizi sui notiziari servono per informare, ma solo le storie sono quelle che sedimentano nella mente di chi le legge (o ascolta) restandoci per sempre.
Fortunatamente questa era anche l’idea di Alessio Pasquini, portavoce di Pietro Grasso e direttore della sua fondazione, Scintille di Futuro, che da anni pubblica libri su argomenti come la legalità e la lotta alle mafie. Da grande appassionato e conoscitore di fumetti, Alessio aveva capito la potenza del linguaggio a fumetti e voleva provare a raccontare una storia, partendo dal materiale fornito dai ricordi e dai racconti di Pietro Grasso.
E qui c’è stata la seconda svolta: non solo il materiale a disposizione era veramente immenso, ma era anche e soprattutto avvincente, appassionante e stimolante. In Italia manca da anni (forse da sempre) una vera e propria industria dell’intrattenimento (ma, se vogliamo, anche della cultura), perché se fossimo stati negli Stati Uniti, sul materiale che Alessio Pasquini e Pietro grasso hanno messo a mia disposizione, ci avrebbero realizzato almeno tre film e una decina di serie tv, tutte più belle e più interessanti della maggior parte di quelle prodotte e distribuite sulle varie piattaforme.
Con Alessio abbiamo deciso di prendere una parte di quelle storie e raccontarle dal punto di vista di un bambino prima e di ragazzino dopo. Non storie di eroi, ma di persone che hanno fatto una scelta difficile in tempi difficili. Abbiamo deciso di raccontare la vita quotidiana di chi ha scelto di combattere la mafia e di chi si trova a subire quelle scelte, senza possibilità di sottrarvisi. Abbiamo scelto di mostrare le conseguenze di tale scelte sulla vita di un ragazzino di 14 anni, che si trova a dover attraversare l’adolescenza con un padre assente perché sempre impegnato in indagini e processi e costretto a vivere sotto scorta per il rischio concreto di attentati.
Abbiamo scelto di mostrare Falcone e Borsellino come persone normali che hanno fatto delle scelte e non come supereroi a cui dedicare un monumento da spolverare una volta all’anno, in occasione delle commemorazioni delle stragi di Capaci e di via D’Amelio.
Per fare questo, ho deciso di iniziare la storia partendo da tre punti di svolta, nella vita di tre bambini. Tre storie collegate e tre punti di svolta che li porteranno incontro a un destino che li accompagnerà per sempre, attraverso eventi che modificheranno indissolubilmente la storia del nostro paese e indirizzeranno in maniera inequivocabile anche la loro vita, provando sulla loro stessa pelle cosa vuol dire scegliere da che parte stare.
Non era un’operazione facile, anzi, perché in questo genere di operazioni il rischio di diventare didascalici è sempre elevatissimo.
Io ce l’ho messa tutta per evitarlo e spero sinceramente che sia venuto fuori un bel fumetto.
Se così fosse, gran parte del merito è senza dubbio degli splendidi disegni di Loris DeMarco che meriterebbero un discorso a parte, da quanto sono belli e centrati sul tipo di storia che volevamo raccontare e sul modo migliore per farlo.
Buona lettura.
Emiliano Pagani
