Ai confini dell’identità: i senza terra

Diritti in capo agli autori

Carmelo Bisucci, Independent Researcher; last academic affiliation: University of Catania.

E-Mail: carmelobisucci11@gmail.com

doi: 10.14672/VDS20256PR19

(https://levocidisophia.it/2025/12/10/ai-confini-dellidentita-i-senza-terra/)

(https://www.doi.org/10.14672/VDS20256PR19)

First received article: 10 November 2025 Initial editorial revision required before peer review: 11 November 2025 First review outcome: 12 November 2025 Second review outcome: 24 November 2025 Revised article received: 8 December 2025 First online publication: 12 December 2025

Qui il sesto numero della rivista.

Abstractus (en)

The text explores the concept of identity and the condition of statelessness, understood as the loss of belonging and of fundamental rights. Through a historical, legal, and philosophical analysis, it examines the causes and consequences of being without a homeland, from the Nansen passport to international conventions. The essay reflects on the meaning of borders and the idea of the “enemy,” drawing on Derrida, the myth of Romulus, and the Iliad. Central is Hannah Arendt’s view that the stateless person is “without the right to have rights.” The example of the Jewish people illustrates the long history of a dispersed yet resilient identity. The lives of Luis Sepúlveda and István Nyers embody, in modern times, exile and the search for self. Like Sisyphus, the stateless individual struggles to affirm their “I was born” in a world that still chooses not to see them.

Keywords: Identity, Statelessness, Border, Human rights, Belonging.

Abstractus (it)

Il testo esplora il concetto di identità e la condizione di apolidia, intesa come perdita di appartenenza e di diritti fondamentali. Attraverso un’analisi storica, giuridica e filosofica, si esaminano le cause e le conseguenze dell’essere senza patria, dal passaporto Nansen alle convenzioni internazionali. Il saggio riflette sul valore dei confini e sul concetto di “nemico”, richiamando Derrida, il mito di Romolo e l’Iliade. Centrale è il pensiero di Hannah Arendt, per cui l’apolide è “senza il diritto di avere diritti”. L’esempio del popolo ebraico mostra la lunga storia di un’identità dispersa ma resiliente. Le vicende di Luis Sepúlveda e István Nyers incarnano nell’età moderna l’esilio e la ricerca di sé. Come Sisifo, l’apolide lotta per affermare il proprio “io sono nato” in un mondo che ancora lo ignora.

Keyword: Identità, Apolidia, Confine, Diritti umani, Appartenenza.

Piccolo Preambolo

Oggi il dibattito accademico ma anche sociale ritiene l’identità spesso un qualcosa di poco definibile, mutevole e labile. Tale concetto ha subìto variazioni di significato in conseguenza di molteplici fattori e rivolgimenti storici, sociali e politici. Se nell’Ottocento l’identità statale era praticamente alla stessa stregua di un mito, dal sapore patriottico, da conoscere e rivendicare, ai nostri giorni, in un mondo globalizzato e multiculturale, in cui gli stati hanno perso molta della forza identitaria, questa parola si è più incentrata sul personale, sull’individuo, con risvolti anche sfumati e confusi. Eppure, la storia e l’uomo non stanno fermi: tanto il passato quanto il presente sono cruciali nel ricordarci che l’identità non è per forza un’etichetta da evitare, che ci limita, ma al contrario ci definisce in modo chiaro e netto, ci chiama per nome potremmo dire. Chi è cittadino europeo non ha mai pensato che, come tale, non possa anche essere italiano, francese o portoghese. Un dato di fatto confermato e corroborato anche dalle lingue, da sempre indicatore di nazionalità e appartenenza, veicolo di assistenza sociale ed economica, di indirizzo e riferimento da parte dello stato di cui si è figli. Eppure, sappiamo che ci sono molti esempi nella storia di persone che non si sono potute riconoscere in una nazione, per i più svariati motivi. Sono gli apolidi, dal greco a-polis (alpha privativo “non, senza” e città) gli individui senza stato, senza cittadinanza.

La giurisprudenza in materia

Cerchiamo di comprendere anzitutto che cosa vuol dire l’apolidia. Il primo vero tentativo di risoluzione di questa condizione fu il cosiddetto passaporto Nansen (dal nome del suo ideatore, il Nobel per la Pace Fridtjof Nansen), che all’indomani della Grande Guerra, nel 1922, convinse il parlamento norvegese e la Società delle Nazioni ad adottare questo documento per chi si ritrovava esule di guerra o rifugiato. Circa 450 mila persone ne usufruirono per emigrare in un altro Paese in modo sicuro[1]. Ne beneficiò anche un celeberrimo pittore, Marc Chagall.

La Convenzione di New York del 28 settembre 1954, entrata in vigore in Italia con legge 1° febbraio 1962, n. 306, è invece il primo ufficiale tentativo di risoluzione del fenomeno, oltre a darne una definizione precisa. Stabilisce che l’apolide è “una persona che nessuno Stato, in base al proprio ordinamento giuridico, considera come proprio cittadino”[2]. L’apolidia può inoltre essere originaria o successiva.

A) Si ha apolidia originaria, quando fin dalla nascita la persona è apolide.

B) Si ha apolidia successiva, quando la persona perde la cittadinanza che aveva in precedenza senza avere o acquisire la cittadinanza di un altro Stato, a causa di una manifestazione di volontà propria o altrui o di una nuova normativa o comunque di un atto dei pubblici poteri.

Naturalmente, gli stati convengono nel limitare al minimo la sussistenza di questi casi, come previsto dalla Convenzione del 30 agosto 1961 sulla riduzione dell’apolidia (entrata in vigore il 13 dicembre 1975) nel quale si afferma che una persona non può essere privata della propria nazionalità per motivi razziali, etnici, religiosi o politici[3], pensando a leggi apposite. Ma tale convenzione, sottoscritta solamente da ventinove nazioni, non è mai stata davvero tradotta in un organismo volto all’ottemperamento di questo scopo; ci ha pensato invece l’ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) con la Risoluzione 3274 XXIX[4].

Questo organismo ha rintracciato frequentemente il fenomeno dell’apolidia in particolare in quei cittadini che si ritrovano esuli da stati dove è vigente un regime autoritario-fascista o socialista e ne ha delineato precisamente le possibili cause e ipotesi[5]. Due casistiche emblematiche hanno riguardato da vicino il nostro Paese: sono stati molti gli esuli antifascisti durante il regime, come erano numerosi coloro che scappavano dall’allora italiana Istria, cancellati come popolo dalla Jugoslavia del maresciallo Tito. Proseguendo con la linea del tempo verso i nostri giorni, si è presentato spesso lo scenario di profughi di guerra. I palestinesi si sono ritrovati senza patria a partire dall’occupazione israeliana a seguito della guerra dei sei giorni del 1967, abbandonati in gran parte sia dalla Giordania che dall’Egitto, stati che rinunciarono ad amministrare rispettivamente Cisgiordania e Gaza[6], argomento su cui torneremo (Vercelli, 67). Analogamente è avvenuto nei sanguinosi scontri tra i Paesi dell’ex Jugoslavia, o in Ruanda, dove sono state sistematiche le pulizie etniche e la mancanza deliberata di documenti per chi fuggiva[7]. A livello europeo, le norme che trattano e tutelano gli apolidi sono:

  • il Regolamento (CEE) 14 giugno 1971, n. 1408, relativo all’applicazione dei regimi di sicurezza sociale ai lavoratori subordinati, ai lavoratori autonomi e ai loro familiari che si spostano all’interno della Comunità;
  • la Direttiva del Consiglio del 20 luglio 2001, n. 55, sulle norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell’equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono gli sfollati e subiscono le conseguenze dell’accoglienza degli stessi;
  • la Direttiva del Consiglio del 27 gennaio 2003, n. 9, recante norme minime relative all’accoglienza dei richiedenti asilo negli Stati membri;
  • la Direttiva del Consiglio del 22 settembre 2003, n. 86, relativa al diritto al ricongiungimento familiare;
  • la Direttiva del Consiglio del 29 aprile 2004, n. 83, recante norme minime sull’attribuzione a cittadini di Paesi terzi o apolidi della qualifica di rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta[8].

Le leggi italiane, oltre all’articolo 22 della Costituzione[9], sono invece le seguenti:

  • la Legge 5 febbraio 1992, n. 91, recante nuove norme sulla cittadinanza;
  • la Legge 31 maggio 1995, n. 218, legge di riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato;
  • il D. lgs. 25 luglio 1998, n. 286, Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina della immigrazione e norme sulla condizione dello straniero;
  • l’art. 17 del D.p.r. 12 ottobre 1993 n. 572 (Regolamento di esecuzione della legge 5 febbraio 1992, n. 91, recante nuove norme sulla cittadinanza),
  • gli artt. 9 e 11 del D.P.R. 31 agosto 1999, n. 394 (Regolamento recante norme di attuazione del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, a norma dell’articolo 1, comma 6, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286), come modificato dal regolamento approvato con D.P.R. 18 ottobre 2004, n. 334[10].

Ognuna delle norme comunitarie e nazionali di riferimento fa sempre da “sovrascrittura” di quella Convenzione di New York su menzionata, di cui torniamo a parlare in quanto cruciale nel restituire dei diritti fondamentali che un cittadino senza patria altrimenti perderebbe irrimediabilmente. Vale la pena, perciò, riportare alcuni dei suoi articoli, interessanti in questa sede:

Articolo 4. Religione: Gli Stati Contraenti concedono agli apolidi, sul loro territorio, un trattamento almeno tanto favorevole quanto quello concesso ai propri cittadini per ciò che concerne la libertà di praticare la religione e la libertà d’istruzione religiosa dei figli[11].

Articolo 10. Continuità della residenza:

  • 1. Se, durante la Seconda Guerra Mondiale, un apolide è stato deportato e trasferito sul territorio di uno Stato contraente e vi risiede, la durata di questo soggiorno forzato è computata come residenza regolare su detto territorio.
  • 2. Se, durante la Seconda Guerra Mondiale, un apolide è stato deportato dal territorio di uno Stato contraente e vi è ritornato prima dell’entrata in vigore della presente Convenzione per stabilirvi la sua residenza, il periodo che precede la deportazione e quello ad essa successivo sono considerati come un solo periodo ininterrotto, per tutti i casi in cui è richiesta una residenza ininterrotta[12].

Articolo 13. Proprietà mobiliare ed immobiliare: Gli Stati Contraenti concedono a ciascun apolide un trattamento quanto favorevole possibile e, in ogni caso, un trattamento non meno favorevole di quello concesso, nelle stesse circostanze, agli stranieri in genere per quanto concerne l’acquisto della proprietà mobiliare ed immobiliare ed i diritti a ciò relativi, nonché i contratti di locazione e gli altri contratti concernenti la proprietà mobiliare ed immobiliare[13].

Articolo 14. Proprietà intellettuale ed industriale: In materia di protezione della proprietà industriale, segnatamente di invenzioni, di disegni, di modelli, di marchi di fabbrica, di nome commerciale, ed in materia di protezione della proprietà letteraria, artistica e scientifica, ciascun apolide fruisce, nello Stato in cui ha la sua residenza abituale, della protezione concessa ai cittadini di detto paese. Nel territorio di uno qualsiasi degli altri Stati Contraenti, egli fruisce della protezione concessa in detto territorio ai cittadini dello Stato in cui ha la sua residenza abituale[14].

Articolo 15. Diritto d’associazione: Per quanto concerne le associazioni a scopo apolitico e non lucrativo e i sindacati professionali, gli Stati Contraenti concedono agli apolidi che risiedono regolarmente sul loro territorio un trattamento quanto favorevole possibile e, in ogni caso, un trattamento non meno favorevole di quello concesso, nelle stesse circostanze, agli stranieri in genere[15].

Articolo 16. Diritto di adire i tribunali:

  • 1. Ciascun apolide può adire liberamente i tribunali sul territorio degli Stati Contraenti.
  • 2. Nello Stato Contraente in cui ha la sua residenza abituale, l’apolide fruisce dello stesso trattamento concesso ai cittadini di detto Stato, per ciò che concerne il diritto di adire i tribunali, comprese l’assistenza giudiziaria e l’esenzione dalla cautio judicatum solvi.
  • 3. Negli Stati Contraenti in cui non ha la sua residenza abituale, l’apolide fruisce, per quanto concerne i diritti previsti nel paragrafo 2, dello stesso trattamento concesso ai cittadini del paese in cui ha la sua residenza abituale[16].

Questi articoli fanno ben capire come gli apolidi, di fatto, sarebbero dei fantasmi senza nessuna voce in capitolo, se non si fosse messa in moto la macchina delle Nazioni Unite in loro favore. Oltre a ciò, sono materia della Convenzione del 1954 anche le professioni dipendenti e indipendenti con permesso di soggiorno (artt. 17[17]-18[18]), alloggio (art. 21[19]), pubblica educazione (art. 22[20]), assistenza pubblica, lavoro e sicurezza sociale (artt. 23[21]-24[22]), libera circolazione (art. 26[23]), documenti d’identità (art. 27[24]) e naturalizzazione (artt. 32[25]).

Tu sei il mio nemico

Dopo aver delineato la figura dell’apolide definendolo e dando un quadro delle legislazioni emanate in suo favore, si pone necessaria un’inquadratura storico-filosofica del perché ci sono gli apolidi e l’origine di questa condizione. Per questa ragione, vanno introdotti i concetti di limite e confine, e di conseguenza di nemico. Un’opera di Jacques Derrida si chiama Schibboleth e prende il suo nome da una parola dell’antico ebraico. Significa spiga, con un rimando evidente a un augurio di fecondità. Per la particolare pronuncia delle consonanti tipica di quell’ebraico, questo termine permetteva di scoprire il nemico. Nel libro biblico dei Giudici, viene raccontata la guerra di Jefte contro Efraim, combattuta all’altezza del guado del fiume Giordano. I Galaaditi di Jefte, infatti, riuscivano a riconoscere gli Efraimiti, i quali avevano necessità di attraversare il fiume, con questa tattica[26]:

  • 5) I Galaaditi intercettarono agli Efraimiti i guadi del Giordano; quando uno dei fuggiaschi di Efraim diceva: “Lasciatemi passare”, gli uomini di Gàlaad gli chiedevano: “Sei un Efraimita?”. Se quegli rispondeva: “No”,
  • 6) i Galaaditi gli dicevano: “Ebbene, di’ Scibbolet”, e quegli diceva Sibbolet, non sapendo pronunciare bene. Allora lo afferravano e lo uccidevano presso i guadi del Giordano. In quella occasione perirono quarantaduemila uomini di Efraim[27].

Schibboleth si tramuta dunque in una trappola mortale, uno scioglilingua fonetico che traccia una linea netta tra chi è amico e chi è nemico, tra chi sta da una parte e chi dall’altra. Sostanzialmente, quella parola è questione di vita o di morte e non solo il permesso per poter guadare, è una strada sbarrata con un pedaggio linguistico da pagare[28]. Derrida sottolinea bene come la parola sia capace di costruire relazioni ma anche di distruggerle, perché quando funge da riconoscimento dell’hostis, sa essere ambigua e diventare sentenza[29]. Lo straniero, l’altro da me che non parla come me o che ha un altro colore di pelle, colui che pronuncia non schi ma si, fa in modo che quella legge dell’ospitalità tanto cara al mondo greco romano, diversa ma pur presente anche nelle leggi mosaiche, diventi una questione etica e che dunque riguarda tutti[30].  Da questo esempio si evince come una persona possa essere ostile per un’altra e per questo debba essere eliminata fisicamente; ma c’è sempre chi rimane, gli esuli, i prigionieri, gli sconfitti che in quanto tali non hanno più casa né una patria, rimanendo perciò trasparenti, apolidi, prigionieri del mondo e di una terra che gli è stata strappata di mano. Il libro dei Giudici racconta di un arco temporale che va circa tra i secoli XV-XI a.C., in cui non possiamo parlare propriamente di nazione per come intendiamo oggi questa istituzione, ma i popoli tracciavano già dei confini, la lingua era sicuramente uno dei discrimini per limitare e selezionare vicini e lontani, o come diremmo noi, connazionali e stranieri. Di certo, non è solo la Bibbia a parlare di limes. Anche il mito fondativo di Roma ne costituisce un esempio emblematico, con Romolo che uccide il fratello gemello Remo, reo di aver attraversato il confine sacro della nuova città, perché “così, d’ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura”. Ecco fin dove si spinge la difesa dei confini, che pur importanti per definirci, possono portare gli uomini a un atteggiamento di intolleranza e non di rispetto, facendo diventare il limes un limen, limite. Ma questo è, almeno sulla carta, un caposaldo della nostra cultura occidentale. Non così avveniva e si pensava in passato. Guardando ai poemi omerici, nell’Iliade, la natura conflittuale dei rapporti tra quelle città-stato micenee (non ancora poleis) non era visto come qualcosa da evitare o per cui inviare ambasciate, ma un sano esercizio di virtù e umanità[31]; conseguentemente, il nemico troiano è ancor più possibilità di mettere in pratica questa discordia eroica e, chi veniva conquistato, di certo non poteva più dirsi cittadino di quella sua patria. Rimanendo in tema poemi classici, il protagonista dell’Eneide Enea, coi suoi compagni e il figlio, è a tutti gli effetti un apolide: la sua città, Troia, è stata rasa al suolo dagli Achei, Enea ha perso la sua patria, e avrà il compito di fondarne una nuova, per perpetrarne la storia e la gloria. I greci non avrebbero mai accettato una definizione del genere: per loro Enea sarebbe uno che parla bar bar, un barbaro, uno straniero anche considerabile inferiore per lingua e costumi. Ma Enea non era uno straniero per la sua città, che aveva tragicamente perduto. Era uno straniero sconfitto e ucciso anche Polinice, perché assediava Tebe insieme ad Eteocle (i due si sono uccisi a vicenda) e aveva perso diritto di cittadinanza, secondo il nuovo re della città, Creonte, che così vieta la sepoltura di Polinice. Antigone, sua sorella, non ci sta e disobbedisce, rendendogli onore funebre e per questo viene esiliata in una grotta[32]. Dopo traversie dialettiche, Creonte viene fatto desistere sia da Emone, il figlio promesso sposo della ragazza, e da sua moglie Euridice, ma la grazia arriva troppo tardi, perché Antigone si è data la morte[33]. Questa doppiezza di prospettive descrive perfettamente il quadro entro cui si manifesta la perdita della propria identità sociale, civica e politica: chi l’ha causata vede solo un nemico che deve sparire o assoggettarsi ai vincitori; il vinto non ha più una casa, una madrepatria, diviene estraneo nella propria terra, privato di tutto smarrisce pure la sua identità e molto spesso vaga senza una meta. Una doppiezza storica, mai passata veramente, che rende l’uomo una cosa, un oggetto senza diritti né dignità.

Una filosofa che ha ben vissuto, a suo dire, questa condizione sulla propria pelle è Hannah Arendt, che si autodefinì un’apolide, una sradicata sia dalla politica che dalla cultura[34] e non solo per essere ebrea. Già convinta che la solitudine sia la base del mondo della sua epoca piena di scontri e crimini[35] (anche oggi la situazione non sembra di molto cambiata) specie nella sua opera, Le origini del totalitarismo, tende a sottolineare come l’apolidia sia all’origine delle dittature totalitarie, perché mancando la cittadinanza la persona apolide manca del diritto di avere diritti[36]. Gli apolidi possono essere paragonati ai βαρβαρος dell’antica Grecia o, ancora, ai selvaggi dell’età moderna[37]. Provvede anche ad enumerare alcuni degli apolidi più vessati del dopoguerra, incluso quelli post Prima guerra mondiale, come gli Heimatlose, profughi per il dissolvimento dell’Austria – Ungheria dal 1919[38]; gli armeni[39], vittime di un genocidio che ha causato milioni di vittime crocifisse nella zona del Nagorno-Karabakh. Arendt sottolinea pure come sia peggiorata anche nominalmente la situazione di queste persone, che dopo la strage del secondo conflitto mondiale, sono noti come “displaced people”[40]. Accusa i governi nel mondo di aver adoperato due rimedi che sapevano non avrebbero risolto nulla, il rimpatrio e la naturalizzazione, visto che non si poteva stabilire in che Paese potessero essere destinati, a causa della riluttanza mostrata anche dalle nazioni d’origine di questi profughi e per il loro numero[41] (prima del 1939 in Francia gli apolidi erano il 10% del totale[42]) e quanto ormai fosse un’arma sfruttata in guerra[43] e conveniva quasi rimanere apolidi piuttosto che prendere cittadinanza. Sono metodi di assimilazione che presentano molti contro, come l’eliminazione di confini, di limiti e spazio[44], che invece sono fondamentali nel diventare davvero cittadini di uno stato, per un’integrazione sana. Emerge nitidamente la cancellazione praticamente civica, politica e sociale cui queste persone vanno incontro, perché per Arendt è lo spazio pubblico dell’agire politico a cui tutti devono poter partecipare e con cui si esprima opinione e capacità critica e l’assenza di tale spazio aliena e deresponsabilizza[45].

Il popolo apolide della storia: gli ebrei

Ci addentriamo verso un esempio concreto di apolidia, l’esempio storico più noto e uno dei più travagliati, quello del popolo ebraico. Si richiama giocoforza una specie di rassegna storiografica per poter inquadrare il fenomeno. Anzitutto, quello che oggi è lo Stato di Israele, lo stato del popolo ebraico non ha quasi nulla a che fare con l’originario biblico. Gli stessi ebrei non nascono in quello che oggi è Israele, né con quello in cui andranno ad abitare anche dopo numerose guerre. Sappiamo infatti che Abramo era di Ur, una città stato della Mesopotamia in cui erano stanziate diverse popolazioni semitiche[46]. Potremmo dire che in realtà gli ebrei nascono ufficialmente come popolo in Egitto, probabilmente dopo una migrazione di un popolo semita sulle sponde del Nilo intorno al XIII secolo a. C. Poi un faraone, identificato forse in Ramses II, riduce in schiavitù gli ebrei, adoperandoli come costruttori di città e ordinando l’uccisione dei primogeniti maschi. Qui c’è la prima grande dispersione di questo popolo[47]. Mosè riporta i suoi nella Terra Promessa, ma dopo aver ricevuto la Torah sul Monte Sinai, dunque ancora in Egitto[48]. In sostanza, la Terra Promessa non è il ritorno al luogo d’origine, ma è un dono divino, frutto di un’alleanza già stretta da Dio con Abramo, la cui discendenza sarebbe stata innumerevole come le stelle[49]. Una terra che in Genesi viene identificata con la terra di Canaan[50], ma che poi, qualche capitolo dopo, viene definita “dal torrente d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate”[51], torrente d’Egitto di difficile identificazione, perché si riferisce al Nilo o al Bessor, torrente vicino a Gaza. Nell’Esodo i confini cambiano ancora, includendo il Mar Rosso e il mare dei Filistei, col deserto e di nuovo l’Eufrate[52]. Questi ultimi vengono riaffermati sia nel libro dei Numeri[53] che in quello del Deuteronomio[54], dove è chiaro il riferimento agli israeliti, cioè ai discendenti di Giacobbe, uno dei patriarchi e figlio di Isacco, che fu ribattezzato Israele, forte davanti a Dio, per il suo coraggio nell’aver lottato con lui.

Tutto questo ci fa capire come fosse difficile interpretare nel modo corretto i limiti che questo popolo doveva tracciare, anche in considerazione del fatto che il primo pezzo di terra che Abramo aveva acquistato in Canaan illo tempore per seppellire sua moglie Sarah era a Ebrom[55], più vicina all’attuale Cisgiordania, città in cui sono a loro volta allocate le tombe dei patriarchi (lo stesso Abramo, Isacco e Giacobbe) e che sarà la capitale del regno di Davide (ca 1000-970 a.C.) con cui poi viene conquistata la fortezza di Sion, nucleo originale della città di Gerusalemme (da Sion deriva appunto sionismo). Dunque, per gli ebrei di Mosè e Giosuè la situazione era cambiata. Soprattutto gli ebrei perdono progressivamente quella unione che li aveva contraddistinti nell’uscita dalla schiavitù. Il regno dura circa un secolo (Saul, Davide, Salomone)[56], deve fare i conti con numerose minacce (i Filistei a sud della striscia di Gaza, gli Assiri dal nord, i Babilonesi a est e gli egizi da sud-ovest). Israele è circondato e diviso al suo interno, perché dopo Salomone i regni diventano due, quello d’Israele al nord e quello di Giuda a sud. Entrambi verranno distrutti, rispettivamente dagli Assiri (722 a.C.) e dai Babilonesi di Nabucodonosor, che distrusse il tempio di Gerusalemme e deportò gli ebrei (586 a.C.)[57].

Questa situazione tragica, di nuovo di cattività, cambia tre anni dopo, quando Ciro il Grande imperatore di Persia conquista Babilonia e consente agli ebrei di tornare nella loro terra e di ricostruire il proprio tempio[58]. Sorprendentemente però, non tutti partono, formando così quel gruppo della prima diaspora, della dispersione, che sarà l’inizio di una storia fuori dalla Terra Promessa, con accademie rabbiniche e la stesura del Talmud. E quando nel 70 d.C. viene distrutto il secondo tempio di Gerusalemme, la diaspora prende ancora più corpo, divenendo massiccia il secolo dopo: l’Impero Romano sedò una rivolta (132-135 d.C.) molti ebrei furono venduti come schiavi o fuggirono, mentre l’imperatore Adriano rinominò la provincia di Giudea come Siria-Palestina (pelištīm è il nome antico dei Filistei) cancellando di fatto la nazione ebraica[59].

Cosmopoliti senza terra, studiosi nell’analfabetismo

Ammesso che si possa definire quello che è il “carattere” di un popolo o di una popolazione, sembra quasi che il tratto distintivo della popolazione ebraica sia quello di finire col trovarsi un po’ ovunque, prendendo il nome di aschenaziti, sefarditi, mizrahi[60] (rispettivamente Germania, Spagna e Oriente) ma incasellarli in queste zone è quantomeno improprio, visto che nel corso dei secoli tutti questi gruppi si spostano, tra Italia, Olanda, impero ottomano, Polonia, Ucraina. In un’epoca in cui essere cittadini del mondo era un difetto, perché venivi considerato un infedele o una spia, gli ebrei sono ovunque pur senza essere un popolo unito e in mancanza di una terra propria. Questa presenza a macchia d’olio non era però sempre per loro volontà. Infatti, i sefarditi, che erano numerosi in Spagna, furono oggetto di saccheggi e incendi dei loro quartieri sul finire del 1300, come anche di processi e condanne per eresia[61]. E questo non solo perché non cristiani, o perché ritenuti responsabili morali e storici della morte di Cristo, ma anche perché il loro modo di stare nella società era malvisto dagli altri. Dal soprannome marrani (maiali dallo spagnolo) si arriva alla loro cacciata dalla penisola iberica, nel 1492[62], su pressione non solo di Ferdinando II di Castiglia, ma anche di Tomas de Torquemada, inquisitore tra i più spietati della storia. Gli ebrei diventano un capro espiatorio: la peste del 1348 è colpa loro, sono loro gli untori secondo tutti. Anche quando tentarono di vivere in zone dell’est europeo la situazione non fece altro che peggiorare, perché furono attuati i pogrom, rivolte antisemite mirate per distruggere case e massacrare[63]. Quel che bisogna capire è che gli ebrei vengono visti anche come oziosi e malvagi calcolatori. L’antisemitismo è un sentimento diffuso in ogni livello: basti pensare a cosa scrisse di loro sul Dizionario filosofico un certo Voltaire:

Non troverete in loro che un popolo ignorante e barbaro, che unisce da tempo la più sordida avarizia alla più detestabile superstizione e al più invincibile odio per tutti i popoli che li tollerano e li arricchiscono[64]

Ora, è evidente che tra tanto peregrinare e una forte ostilità gli ebrei abbiano anche trovato delle oasi di pace, dove potersi esprimere liberamente. Ma il punto è che non sono mai stati propensi a integrarsi. Facevano sempre comunione fra di loro, ma non si sentivano mai come degli ospiti ben accolti; erano come dei rifugiati, in una bolla. Sapevano che la loro patria era un’altra e quella nostalgia mista ad orgoglio non li rendeva mai troppo simpatici agli sguardi altrui. Non avevano bisogno di nessuno, anche perché rispetto alla stragrande maggioranza erano nettamente più acculturati, non semplicemente alfabetizzati. La Bibbia non è solo il testo sacro, ma quel libro che conteneva tutte le risposte per potersi muovere nel mondo e nella vita, e se la risposta non fosse arrivata, lo studio l’avrebbe comunque fatta emergere. Studiare è una missione per gli ebrei, non solo una questione di fede, e le scuole nei loro quartieri erano sempre presenti. Tuttavia, anche qui non mancarono frizioni: non potevano coltivare e possedere terre, al massimo potevano diventare medici, perché molti testi della materia erano di Avicenna, un arabo, e l’arabo è una lingua semitica esattamente come l’ebraico. A Roma nel 1500 potevano commerciare nell’abbigliamento, ma la professione che è passata alla storia per essere loro accostata è quella del prestito a usura. La Bibbia vieta tale pratica tra cristiani e pure tra ebrei[65], ma questi ultimi lo potevano prestare a chi non era ebreo. Quando spesso si ritrovavano a non poter possedere neanche case nei loro ghetti, l’unica cosa che rimaneva da fare era investire in oro e denaro. E se avessero avuto problemi, avrebbero saputo di poter contare sui loro fratelli, in ogni parte del mondo, con una solidarietà che faceva invidia. Questo loro arricchirsi senza praticamente essere lavoratori in senso stretto contribuì a farli vedere come delle sanguisughe. Di qui l’astio nei loro riguardi, che rimaneva impunito perché tanto si trattava di persone senza terra, senza patria, senza un apparato amministrativo di sorta né un esercito. Un popolo atipicamente identitario e patriottico, pur senza Israele, pur senza essere così numerosi né senza una storia di imperi o regni potenti. Un poeta tedesco, Heinrich Heine, ha detto che la Bibbia è come una “patria portatile” per gli ebrei[66], ed è stato questo libro di libri a unire e aiutare il popolo senza terra, insieme a tutta la tradizione orale e scritta conservata e tramandata nelle scuole e nelle sinagoghe dai rabbini. La Bibbia veniva studiata, ogni interpretazione veniva vagliata e discussa attivamente, ragionandoci anche per anni. Gli ebrei erano semplicemente avanti rispetto a tantissime persone che non sapevano nemmeno scrivere una lettera.

È evidente però che molti di loro avevano nostalgia di quella casa, di quella Terra Promessa, il ritorno che viene definito aliyah, la risalita. Qualcuno tra i sefarditi ci aveva provato, dopo la cacciata dalla Spagna e aiutati da altri fratelli riuscirono anche[67]. Ma sono ancora piccoli tentativi, semi di quelli che diventeranno i sionismi. Plurale, perché alcune scuole ritenevano si dovesse aspettare il Messia per riguadagnare la Terra che il Signore ha preparato per loro da secoli, altre invece non erano d’accordo; c’era chi voleva ricostruire il Tempio a Gerusalemme, chi invece riteneva bastassero le sinagoghe. Fino ad arrivare a fine Ottocento, quando Theodor Herzl fa divenire, influenzata dalla temperie dell’epoca, politico e nazionalista questo desiderio, portando numerosi ebrei a essere pure antisionisti[68]. Sarà poi l’Olocausto a cambiare per sempre il corso degli eventi, nel bene e nel male, ridando una patria al popolo apolide più influente della storia.

L’apolidia nella cultura di massa 

Nell’essere come esiliati dal mondo, messi tra parentesi, gli apolidi sono però capaci di far valere la propria voce. Il fenomeno non era molto considerato, fu solo dopo la Seconda guerra mondiale che si scoprì agli occhi del mondo non solo la storia degli ebrei, ma anche quella di innumerevoli persone che avevano perso la propria nazionalità per i risvolti politici del nuovo ordine globale. Sicuramente l’Olocausto fece aprire gli occhi sulle condizioni di chi, vessato da guerre e totalitarismi, si ritrovava ai margini del mondo sprovvisto di tutto e pure di un documento d’identità. Ci sono poi dei personaggi che hanno contribuito, con le loro storie personali, a dare un quadro dell’apolidia attraverso il modo in cui ci avevano convissuto, o come l’avevano superata. Sono storie di due uomini noti per motivi diversi al pubblico, che quindi hanno permesso con una prospettiva particolare, quella della notorietà, di raccontare la propria storia: il primo è un poeta, che ha vissuto per 31 anni in questa terra di nessuno; l’altro è un calciatore che apolide, forse, lo è rimasto per tutta la vita. Luis Sepùlveda racconta la sua drammatica esperienza in un libro, Storie ribelli, dove inizia a narrarci di quando, vivendo ad Amburgo, una mattina si presenta al consolato cileno per il rinnovo trimestrale del suo passaporto[69]. È il 1986, e in Cile vige ancora la feroce dittatura di Pinochet, la quale lo ha costretto a lasciare il proprio Paese nel 1977 dopo averlo incarcerato due volte; solo Amnesty International gli evita una condanna a vent’otto anni di galera per attività sovversiva. E non solo, il passaporto dello scrittore è contrassegnato da una lettera L: con essa, il generale cileno consente a Sepúlveda di viaggiare in tutto il mondo, tranne che in patria. Il motivo è chiaro: la sua attività di sostegno ai partiti di sinistra e democratici sono da contrastare senza indugi[70] e “Pinochet aveva steso una lista di 86 cileni in esilio, sottoscritto compreso, e ci aveva privato tutti della nazionalità cilena”[71]. L’autore continua:

Consegnai il passaporto spiegando che volevo rinnovarlo, mi stupii che tardassero tanto a restituirmelo, finché non mi si parò davanti un impiegato insieme a due gorilla della sicurezza. “Lei non ha diritto al passaporto cileno. Viste le sue attività sovversive e antipatriottiche le è stata ritirata la nazionalità. Può andare.” È dura la condizione di apolide. Mi ci vollero mesi a ottenere dall’Onu il passaporto azzurro degli apolidi, documento che alle frontiere nessun poliziotto conosce e che ti fa finire ultimo negli aeroporti. Apolide vuol dire essere doppiamente paria[72].

Luis Sepulveda si sente un reietto, ma non demorde. Pur minacciato, continua la sua attività di scrittore e quella contro la dittatura del suo Cile. Negli anni prenderà poi la cittadinanza tedesca, scrollandosi di dosso quella polvere che da apolide sentiva addosso[73]. Tuttavia, quell’amore per la sua terra attende ancora la grazia di ritornare a essere cileno, persino dopo la caduta della dittatura, ci saranno promesse non mantenute e delusioni cocenti. Una grazia che arriva solo trentuno anni dopo, nel 2017, durante i suoi ultimi quattro anni di vita. Il console cileno a Madrid sbriga la pratica per lui e la moglie “con applicato il provvedimento di restituzione e stavolta, insieme a luogo e data di nascita, si leggeva: Nazionalità: cilena”[74].  

Il secondo caso che andremo ad analizzare è quello di un calciatore noto al grande pubblico perché ha giocato per molti anni nel nostro massimo campionato, soprattutto nelle fila dell’Inter. Il suo nome è già un problema: per ora è solo Istvan, il cognome è sicuramente Nyers. Una persona che nella vita cambia nome per tre volte non può che essere un agente sotto copertura. Lui era invece soltanto un calciatore. La famiglia Nyers è originaria dell’Ungheria settentrionale a maggioranza rom (al confine con la Slovacchia). Ad inizio anni Venti è costretta ad emigrare: per alcuni gruppi etnici tira una brutta aria. La meta è la zona mineraria della Lorena, dove papà Nyers trova lavoro. Qui c’è un paesino francese, Freyming-Merlebach, dove nasce Istvan Nyers. La crisi economica costringe la famiglia a far ritorno in Ungheria, nella città di Subotica che è un’altra terra di confine. È un crogiolo di etnie e religioni, contesa da secoli da serbi e ungheresi. L’approccio col calcio di Istvan è un campetto di periferia. Le cartelle piene di libri sono le porte dove tirare con un pallone di stracci[75]. Ma la vita pone molte difficoltà sulla strada del giovane: nel 1946, quando sta iniziando a brillare in patria come ala sinistra, il suo Paese è sotto la dittatura comunista e non fa passare nessuno alla frontiera. Nyers mal sopporta il clima che si respira, vuole giocare liberamente e ribelle com’è, fa come molti (anche calciatori) ungheresi e cecoslovacchi dell’epoca: cerca di scappare, insieme con la moglie. Qui la ricostruzione dei fatti si fa complicata: infatti prima si accasa in un club boemo, ma anche lì le pressioni dell’URSS lo mettono in difficoltà, visto che ha perso la nazionalità ungherese, mentre la sua squadra gli straccia il passaporto pur di non farlo partire. E allora è costretto a fuggire di nuovo: sembra sia saltato su un camion militare cecoslovacco diretto verso Praga, ma che le autorità abbiano cercato di farlo scendere. Il giovane mette a rischio la sua vita e la sua carta d’identità pur di andare a giocare per lo Stade Francaise, neopromosso nella prima divisione francese, perché il suo allenatore, Helenio Herrera, gli ha offerto un contratto. Nyers riesce nell’impresa ed è per sempre nella lista nera del governo magiaro e pure di quello cecoslovacco. In Francia cambia nome, diventando Etienne e conquista i tifosi a suon di gol. Rimane due anni, e avvia le pratiche per la cittadinanza francese, quando arriva un dirigente dell’Inter. Nuovo trasferimento, è il 1948 e nuovo nome. Dopo aver visto la traduzione di Istvan nel francese Etienne, a Milano non può che diventare Stefano, perché il calciatore apolide ha tre lingue per potere essere nominato. Ed è proprio all’ombra della Madonnina che, rivelandosi una macchina da gol, attira i riflettori su di sé. Gli viene proprio chiesto di che nazionalità sia, essendosi scoperte le sue peripezie. Nyers è schietto: io sono apolide. Alla domanda su che cosa volesse dire, il calciatore dice che è una parola greca che indicava il non avere una patria. Si è sempre in fuga, sempre da un’altra parte, afferma senza tentennamenti. Rimane all’Inter sei anni, segnando con una media da capogiro e negli ultimi due, quelli in cui conquista due scudetti, ha il mal di pancia: o mi ritoccate l’ingaggio o me ne vado. Nel frattempo, lui giocava d’azzardo. Quando il presidente nerazzurro Carlo Masseroni risponde picche, Stefano torna Istvan e col suo passaporto apolide scappa in Jugoslavia. Perché la richiesta di cittadinanza in Italia, su un tavolo dal 1950, pare non abbia avuto ancora risposta. Poi ci ripensa, torna, segna e vince. Ma è evidente che la sua vita è questa: non posa mai il capo, fugge, forse l’unica cosa che la sua infanzia e giovinezza gli hanno insegnato[76]. Alla fine della sua carriera, Stefano Nyers si dedica per qualche tempo all’attività imprenditoriale, prima di tornarne e ritirarsi a vita privata a Subotica, in quell’Ungheria che adesso sente come casa sua. Essendo sparito dall’attenzione mediatica, non si saprà più con certezza se la sua apolidia sia mai finita, anche se forse l’Ungheria avrà adempiuto il suo compito. Nyers morirà nel 2005, rimanendo per sempre col soprannome di apolide nel cuore, nell’anima e forse anche nella carta d’identità.  

La roccia di Sisifo: prime conclusioni

Dal quadro che si è approntato, potremmo paragonare la condizione dei senza patria come alla tortura di Sisifo, colui che ingannando gli dèi e la morte si ritrovò condannato a portare un’enorme roccia in cima a un monte nell’Ade, come condanna eterno nel Tartaro. Uno sforzo immane per fare sentire la propria voce, per affermare i diritti che ogni essere umano ha per il semplice fatto di esistere, contro un diritto internazionale che troppo spesso sembra più “l’utile del più forte”[77]; una lotta contro un nemico invisibile, l’indifferenza, che non sempre viene vinta, per ritrovare ciò che ci distingue dagli oggetti, il non avere prezzo, ma la dignità[78] e non lo sdoppiamento o la soppressione dell’identità[79] [80]. Le persone apolidi affrontano serie conseguenze, come l’impossibilità di avere un lavoro, aprire un conto bancario, comprare una casa o sposarsi. Semplicemente, da un punto di vista legislativo e politico, quella persona non esiste, rendendo vano nella pratica quel principio della reciprocità kantiano che è necessario affinché ci sia una legge morale[81]. Le conseguenze di dittature feroci e guerre sanguinose sono perdite di vite umane anche in questo senso, perché agli apatridi, come li chiama Arendt, viene tolto il cuore e le radici, senza cui un uomo è praticamente uno spettro, come se fossero sotto una outrageous fortune[82]. L’invito di Arendt nel “farsi stranieri” corrisponde allo sforzo d’immaginare, alla capacità di stare dentro e fuori per uscire dalle logiche personali[83].  Dirsi cittadini del mondo non è sufficiente perché ogni individuo rappresenta una propria storia, cultura e nazione. Negare la patria è negare il respiro e il diritto di vivere, è non essere considerati prima ancora che essere senza una carta d’identità completa. Le leggi oggi ci sono, l’umanità di applicarle, guardando agli apolidi de iure e de facto ridotti come tali per le sanguinose guerre in atto, non sempre appare seguire la carta dei diritti. Il diritto di dire: io sono nato.

Bibliografia

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[1] “Che cos’era il ‘Passaporto Nansen’?” Focus, no. 64 (February 2012): 66.

[2] ONU, Convenzione Status Apolidi, art. 1, New York, 28 settembre 1954.

[3] Perin, Giulia e Paolo Bonetti, Apolidia, in ASGI.it, 12 febbraio 2009, https://www.asgi.it/cittadinanza-apolidia/apolidia/, ultima visita del sito web il 5/11/2025.

[4] Perin e Bonetti, ASGI.it, 12 febbraio 2009.

[5] “– la modifica dei confini territoriali o della sovranità tra Stati;

– la privazione arbitraria della cittadinanza a gruppi o a individui da parte dello Stato;

– conflitti di legge (ad esempio, quando un bambino di genitori stranieri nasce in uno Stato che conferisce la propria cittadinanza solo ai figli dei propri cittadini, mentre secondo le leggi dello Stato di cui sono cittadini i genitori, acquisiscono la cittadinanza soltanto coloro che nascono sul territorio dello Stato);

– problemi amministrativi, p. es. termini per l’iscrizione all’anagrafe poco realisti, tasse eccessivamente alte, mancata previsione di procedimenti di impugnazione o revisione, difficoltà nell’accesso alla documentazione o ai criteri per ottenere la cittadinanza;

– la rinuncia individuale alla cittadinanza senza la previa acquisizione o garanzia di acquisizione di un’altra cittadinanza;

– il matrimonio o la dissoluzione del matrimonio, qualora la perdita della cittadinanza ne costituisca una conseguenza automatica;

– la mancata registrazione di un figlio alla nascita, quando abbia come conseguenza l’impossibilità per il figlio di dimostrare il luogo di nascita o l’identità dei genitori;

– l’applicazione di pratiche discriminatorie basate sull’etnia, la religione, il sesso, la razza o le opinioni politiche ai fini della concessione o del diniego della cittadinanza;

– il fatto di essere figlio di apolidi”. In Perin e Bonetti, ASGI.it, 12 febbraio 2009.

[6] Vercelli, Claudio. Storia del conflitto israelo-palestinese, 134-135, Bari: Laterza.

[7] Perin e Bonetti, ASGI.it, 12 febbraio 2009.

[8] Perin e Bonetti, ASGI.it, 12 febbraio 2009.

[9] “Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome”.

[10] Perin e Bonetti, ASGI.it, 12 febbraio 2009.

[11] ONU, Convenzione Status Apolidi, New York, 28 settembre 1954.

[12] ONU, Convenzione Status Apolidi.

[13] ONU.

[14] ONU.

[15] ONU.

[16] ONU.

[17] “Articolo 17. Professioni dipendenti

1. Gli Stati Contraenti concedono agli apolidi residentiregolarmente sul loro territorio un trattamento quanto favorevole possibile e, in ogni caso, un trattamento non meno favorevole di quello concesso, nelle stesse circostanze, agli stranieri in genere per ciò che concerne l’esercizio di una attività professionale dipendente.

2. Gli Stati Contraenti esaminano con benevolenza la possibilità di prendere misure intese a parificare i diritti degli

apolidi a quelli dei loro cittadini per quanto concerne

l’esercizio delle professioni dipendenti, segnatamente se si tratta di apolidi entrati sul loro territorio in applicazione di un programma di assunzione di mano d’opera oppure di un piano d’immigrazione.” ONU, Convenzione Status Apolidi, New York, 28 settembre 1954.

[18] “Articolo 18. Professioni indipendenti

Gli Stati Contraenti concedono agli apolidi che si trovano regolarmente sul loro territorio un trattamento quanto favorevole possibile, e, in ogni caso, un trattamento non meno favorevole di quello concesso, nelle stesse circostanze, agli stranieri in genere, per ciò che concerne l’esercizio di una professione indipendente nell’agricoltura, nell’industria, nell’artigianato e nel commercio, come pure la costituzione di società commerciali ed industriali.” ONU, Convenzione Status Apolidi, New York, 28 settembre 1954.

[19]“Articolo 21. Alloggio

In materia di alloggi, gli Stati Contraenti concedono agli apolidi che risiedono regolarmente sul loro territorio, per quanto siffatto problema sia disciplinato da leggi e regolamenti o sia sottoposto al controllo delle autorità pubbliche, un trattamento quanto favorevole possibile e, in ogni caso, un trattamento non meno favorevole di quello concesso, nelle stesse circostanze, agli stranieri in genere.” ONU, Convenzione Status Apolidi, New York, 28 settembre 1954.

[20] “Articolo 22. Pubblica educazione

1. In materia di scuola primaria, gli Stati Contraenti concedono agli apolidi lo stesso trattamento concesso ai loro cittadini.

2. Per ciò che riguarda l’insegnamento nelle scuole che non sono scuole primarie, segnatamente circa l’ammissione agli studi, il riconoscimento di certificati di studio, di diplomi e di titoli universitari rilasciati all’estero, l’esenzione dalle tasse scolastiche e l’assegnazione di borse di studio, gli Stati Contraenti concedono agli apolidi un trattamento quanto favorevole possibile e, in ogni caso, un trattamento non meno favorevole di quello concesso, nelle stesse circostanze, agli stranieri in genere.” ONU, Convenzione Status Apolidi, New York, 28 settembre 1954.

[21] “Articolo 23. Assistenza pubblica

In materia di assistenza e di soccorsi pubblici, gli Stati contraenti concedono agli apolidi che risiedono regolarmente sul loro territorio lo stesso trattamento concesso ai loro cittadini.” ONU, Convenzione Status Apolidi, New York, 28 settembre 1954.

[22] “Articolo 24. Legislazione del lavoro e sicurezza sociale

1. Gli Stati contraenti concedono agli apolidi che risiedono regolarmente sul loro territorio lo stesso trattamento concesso ai loro cittadini, per ciò che concerne:

a) la retribuzione, compresi gli assegni familiari se tali assegni fanno parte della retribuzione, la durata del lavoro, le ore supplementari, i congedi pagati, le limitazioni poste al lavoro a domicilio, l’età minima dei lavoratori, il tirocinio e la formazione professionale, il lavoro delle donne e degli adolescenti ed il godimento dei vantaggi offerti dai contratti collettivi di lavoro, nella misura in cui tali problemi siano disciplinati dalla legislazione o siano di competenza delle autorità amministrative;

b) la sicurezza sociale (le disposizioni legali in materia di infortuni sul lavoro, di malattie professionali, di maternità, di malattie, d’invalidità, di vecchiaia e Stato giuridico di morte, di disoccupazione, di oneri familiari, nonché quelle relative a tutti gli altri rischi che, conformemente alla legislazione nazionale, sono coperti da un sistema di assicurazioni sociali), con riserva:

i) di accordi appropriati intesi a salvaguardare diritti acquisiti e diritti in corso d’acquisizione;

ii) delle disposizioni particolari prescritte dalla legislazione nazionale dello Stato di residenza e riguardanti le prestazioni o le prestazioni parziali pagabili esclusivamente con fondi pubblici, come pure gli assegni pagati alle persone che non adempiono le condizioni per la concessione di una rendita ordinaria.

2. I diritti a prestazioni derivanti dalla morte di un apolide

in seguito ad infortunio sul lavoro o a malattia professionale non sono lesi dal fatto che l’avente diritto risiede fuori del territorio dello Stato contraente.

3. Gli Stati contraenti estenderanno agli apolidi i vantaggi degli accordi conclusi o che dovessero concludere tra di loro, concernenti la conservazione dei diritti acquisiti o in corso d’acquisizione in materia di sicurezza sociale, sempre che gli apolidi adempiano le condizioni previste per i cittadini dei paesi firmatari di siffatti accordi.

4. Gli Stati contraenti esaminano con benevolenza la possibilità di estendere agli apolidi, entro i limiti del possibile, i vantaggi di accordi analoghi in vigore o che fossero un giorno in vigore tra questi Stati contraenti e Stati non contraenti.” ONU, Convenzione Status Apolidi, New York, 28 settembre 1954.

[23] Articolo 26. Libera circolazione

Ciascuno Stato contraente concede agli apolidi che si trovano regolarmente sul suo territorio il diritto di scegliervi il luogo di residenza e di circolarvi liberamente, con le riserve previste dall’ordinamento applicabile, nelle stesse circostanze, agli stranieri in genere.” ONU, Convenzione Status Apolidi, New York, 28 settembre 1954.

[24] “Articolo 27. Documenti d’identità

Gli Stati contraenti rilasciano documenti d’identità a tutti gli apolidi che si trovano sul loro territorio e non posseggono un valido titolo di viaggio.

[25] “Articolo 32. Naturalizzazione

Gli Stati contraenti facilitano, entro i limiti del possibile, l’assimilazione e la naturalizzazione degli apolidi. Essi si sforzano in particolare di accelerare la procedura di naturalizzazione e di ridurre, per quanto possibile, le tasse e le spese della procedura.” ONU, Convenzione Status Apolidi, New York, 28 settembre 1954.  

[26] Papa, Alessandra. 2018, Tu sei il mio nemico, 73, Milano: Vita e pensiero.

[27] Giudici 12, 5-6.

[28] Papa, 74.

[29] Papa, 74-75.

[30] Papa, 77.

[31] Papa, 4.

[32] Sofocle, Antigone, antistrofe seconde, 2001, nella traduzione di Ettore Romagnoli, 220, Napoli: Edizione Simone.

[33] Sofocle, 427-432.

[34] Arendt, Hannah. 2004, Le origini del totalitarismo, VII, Torino: Einaudi

[35] Sollazzo, Federico. Crisi della facoltà di giudizio e modello democratico. In L’eredità di Hannah Arendt,  rivista B@bel, n° 3, 2007.

[36] Arendt, 385.

[37] Helzel, Paola. Apolide e cittadino: il dilemma della fonte dei diritti nella lezione di Hannah Arendt, Foro, Nueva época, n° 7/2008.

[38] Arendt, Le origini del totalitarismo, 386.

[39] Arendt, 386.

[40] Arendt, 388.

[41] Arendt, 393.

[42] Arendt, 399.

[43] Arendt, 396.

[44] Arendt, Hannah. Lea Ritter Santini (cur.), 2004, Rahel Varnhagen – Storia di una donna ebrea, Milano: Il Saggiatore.  

[45] Arendt, Hannah. 2003, Eichmann in Jerusalem – A report on the banality of evil, New York: The Viking

Press.

[46] Abitbol, Michel. 2015, Storia degli Ebrei, 14, Torino: Einaudi (versione digitale).

[47] Abitbol, 22.

[48] Abitbol, 37.

[49] Genesi 15:5: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”.

[50] Genesi 12: 5: “Abramo prese Sarah sua moglie e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che possedevano e le persone che avevano acquistate in Caran, e partirono verso il paese di Canaan”.

[51] Genesi 15:18.

[52] Esodo 23:31.

[53] Numeri 34: 1-12. “1 Il Signore disse a Mosè: [2] “Da’ questo ordine agli Israeliti e riferisci loro: Quando entrerete nel paese di Canaan, questa sarà la terra che vi toccherà in eredità: il paese di Canaan””.
[3] Il vostro confine meridionale comincerà al deserto di Sin, vicino a Edom; così la vostra frontiera meridionale partirà dall’estremità del Mar Morto, a oriente; [4] questa frontiera volgerà al sud della salita di Akrabbim, passerà per Sin e si estenderà a mezzogiorno di Kades-Barnea; poi continuerà verso Cazar-Addar e passerà per Asmon. [5] Da Asmon la frontiera girerà fino al torrente d’Egitto e finirà al mare. [6] La vostra frontiera a occidente sarà il Mar Mediterraneo: quella sarà la vostra frontiera occidentale. [7] Questa sarà la vostra frontiera settentrionale: partendo dal Mar Mediterraneo, traccerete una linea fino al monte Or; [8] dal monte Or, la traccerete in direzione di Amat e l’estremità della frontiera sarà a Zedad; [9] la frontiera continuerà fino a Zifron e finirà a Cazar-Enan: questa sarà la vostra frontiera settentrionale. [10] Traccerete la vostra frontiera orientale da Cazar-Enan a Sefam; [11] la frontiera scenderà da Sefam verso Ribla, a oriente di Ain; poi la frontiera scenderà e si estenderà lungo il mare di Genèsaret, a oriente; [12] poi la frontiera scenderà lungo il Giordano e finirà al Mar Morto. Questo sarà il vostro paese con le sue frontiere tutt’intorno”.

[54] Deuteronomio 1: 6-8: 6 “Il Signore nostro Dio ci ha parlato sull’Oreb e ci ha detto: Avete dimorato abbastanza su questa montagna; [7] voltatevi, levate l’accampamento e andate verso le montagne degli Amorrei e in tutte le regioni vicine: la valle dell’Araba, le montagne, la Sefela, il Negheb, la costa del mare, nel paese dei Cananei e nel Libano, fino al grande fiume, il fiume Eufrate. [8] Ecco, io vi ho posto il paese dinanzi; entrate, prendete in possesso il paese che il Signore ha giurato di dare ai vostri padri, Abramo, Isacco e Giacobbe, e alla loro stirpe dopo di essi”.

[55] Genesi 23: 1-4; 17-20.

[56] Abitbol, 140.

[57] Abitbol, 221-250.

[58] Abitbol, 257.

[59] Abitbol, 264.

[60] Abitbol, 311.

[61] Abitbol, 323.

[62] Abitbol, 339.

[63] Abitbol, 345.

[64] Voltaire, Patrizio Sanasi (cur), Dizionario filosofico, 74, Acrobat, versione digitale.

[65] Levitico 25: 35-37. [35] Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è privo di mezzi, aiutalo, come un forestiero e inquilino, perché possa vivere presso di te. [36] Non prendere da lui interessi, né utili, ma temi il tuo Dio e fa’ vivere il tuo fratello presso di te. [37] Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura.

[66] Zappella. Luciano. Tra scrittura e ri-scrittura: la Bibbia come letteratura, in acli.it, marzo 2007 https://static.acli.it/wp-content/uploads/2017/08/Bibbia-come-letteratura.pdf, ultima visita al sito il 7/11/2025.

[67] Abitbol, 473.

[68] Vercelli, 25-26.

[69] Sepúlveda, Luis. 2017, Storie ribelli, 7-8, Milano: Guanda.  

[70] Sepúlveda, Storie ribelli, 8.

[71] Sepúlveda, 9.

[72] Sepúlveda, 9.

[73] Sepúlveda, 10.

[74] Sepúlveda, 11.

[75] Quando segnava Istvan Nyers, l’apolide. Ilnobilecalcio.it, 3 ottobre 2022, https://ilnobilecalcio.it/2022/10/03/quando-segnava-istvan-nyers-lapolide/ ultima visita al sito l’8/11/2025.

[76] Quando segnava Istvan Nyers, l’apolide. Ilnobilecalcio.it, 3 ottobre 2022.

[77] Platone. Franco Sartori (cur.), 1997, La Repubblica, 338-c, 32-33, Bari: Economia Laterza.

[78] Rodotà, Stefano. 2013, La rivoluzione della dignità, Napoli: La scuola Pitagora editrice.

[79] Si veda Traversa, Guido. 2012, Identità in sé distinta – agere sequitur esse, Editori Riuniti- University Press.

[80] Traversa, Guido. 2008, Identità etica, Roma: Manifestolibri.

[81] Kant, Immanuel. 2018, Critica della ragion pratica, Torino: Laterza.

[82]Shakespeare, William. 1991, Hamlet, 112, Milano: Garzanti (I ed. 1984).

[83] Lombardi, Stefania. 2016, L’apolide destinatario di universalità, 21, Università europea di Roma.