Recensione di Gioacchino Mazzocco a “F. Pessoa e G.W. Leibniz: un incontro. Specchi e solitudini”.

First online: 29/12/2025

Qui il sesto numero della rivista.

L’immagine, di proprietà dell’editore, è qui utilizzata solo ai fini previsti di trattazione del testo e d’incentivare la conoscenza e la diffusione dell’opera.

Recensione di Gioacchino Mazzocco, Università degli studi di Napoli Federico II; ORCID ID: 0009-0006-2234-464X

E-Mail: gioacchinomazzocco@gmail.com

Doi: 10.14672/VDS20256RE24

(https://levocidisophia.it/2025/12/10/recensione-8/)

(https://www.doi.org/10.14672/VDS20256RE24)

Titolo: F. Pessoa e G.W. Leibniz: un incontro. Specchi e solitudini

Autrice: Martina Rosa Fatima Dell’Utri

Formato: 14.9 x 0.9 x 21  cm, p. 106

Editore: Lussografica, Caltanisetta, 2025

A un primo sguardo Pessoa e Leibniz appaiono come due autori distanti, tanto per questioni anagrafiche, quanto per tematiche affrontate. La forza del saggio risiede nell’analisi comparata dei due filosofi. L’autrice sostiene che nonostante le divergenze entrambi condividono una natura “monadica”[1]. Poeta e scrittore esistenzialista il primo; vive ai margini della sua società, conducendo un’esistenza apparentemente comune.  Diametralmente opposta la parabola esistenziale di Leibniz. Egli è stato un filosofo, la cui missione è consistita principalmente nel dimostrare che nel mondo esiste un ordine non geometricamente determinato, ma necessario scelto e non imposto da Dio, ovvero colui che tra i vari ordini possibili ha scelto per questo mondo e i suoi abitanti il migliore esito possibile. In estrema sintesi, l’opera leibniziana è concentrata sulla dimostrazione rigorosa e fornita di senso di questo piano divino. Ordine per il filosofo originario di Lipsia non equivale a necessario, a tal proposito è nota la distinzione che Leibniz fa tra le verità di ragione e le verità di fatto. Le prime sono necessarie e non riguardano la realtà. Esse sono identiche e si basano sui principi di identità e di non contraddizione: il triangolo possiede tre lati; A=A. Tutte le verità fondate su questi principi risultano sempre vere, necessarie e non derivano dall’esperienza, bensì dalla pura logica, configurandosi così come principi innati. Le verità di fatto, al contrario, sono contingenti, hanno a che fare con la realtà circostante e sono fondate sul principio di ragion sufficiente, quest’ultimo afferma che nulla si verifica senza che vi sia una ragione che giustifichi quell’evento. Per esempio, secondo Leibniz il mondo che ci circonda è la migliore configurazione possibile, poiché è non solo l’unico ad essere reale, ma deriva direttamente da una scelta libera e incondizionata da parte di Dio. Siccome Dio è perfetto e dotato di volontà libera, la ragion sufficiente spiega che questa scelta è non soltanto libera, ma fornita di senso e, dunque, corretta. Leibniz, così come Newton, equipara Dio a un grande orologiaio in grado di imprimere la propria volontà all’universo intero. Fernando Pessoa, invece, è stato un individuo dotato di grande complessità e versatilità, nonché un instancabile innovatore che ha incarnato in modo esemplare le inquietudini dell’uomo del Novecento. Celando la propria identità dietro una moltitudine di pseudonimi, oltre 40, i più significativi dei quali, gli eteronimi, si configurano come autentici alter-ego letterari. Ognuno di essi è dotato di una biografia completa, un temperamento unico e un proprio stile distintivo. Tra i suoi principali eteronimi spiccano Alberto Caeiro, Ricardo Reis e Álvaro de Campos, attraverso i quali Pessoa ha pubblicato poesie e prose nelle maggiori riviste portoghesi dell’epoca. Con questa straordinaria creazione di personalità multiple è riuscito a trovare uno strumento per esprimere diverse e contrastanti inclinazioni sperimentali. Si va dalla poesia bucolica e apparentemente semplice di Alberto Caeiro, alla raffinatezza neoclassica di Ricardo Reis, passando per gli audaci esperimenti avanguardistici di Álvaro de Campos e le riflessioni filosofiche di António Mora, teorico di un originalissimo spiritualismo lusitano. In un suggestivo tentativo di autoanalisi, Pessoa scrive persino una lettera a due celebri psichiatri francesi dell’epoca, Hector e Henri Durville, autodiagnosticandosi una condizione definita come isteria-nevrastenia[2]. Nonostante la sua prolifica attività poetica e letteraria, non abbandona mai gli interessi filosofici coltivati in gioventù, sviluppando eteronimi pensatori come il già citato António Mora. Genio eclettico e spesso controverso, Pessoa ha espresso anche delle idee politiche eccentriche, al punto da suscitare scalpore. Nel 1926, dopo il colpo di stato ordito da Antonio de Oliveira Salazar, rilascia un’intervista in cui espone le sue teorie sul Quinto Impero. In questa visione utopica, il poeta riprende le profezie di Bandarra del XVI secolo, secondo cui il re Don Sebastiano, scomparso nella battaglia di Alcazarquivir del 1578, sarebbe tornato per instaurare un regno ideale di giustizia e pace destinato al Portogallo. Nonostante il rigore dei suoi quotidiani rituali da impiegato e il suo celarsi dietro le maschere dei tanti eteronimi, Pessoa rimane pressoché sconosciuto come scrittore durante la propria vita[3]. Solo postuma la sua opera raggiunge il riconoscimento più ampio, soprattutto grazie alla pubblicazione nel 1982 de (Il Libro dell’Inquietudine di Bernardo Soares. Questo testo è considerato l’autobiografia del contabile Bernardo Soares, un suo eteronimo che lavora in un ufficio al quarto piano della Rua dos Douradores, nel quartiere della Baixa di Lisbona. Secondo Antonio Tabucchi, curatore della traduzione italiana del volume, questo libro può essere definito un romanzo atipico e duplice. Infatti, Pessoa non solo crea un personaggio immaginario di nome Bernardo Soares, ma gli affida anche l’incarico di scrivere un diario intimo. Si tratta, quindi, di una raffinata finzione letteraria: un’operazione intricata, ma al tempo stesso capace di aprire un ulteriore squarcio sulla frammentata personalità di Fernando Pessoa. L’esistenza di Pessoa, osserva Dell’Utri, “è dolorosamente ordinaria”[4] mettendo ancor più in risalto la propria vena letteraria; pertanto sarebbe un’approssimazione banale definire Pessoa solo considerando i suoi eteronimi, oppure provando a scoprire quanto c’è della personalità di Fernando Pessoa nei suoi eteronimi letterari. Il saggio propone una chiara analogia di natura filosofico-metafisica tra le monadi di Leibniz e gli eteronimi pessoani, nonostante il significativo intervallo temporale che li separa. Gli eteronimi di Pessoa, così come il suo ortonimo, si caratterizzano per la loro condizione di solitudine e isolamento strutturale. Essi, analogamente agli atomi spirituali postulati da Leibniz, sono privi di finestre (fensterlosigkeit), risultando impermeabili a influenze esterne. Entrambi i sistemi si configurano come insiemi di entità singolari che riflettono l’esistente secondo prospettive individuali: le monadi leibniziane, ciascuna delle quali occupa un punto di vista esclusivo sull’universo, lo rappresentano attraverso percezioni oscure e confuse. Gli eteronimi pessoani, invece, si delineano come personalità autonome e indipendenti, capaci di generare una molteplicità di livelli letterari e di visioni del mondo distinti fra loro. Nonostante la somiglianza strutturale, tale analogia si ramifica in conseguenza dei differenti contesti storico-culturali, in particolare per via del processo di secolarizzazione che distingue le rispettive epoche. Come evidenziato nel testo, le monadi leibniziane si armonizzano tra loro grazie a un piano prestabilito dalla volontà divina; ciò che è percepito in maniera confusa da una monade trova chiarezza in un’altra. In Pessoa, invece, questa concezione del cosmo viene reinterpretata e spogliata dall’idea di divinità. La nozione di armonia prestabilita lascia spazio a una visione metafisica distinta, in cui gli elementi dell’universo emergono spontaneamente dal caos per poi dissolversi nuovamente; il tutto avviene all’interno di un processo caotico, privo di ordine e razionalità, sostituendo così l’intervento divino con una logica decentralizzata. Fernando Pessoa descrive la sua condizione interiore attraverso una potente metafora, paragonandosi a una stanza circondata da innumerevoli specchi fantastici, i quali deformano in riflessi illusori un’unica realtà originaria che, paradossalmente, non appartiene a nessuno, eppure risiede in ogni persona[5]. Tale immagine veicola l’idea dell’inesistenza di un io centrale autentico, sostituito da una molteplicità di non-io che si condensano in una costruzione artificiale di sé. Nel riflettersi, Pessoa non ritrova un’identità stabile, bensì l’assenza stessa di un volto definibile: un vuoto primordiale, informe e privo di nome. Questa percezione dell’individuo come assenza di un’essenza stabile culmina nella riflessione contenuta ne Il libro dell’inquietudine, dove l’autore suggerisce che guardarsi in volto rappresenti un atto innaturale e angosciante. L’uomo, secondo Pessoa, non dovrebbe mai essere in grado di osservare sé stesso come un oggetto estraneo. Definisce dunque lo specchio come un’invenzione nefasta, capace di corrompere l’animo umano. Sempre nello stesso testo, emerge un’altra immagine evocativa: Pessoa racconta l’esperienza di togliersi la maschera e riconoscere allo specchio l’infanzia che persiste nel passato. Tuttavia, l’autore sceglie di rimettere tale maschera poiché ciò risulta preferibile, suggellando così il suo legame ambivalente con la finzione. In un contesto filosofico parallelo, Gottfried Wilhelm Leibniz utilizza anch’egli la metafora dello specchio come elemento chiave per esplorare la natura metafisica delle monadi. Per Leibniz, ogni monade è priva di finestre che le permettano uno scambio diretto con l’esterno, ma funge da specchio vivente o centro di forza, capace di riflettere l’intero universo da una prospettiva peculiare. L’attività rappresentativa delle monadi viene dunque intesa in termini prospettici: ciascuna, secondo il proprio punto di vista unico, riflette il creato con intensità diversa, più o meno chiara o oscura. Tuttavia, nonostante queste individualità irriducibili, esiste tra le monadi un’armonia prestabilita da Dio, che garantisce coerenza nell’universo rappresentato. l’immagine dello specchio trova riscontro nelle pratiche autoriali di Leibniz. Egli era solito recensire anonimamente le proprie opere o pubblicare sotto diversi pseudonimi, moltiplicando le identità letterarie che riflettono sé stesso in una costante stratificazione di prospettive. Questi specchi testuali diventano simbolo della complessità identitaria dell’autore e del suo continuo gioco con la rappresentazione e la simulazione del proprio io. Nelle prime pagine del testo, l’autrice ricorre alla dialettica hegeliana, come esposta principalmente nell’Enciclopedia delle scienze filosofiche e nella Fenomenologia dello spirito, adottandola come strumento ermeneutico per analizzare il processo creativo di Pessoa[6]. La progressione logica delineata da Hegel, fondata sul superamento delle contraddizioni, conduce all’acquisizione dell’autocoscienza. In questo percorso, la coscienza, entrando inizialmente in relazione con il mondo esterno, si riflette su sé stessa attraverso l’oggetto che osserva, divenendo a sua volta oggetto per sé. La scissione originaria del semplice, generata dalla dinamica dialettica della negazione, costituisce un passaggio necessario verso la razionalizzazione e l’assimilazione del reale, così come concepiti nell’idealismo concreto hegeliano[7]. Hegel rifiuta l’essere immediato – inteso come sostanza statica – in favore della forma, ossia un essere storicamente determinato e in costante divenire[8]. Nel sistema poetico e filosofico di Pessoa, l’influenza del pensiero hegeliano si manifesta precisamente nell’ambito della mediazione e nell’esercizio del lavoro della negazione, pur divergendo significativamente dagli esiti perseguiti da Hegel stesso. Pessoa respinge l’indifferenza dell’essere considerato nella sua semplicità a favore di un essere composto da molteplici dimensioni, sensibile e dinamico[9]. Tuttavia, mentre Hegel mira a riconciliare le opposizioni in una sintesi unitaria — un io integrato e totalizzante — Pessoa spesso sembra fermarsi al momento negativo, abbracciando la frammentazione dell’Io come una condizione esistenziale definitiva. Questa prospettiva, inoltre, apre spazi a suggestioni di matrice decadente o nichilista. Pur condividendo con Leibniz un’apparente affinità formale nel ricorso a una stratificazione letteraria tramite l’uso di eteronimi o pseudonimi, Pessoa si distanzia anche da quest’ultimo. Nell’opera di Leibniz emerge infatti una profonda razionalizzazione intrinseca accompagnata da una tensione verso autenticità e perfezione. Ogni identità molteplice creata da Leibniz si inserisce armoniosamente in un disegno divino preordinato[10]. In Pessoa, invece, non emerge la ricerca di una conciliazione ultima tra queste stratificazioni; al contrario, la frammentazione non è volta a una sintesi superiore ma appare come un valore fine a sé stesso o come riflesso di un vuoto radicale. In sintesi, se nel pensiero hegeliano la negazione rappresenta una tappa fondamentale per approdare alla sintesi e all’unità superiore, per Pessoa essa diventa la cifra specifica dell’esistenza stessa: un’esperienza di molteplicità irriducibile che si specchia integralmente nella sua produzione letteraria e filosofica. Tra le diverse interpretazioni proposte riguardo alla pratica dell’eteronimia di Leibniz, l’autrice concentra l’attenzione su alcune possibili chiavi di lettura. L’uso da parte di Leibniz di pseudonimi o il ricorso all’anonimato appare come un fenomeno multiforme, guidato prevalentemente da ragioni pragmatiche e strategiche, oltre che da motivazioni estetiche caratteristiche del contesto barocco[11]. Tale pratica si configura come una strategia difensiva, prudente e razionale, concepita per gestire le complesse dinamiche politiche delle corti del XVII secolo, nonché per eludere la censura o l’invidia delle élite di potere[12]. Leibniz ha fatto ricorso spesso a soggetti-divulgatori, capaci di modulare il proprio registro linguistico in relazione all’interlocutore: in alcuni casi assumendo il lessico cartesiano, in altri un approccio scolastico, al fine di agevolare la trasmissione e la diffusione delle conoscenze. Una particolare manifestazione di questa strategia la si può notare nella pratica di recensire anonimamente i propri lavori, in contesti accademici come gli Acta Eruditorum, con l’obiettivo di auto-promuovere e valorizzare i propri contributi teorici[13]. A differenza di Pessoa, che attribuisce alle proprie eteronimie biografie e psicologie autonome e separate dal suo sé reale, la pseudonimia di Leibniz non implica una frammentazione identitaria o conflittuale[14]. Sebbene Foucault descriva anche in Leibniz la presenza di una «pluralità di ego», si tratta, tuttavia, di un’articolazione di soggetti — l’autore della prefazione, l’argomentatore delle dimostrazioni, l’anonimo recensore — che condividono un nucleo concettuale coeso e sono radicati nel medesimo patrimonio intellettuale dell’ego primario[15]. Bertrand Russell, nel criticare questo dualismo, distingue tra una «filosofia buona» (razionale, logica e geometrica, riservata per uso personale) e una «filosofia cattiva» (retorica, narcisistica e destinata a compiacere figure influenti), riconoscendo tuttavia nella pratica leibniziana una consapevole strategia intellettuale più che una frammentazione esistenziale involontaria. Fernando Pessoa, invece, sviluppa la sua peculiare eteronomia per una combinazione di motivazioni complesse e strettamente intrecciate, che abbracciano aspetti psicologici profondi e necessità letterarie e filosofiche, come si deduce dal testo. L’origine principale di questa scelta, secondo la sua stessa analisi espressa in una lettera, risiede in un tratto profondo di isteria o istero-nevrastenia. Tali fenomeni non trovavano espressione nella sua vita esteriore, ma si manifestavano intensamente verso l’interno. Pessoa avverte la spinta a conferire ordine e logica alla sua esistenza e alla sua produzione poetica, entrambe segnate da un carattere anarchico derivante da un conflitto tra le molteplici forze vive al loro interno. L’espediente dell’eteronomia offre una soluzione innovativa per incanalare questa turbolenza creativa. Il processo di creazione degli alter ego rappresenta per Pessoa anche un’indagine costante sulla natura complessa delle verità, cercando di mettere a nudo l’essenza poliedrica dell’essere umano e superare l’inerzia percettiva della realtà convenzionale. Egli si vede come un medium, un tramite attraverso cui vengono generate queste personalità altre, capaci di esprimere verità autonome, indipendenti dai suoi stessi intenti come autore. Pessoa dichiara inoltre di aver sempre vissuto e sperimentato il mondo in modo drammatico, attraverso una personalità immaginata in grado di provare emozioni più intense di quelle che lui stesso percepiva. Per lui, la finzione non è una semplice falsità, ma assume la forma di una realtà vera e propria. Dietro la maschera non esiste un volto definito, bensì la consapevolezza di un vuoto originario, un’assenza di identità fissa che si manifesta sotto numerosi nomi. L’eteronomia emerge così come il complesso tentativo di Pessoa di confrontarsi con una profonda frammentazione interiore e soddisfare il bisogno filosofico di esplorare la molteplicità della condizione umana. Nella parte conclusiva del saggio, l’autrice sottolinea come gli eteronimi pessoani, al pari dell’ortonimo, si trovino inevitabilmente avvolti in una condizione di solitudine e isolamento, descritti come senza finestre (fensterlosigkeit) analogamente alle monadi di Leibniz. Questa condizione non rappresenta una scelta, bensì un dato inevitabile di natura metafisica. L’universo letterario di Pessoa si distingue per l’assenza radicale di Dio, riflettendo la consapevolezza della morte di Dio che ha profondamente segnato il pensiero del Novecento. Di conseguenza, l’armonia prestabilita leibniziana viene soppiantata da una dimensione metafisica in cui frammenti di ordine (identificabili in soggetti o cosmi) emergono e si dissolvono costantemente in un panorama dominato dal caos. L’opera di Pessoa, in particolare attraverso l’eteronimo Campos, dà voce a una profonda angoscia davanti all’ignoto e alla Morte. In questo contesto, viene privilegiata la concretezza, per quanto dolorosa, della condizione terrena rispetto al mistero insondabile del nulla[16]. La lucida consapevolezza del vuoto conduce inevitabilmente a una forma di disperazione esistenziale. Il capitolo pone a confronto due visioni metafisiche profondamente divergenti: l’ordine teologico e razionale del Seicento leibniziano e la prospettiva frammentaria, atea e intrisa di nichilismo del Novecento rappresentata da Pessoa. L’analogia strutturale tra le due epoche, ravvisabile nell’isolamento delle singolarità, serve a mettere in risalto l’immenso divario che le separa: mentre la prima si radica nella certezza di un’armonia divina, la seconda si immerge nell’angoscia derivante dall’assenza di un senso superiore. Di conseguenza, l’inquietudine che per Leibniz funge da stimolo al perfezionamento, si trasforma in Pessoa nella dolorosa constatazione del vuoto e del nulla. La concezione metafisica di Leibniz trova le sue radici in una prospettiva teologica e razionale, che si pone in netto contrasto con l’approccio di Pessoa. Per Leibniz, la realtà è formata da infinite sostanze semplici e immateriali, le monadi, definite come «centri di forza» (vis viva). Ogni monade è uno specchio vivente dell’intero universo, che lo riflette da un punto di vista unico[17]. Prive di “finestre”, esse non ricevono influenze esterne: il loro sviluppo e le loro rappresentazioni sono frutto esclusivo della loro natura interna, secondo un principio di innatismo virtuale. Ciò che sembra essere comunicazione tra monadi è, in realtà, il risultato di un’armonia prestabilita da Dio, il quale ha creato il migliore tra tutti i mondi possibili, dove ogni singolarità si accorda perfettamente con le altre[18]. Tutto ciò che accade è governato dal principio di ragion sufficiente, secondo cui ogni evento deve avere una giustificazione adeguata alla sua esistenza. Questo principio fondamentale conduce Leibniz a sostenere che l’universo sia il migliore dei mondi possibili, un ordine voluto e diretto da Dio attraverso questa armonia prestabilita. La distanza tra Leibniz e Pessoa si evidenzia nel diverso scenario metafisico e nel livello di secolarizzazione della realtà che caratterizza i loro sistemi. Leibniz cerca di dimostrare in tutti i modi l’esistenza di un cosmo complesso ma razionale, regolato dall’ordine divino; Pessoa, invece, si misura con un mondo segnato dalla crisi della modernità, in cui l’assenza di Dio proietta l’individuo in una condizione di profonda solitudine metafisica e in un’angoscia nichilistica verso il nulla. In sintesi, senza alcuna pretesa di giungere a conclusioni assolute, il saggio si distingue per l’originalità delle connessioni proposte e per la profondità con cui vengono esplorate le categorie filosofiche e letterarie. L’autrice affronta con grande rigore l’ampia mole di riferimenti utilizzati, che spaziano da Hegel a Deleuze, passando per Foucault, Octavio Paz e Antonio Tabucchi, tra altri. Attraverso questi, riesce a instaurare un dialogo tra epoche diverse, dimostrando come temi come l’identità frammentata, la solitudine esistenziale e la relazione tra ordine e caos superino i confini del tempo e delle discipline. Il lavoro è accuratamente documentato, con una Premessa particolarmente efficace nel chiarire il fenomeno dell’eteronimia e preparare il terreno per l’analisi comparativa. È un testo consigliato a chiunque nutra interesse per la filosofia della letteratura e la storia delle idee, offrendo una visione innovativa e stimolante su due figure di spicco del pensiero occidentale.


[1] Dell’Utri, Martina Rosa Fatima. F. Pessoa e G. W. Leibniz: un incontro. Specchi e solitudini. Caltanissetta: Edizioni Lussografica, 2025.

[2] Dell’Utri, F. Pessoa e G. W. Leibniz: un incontro. Specchi e solitudini, 27-28.

[3] Dell’Utri, 7-8.

[4] Dell’Utri, 7-8.

[5] Dell’Utri, 16.

[6] Dell’Utri, 14-15.

[7] Dell’Utri, 16.

[8] Dell’Utri, 16.

[9] Dell’Utri, 16.

[10] Dell’Utri, 28-29.

[11] Dell’Utri, 32.

[12] Dell’Utri, 32.

[13] Dell’Utri, 33.

[14] Dell’Utri, 28.

[15] Dell’Utri, 34-35.

[16] Dell’Utri, 31.

[17] Dell’Utri, 12.

[18] Dell’Utri, 12.