Recensione di Beppe Carrella a “Quel pazzo di Nietzsche: Come leggere la nostra vita e quelle altrui”

First online: 24/12/2025
Qui il sesto numero della rivista.

L’immagine, di proprietà dell’editore, è qui utilizzata solo ai fini previsti di trattazione del testo e d’incentivare la conoscenza e la diffusione dell’opera.
Recensione di Beppe Carrella, Luiss Guido Carli
E-Mail: carbeppe@gmail.com
(https://levocidisophia.it/2025/12/10/recensione-3-2/)
(https://www.doi.org/10.14672/VDS20256RE19)
Titolo: Quel pazzo di Nietzsche: Come leggere la nostra vita e quelle altrui
Autore: Davide Orlandi
Formato: Dimensioni file di 2.7 MB, 520 p.
Editore: Abel Books, Victoria, Canada, 2022
La volontà di potenza come chiave interpretativa del quotidiano
Interpretare Nietzsche attraverso la lente della volontà di potenza non rappresenta un semplice esercizio di stile o una scelta arbitraria tra le possibili letture, ma equivale a svelare finalmente il regista occulto che muove le fila del teatro morale dell’Occidente. Non si tratta quindi di un vezzo intellettuale, bensì dell’individuazione di un principio attivo, sempre all’opera dietro le nostre azioni più banali e le nostre scelte più cruciali.
Nel suo Quel pazzo di Nietzsche[…], l’autore si distacca dal percorso ormai battuto di una ulteriore esegesi del pensiero nietzscheano, scegliendo invece di accogliere una sfida più profonda: dimostrare come la volontà di potenza superi il confine della speculazione astratta per assumere il ruolo di autentico motore esplicativo della nostra vita quotidiana. Essa si manifesta, infatti, tanto nelle piccole abitudini – come la scelta del caffè mattutino – quanto nelle grandi decisioni che segnano la nostra esistenza. Ogni gesto, ogni inclinazione, ogni preferenza si rivela così traccia tangibile di una dinamica di potenza che ci attraversa e ci plasma.
Questa prospettiva è sostenuta da una chiarezza espositiva che rifugge (!!) deliberatamente il gergo accademico e le fumosità teoriche, in piena coerenza con l’invito nietzscheano a rendere trasparente ciò che rischia di perdersi nell’oscurità: “Chi si sa profondo, si sforza d’essere chiaro.” È proprio questa attitudine alla lucidità, all’essenzialità, che permette al lettore di cogliere nella volontà di potenza un criterio dinamico e concreto, capace di illuminare i retroscena di ogni gesto, di ogni scelta, di ogni valutazione morale che scandisce la nostra esistenza.
L’architettura verticale del pensiero
Il primo merito del volume sta nell’individuazione di un metodo interpretativo rigoroso: la distinzione tra approccio orizzontale e verticale alla filosofia nietzscheana. L’autore denuncia quello che potremmo chiamare il “paradigma del tifoso da stadio” – chi indossa la maglietta bianca vede tutto nero nell’avversario, e viceversa – che ha prodotto decenni di false contraddizioni negli studi nietzscheani. L’orizzontalità rappresenta un vero e proprio “ingorgo epistemico“: una congestione interpretativa che impedisce di cogliere la stratificazione geologica del pensiero.
La genealogia, al contrario, è movimento verticale: scendere dalla superficie apollinea verso il magma dionisiaco, attraverso strati successivi di senso. L’analogia con la parete montuosa tagliata verticalmente è illuminante: ogni strato corrisponde a un’era geologica del pensiero, e solo una lettura stratigrafica può restituire la complessità del fenomeno. Qui l’autore tocca un punto cruciale:
Non c’è niente da fare: bisogna intendere tutti i movimenti… e servirsi alla fine dell’analogia con l’uomo.
Questa resa incondizionata all’evidenza empirica è il punto di partenza di ogni genealogia autentica.
La mente bicamerale e il superamento dei binomi
Un elemento interpretativo particolarmente fecondo, che chi scrive introduce come chiave di lettura supplementare, è il riferimento alla “mente bicamerale” dell’Occidente. La nostra struttura mentale opera costantemente attraverso opposizioni binarie: bene/male, vero/falso, ordine/caos. La camera apollinea cerca stabilità e forma, quella dionisiaca pulsa di energia caotica e creativa. Questa tensione interna spiega la resistenza culturale ad adottare una prospettiva genuinamente genealogica, che invece dissolve i binomi mostrandone la genesi comune nella volontà di potenza.
Ancora più suggestivo il parallelo con la tradizione cabalistica, dove la distinzione tra forma e contenuto nell’Albero della Vita rispecchia quella tra le manifestazioni storiche della potenza e la potenza stessa come energia originaria. I sephirot, come le nostre categorie morali, sono configurazioni che permettono alla luce primordiale di manifestarsi senza accecare. La coscienza opera sempre a livello formale: non accede al contenuto puro, ma ne organizza gli effetti in strutture comprensibili.
Darwin vs Nietzsche: la battaglia degli istinti
La sezione dedicata al confronto con il darwinismo è particolarmente riuscita. L’autore mostra come Nietzsche, influenzato dal biologo Wilhelm Roux, anticipi intuizioni che la biologia avrebbe sviluppato solo decenni dopo. La distinzione cruciale è tra lotta con l’ambiente (Darwin) e lotta nell’organismo (Nietzsche). La volontà di potenza non è adattamento, ma “enorme potere creatore di forme dall’interno, che usa, sfrutta le ‘circostanze esterne’.“
Questa prospettiva ribalta il determinismo ambientale: non è l’ambiente a plasmare l’organismo, ma la dinamica interna delle forze in lotta che interpreta e utilizza l’ambiente secondo la propria prospettiva di potenza. Ogni cellula, ogni tessuto, ogni organo è campo di battaglia di volontà di potenza in competizione per risorse e dominio.
Vedere l’invisibile: la volontà di potenza nel quotidiano
Il capitolo su “Vedere la volontà di potenza” rappresenta il cuore pulsante del libro. Con esempi concreti e un’analisi spietata delle dinamiche sociali, l’autore dimostra che il concetto nietzscheano non è un’astrazione ma la chiave interpretativa dei nostri comportamenti più banali. Le nostre relazioni, scrive:
stanno su piani asimmetrici di forze, e le dinamiche conseguenti sono ben visibili e coerenti con la teoria.
L’autore propone un esperimento mentale efficace: seguire la catena dei “perché” fino all’ultimo anello. Perché lavoriamo? Per denaro. Perché il denaro? Per sicurezza. Perché la sicurezza? Per non soccombere. E così via, fino all’ultimo perché che resta senza risposta: perché la volontà di potenza vuole potenza. “Tutti i nostri motivi consapevoli sono fenomeni di superficie: dietro a essi sta la lotta dei nostri istinti e dei nostri stati, la lotta per il potere.”
L’Übermensch: il grande paradosso
Particolarmente coraggiosa è l’analisi del tema dell’Übermensch, che l’autore affronta con onestà intellettuale ammettendone le criticità. Citando Overbeck, ricorda che fu forse un’idea “non autenticamente radicata” in Nietzsche stesso. Il problema è strutturale: come può l’uomo superare sé stesso rimanendo dentro la necessità della volontà di potenza?
L’autore evidenzia una tensione fondamentale: mentre Nietzsche sviluppa la sua filosofia “in funzione dell’avvenire della specie umana”, l’imperativo pratico dovrebbe essere declinato al singolare: “Che cosa devo fare io da domani mattina?” Questa oscillazione tra dimensione universale e individuale rivela un’aporia nel progetto nietzscheano che l’autore non nasconde ma anzi valorizza come momento di verità filosofica.
Le tre premesse dell’agire: oltre Dio e il libero arbitrio
La parte conclusiva del volume è la più audace filosoficamente. L’autore individua tre premesse fondamentali per l’agire pratico post-nietzscheano:
- 1. L’innocenza universale: Integrando Nietzsche con Hume, l’autore argomenta che nessuno può essere ritenuto responsabile di ciò che è o fa. La catena causale che determina ogni azione precede sempre l’agente. “Se Dio esiste siamo tutti innocenti, se Dio non esiste siamo tutti innocenti.” Il diritto e la punizione mantengono solo funzione deterrente, non retributiva. Questo punto è sviluppato con rigore logico impeccabile, anche se solleva interrogativi etici vertiginosi.
- 2. L’irrilevanza di Dio per l’agire: La questione dell’esistenza divina diventa secondaria una volta compresa l’impossibilità del libero arbitrio. L’autore smonta con eleganza la scommessa pascaliana: se nessuno è meritevole o colpevole, il calcolo di convenienza sulla vita eterna perde senso. “La ragione è atea” – non per militanza, ma per coerenza logica.
- 3. La sufficienza epistemologica: In un colpo di genio pragmatico, l’autore dissolve la querelle tra realisti e prospettivisti. Che le nostre verità siano “in sé” o prospettiche è irrilevante: ciò che conta è che funzionino. “Se io so con sicurezza che un muro è così duro per la struttura ossea del mio cranio che picchiandoci contro potrei subire gravi conseguenze, questa ‘conoscenza’ che sia una verità in sé o prospettica non fa differenza.”
L’epilogo: il processo continua
Il libro si chiude con un’immagine di straordinaria potenza evocativa: “E il processo continua…” La vita procede secondo necessità e caso, ogni corpo aspira a espandere la propria forza, incontrando altre forze con cui entra in conflitto o alleanza. Non c’è télos, non c’è punto d’arrivo. Solo il movimento perpetuo delle potenze che si scontrano, si combinano, si trasformano.
Riflessioni critiche e interrogativi aperti
Pur riconoscendo il valore dell’opera, alcuni punti meritano discussione critica:
- 1. L’autore risolve davvero il paradosso autoreferenziale del “non ci sono fatti, solo interpretazioni”? La sua soluzione (“fatti sempre per qualcuno”) è elegante ma forse troppo sbrigativa.
- 2. La riduzione di ogni fenomeno alla volontà di potenza non rischia di diventare essa stessa un nuovo idolo, proprio quello che Nietzsche voleva abbattere? L’autore sembra talvolta troppo entusiasta nell’applicare universalmente questo principio.
- 3. Il problema dell’Übermensch viene onestamente affrontato ma non risolto. L’ammissione che sia “destinato a fallire” solleva la questione: cosa resta del progetto nietzscheano senza questa prospettiva?
- 4. La tesi dell’innocenza universale, pur logicamente ineccepibile, come può tradursi in prassi sociale senza produrre nichilismo paralizzante?
Il pazzo e la sua lucidità
Il titolo “Quel pazzo di Nietzsche…” promette un approccio dissacratorio che il testo mantiene solo parzialmente. L’autore è più interessato a dimostrare la lucidità cristallina di Nietzsche che la sua follia. Eppure, forse, la vera pazzia di Nietzsche sta proprio in questa lucidità eccessiva, in questo guardare l’abisso senza veli consolatori. Come scrive l’autore citando il filosofo:
È meglio essere un folle per propria iniziativa, che un saggio secondo il parere di un altro!
Conclusione
Quel pazzo di Nietzsche è un’opera coraggiosa e necessaria. Coraggiosa perché affronta senza infingimenti le conseguenze più radicali del pensiero nietzscheano. Necessaria perché lo fa con una chiarezza espositiva rara negli studi filosofici contemporanei. L’autore riesce nell’impresa di rendere Nietzsche terribilmente concreto, mostrandoci la volontà di potenza non come teoria astratta ma come realtà quotidiana che permea ogni nostro gesto.
Il libro non è consolatorio – e come potrebbe esserlo, trattando di Nietzsche? Ma offre qualcosa di più prezioso: uno sguardo disincantato sulla commedia umana, dove finalmente possiamo vedere i fili che muovono le marionette. Inclusi noi stessi.
L’integrazione di strumenti interpretativi originali – ingorghi epistemici, mente bicamerale, analogie cabalistiche – arricchisce la lettura senza appesantirla. Il risultato è un’opera che parla tanto allo specialista quanto al lettore colto, costruendo ponti tra la filologia nietzscheana e l’urgenza esistenziale contemporanea.
In un panorama editoriale saturo di introduzioni divulgative e monografie iperspecialistiche, questo volume trova una sua via originale: quella di un Nietzsche vivo, presente, scomodo. Un Nietzsche che non si studia per cultura generale ma per capire “che cosa devo fare da domani mattina”. E la risposta, inquietante nella sua semplicità, è che continueremo a fare quello che la nostra volontà di potenza ci spinge a fare. Ma ora, almeno, lo sapremo.
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Nota del recensore: Le integrazioni interpretative (mente bicamerale, tradizione cabalistica, teoria degli ingorghi epistemici) non sono presenti nel testo originale ma sono state introdotte da chi scrive come strumenti euristici per definire ulteriormente la struttura del pensiero nietzscheano e le sue implicazioni.
