
Diritti in capo agli autori
Lucrezia Lombardo, Università dell’Età libera “Enzo Ficai – Arezzo, Accademia Petrarca di Lettere, Arti e Scienze di Arezzo, scrittrice, saggista
E-mail: lucrezialombardo@gmail.com
doi: 10.66565/voci.2026.7.IP.29
(https://levocidisophia.it/2026/08/05/lo-sfruttamento-del-lavoro-nellera-della-gig-economy/)
(https://www.doi.org/10.66565/voci.2026.7.IP.29)
First online: August 5, 2026
Abstract eng
The article examines the transformations of labor within contemporary capitalism, focusing on the dynamics of exploitation that characterize the era of neoliberal globalization and the gig economy. Through a theoretical framework combining Marxism, biopolitics, and the critique of technological society, the paper highlights how labor, while remaining the material foundation of society, is progressively deprived of its emancipatory function and subordinated to the logic of profit and algorithmic control. Job insecurity, the fragmentation of collective relations, the weakening of trade unions, and the growing dependence on digital platforms generate new forms of economic, social, and psychological alienation. The study also explores the relationship between labor, migration, environmental crisis, and technological transformation, showing how contemporary biocapitalism extends its domination not only over material production but also over the management of data, behaviors, and everyday life. Particular attention is devoted to the condition of younger generations and the spread of the gig economy, interpreted as an emblematic paradigm of neoliberal flexibility and algorithmic subordination of labor. The article concludes by emphasizing the need to restore the social and democratic value of labor, reaffirming the centrality of human dignity, collective solidarity, and social justice.
Keywords: Gig economy, Biocapitalism, Labor precarization, Alienation, Neoliberal globalization
Abstract ita
L’articolo analizza le trasformazioni del lavoro nel capitalismo contemporaneo, soffermandosi sulle dinamiche di sfruttamento che caratterizzano l’epoca della globalizzazione neoliberista e della gig economy. Attraverso un approccio teorico che intreccia marxismo, biopolitica e critica della società tecnologica, il contributo evidenzia come il lavoro, pur restando il fondamento materiale della società, venga progressivamente svuotato della propria funzione emancipativa e subordinato alle logiche del profitto e del controllo algoritmico. La precarizzazione occupazionale, la frammentazione delle relazioni collettive, l’indebolimento delle organizzazioni sindacali e la crescente dipendenza dalle piattaforme digitali producono nuove forme di alienazione economica, sociale e psicologica. Il testo approfondisce inoltre il rapporto tra lavoro, migrazioni, crisi ambientale e trasformazioni tecnologiche, mostrando come il biocapitalismo contemporaneo estenda il proprio dominio non soltanto alla produzione materiale, ma anche alla gestione dei dati, dei comportamenti e della vita quotidiana degli individui. Particolare attenzione viene dedicata alla condizione delle nuove generazioni e alla diffusione della gig economy, interpretata come paradigma emblematico della flessibilità neoliberista e della subordinazione del lavoro agli algoritmi. L’articolo conclude richiamando la necessità di recuperare il valore sociale e democratico del lavoro, riaffermando centralità della dignità umana, solidarietà collettiva e giustizia sociale.
Keyword: Gig economy, Biocapitalismo, Precarizzazione del lavoro, Alienazione, Globalizzazione neoliberista
Premessa
Dopo il secondo conflitto mondiale, l’Occidente si è presentato come il principale garante della democrazia, delle libertà individuali e dei diritti civili, contrapponendosi ai totalitarismi che avevano devastato l’Europa nella prima metà del Novecento. Tuttavia, dietro a questa rappresentazione ufficiale, la lotta contro le istanze sociali e le politiche orientate verso una maggiore uguaglianza economica e una redistribuzione della ricchezza non si è mai realmente arrestata. Le richieste di emancipazione delle classi lavoratrici, la critica al sistema capitalistico e le aspirazioni a una società fondata sulla giustizia sociale sono state spesso percepite come una minaccia all’ordine economico dominante.
Parallelamente alla ricostruzione postbellica, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno infatti consolidato un modello economico liberista e capitalistico, destinato a imporsi progressivamente su scala globale. Anche l’ex-Urss, pur proclamandosi socialista e rivoluzionaria, si è allontanata nel tempo dall’originario progetto marxiano, trasformandosi in un sistema burocratico e autoritario, di cui ancora oggi sono visibili gli effetti. In entrambi i casi, dunque, il lavoro è rimasto il fulcro dell’organizzazione sociale ed economica, continuando a essere gestito secondo logiche di controllo, disciplina e subordinazione.
Argomentazione
Nel pensiero di Karl Marx, il lavoro rappresenta difatti l’elemento centrale attraverso cui comprendere il funzionamento del capitalismo. Secondo la teoria di Marx, il sistema capitalistico si fonda sulla divisione della società in classi contrapposte: da una parte i proprietari dei mezzi di produzione, dall’altra i lavoratori, che dispongono esclusivamente della propria forza-lavoro. Per mezzo di tale divisione, il profitto nasce dal plusvalore, cioè dalla differenza tra il valore prodotto dal lavoratore e il salario che egli effettivamente riceve. In altre parole -ieri come oggi e con strumenti diversi- il lavoratore produce una ricchezza che è sempre superiore rispetto a quella che gli viene restituita sotto forma di retribuzione ed è proprio questa differenza a costituire il guadagno del capitale.
Per massimizzare il profitto, il sistema capitalistico tende quindi a comprimere il costo del lavoro, riducendo salari, diritti e tutele sociali. Questa dinamica non appartiene soltanto alla rivoluzione industriale ottocentesca, ma continua a caratterizzare il capitalismo novecentesco e il biocapitalismo contemporaneo. Le grandi multinazionali globali, difatti, oggi più che mai spostano la produzione verso paesi in cui il costo della manodopera è più basso e le normative sul lavoro risultano meno restrittive. Milioni di lavoratori, spesso privi di garanzie sindacali e diritti fondamentali, vengono perciò impiegati in condizioni estremamente dure, mentre nei paesi occidentali aumentano precarietà, flessibilità forzata e insicurezza occupazionale.
Alla luce di tale analisi, la storia moderna può essere interpretata come una lunga lotta contro l’organizzazione autonoma dei lavoratori: dalle rivolte contadine, alle mobilitazioni operaie dell’Ottocento, fino alle grandi conquiste sindacali del Novecento, ogni tentativo delle classi popolari di ottenere migliori condizioni di vita è stato contrastato con durezza dalle élite economiche e politiche. Apparati statali, poteri finanziari e culturali, mezzi di comunicazione e parte delle classi dirigenti hanno frequentemente agito per limitare la capacità organizzativa dei lavoratori e ridurre l’impatto politico delle loro rivendicazioni. Le repressioni delle rivolte operaie, il soffocamento delle proteste sindacali e la criminalizzazione delle lotte sociali rappresentano, in tal senso, elementi ricorrenti nella storia industriale europea e occidentale. Tant’è che anche quando il lavoro salariato ha sostituito formalmente la schiavitù e la servitù feudale, il rapporto di dipendenza economica è rimasto comunque centrale: il lavoratore moderno, pur essendo formalmente libero, dipende dal salario per la propria sopravvivenza. È questo meccanismo che produce la forma di alienazione descritta da Marx, nella quale il lavoratore perde progressivamente il controllo sul proprio tempo, sulla propria attività e persino sul senso del proprio fare e, dunque, del proprio essere.
Con l’avvento della globalizzazione neoliberista dal secondo dopoguerra in poi, queste dinamiche si sono ulteriormente accentuate e le multinazionali transnazionali hanno acquisito un potere economico enorme, spesso superiore a quello delle classi politiche di molti Stati nazionali. La competizione globale spinge oggi verso una continua ricerca di risorse e la riduzione costante dei costi di produzione, che si traduce in compressione salariale, precarizzazione dei lavoratori e riduzione delle tutele sociali e dei diritti. La precarietà lavorativa, del resto, non rappresenta più soltanto un fenomeno temporaneo, ma una condizione strutturale del sistema economico biocapitalistico contemporaneo.
L’evoluzione tecnologica, che avrebbe potuto ridurre il peso del lavoro usurante e migliorare la qualità della vita delle persone, nel modello economico attuale, ha invece finito con il produrre effetti opposti, attraverso automazione, digitalizzazione e intelligenza artificiale. La sostituzione progressiva del lavoro umano con le macchine, pertanto, non ha determinato una redistribuzione collettiva della ricchezza, ma una crescente concentrazione del potere economico e tecnologico nelle mani di poche grandi aziende globali e dei loro amministratori. La cosiddetta quarta rivoluzione industriale -o rivoluzione digitale- ha trasformato profondamente il mondo del lavoro e, sempre di più, la manodopera eroga le proprie prestazioni attraverso piattaforme digitali, contratti temporanei e forme di occupazione frammentata. Il lavoro stabile e tutelato, che aveva caratterizzato buona parte del Novecento industriale, lascia così progressivamente spazio a occupazioni intermittenti, prive di garanzie e fortemente dipendenti dalle esigenze del mercato e delle oligarchie che lo gestiscono, tanto che la flessibilità viene presentata fittiziamente come una virtù necessaria, mentre la sicurezza economica viene considerata un privilegio irrealistico. Il lavoratore contemporaneo è altresì sottoposto a una pressione costante e deve adattarsi rapidamente ai cambiamenti tecnologici aggiornandosi di continuo e accettando ritmi produttivi sempre più elevati, in una competizione costante con gli altri lavoratori. In molti settori, la produttività individuale viene persino monitorata attraverso strumenti digitali e algoritmi, che misurano i tempi di produzione, le tipologie di prestazioni e l’efficienza giornaliera. Mai come oggi, dunque, il lavoro rischia di trasformarsi in una forma di controllo permanente sull’individuo e gli effetti che la precarietà produce, non ricadono perciò unicamente sul piano economico, ma anche su quello sociale e psico-antropologico: un individuo costretto a vivere nell’incertezza permanente, difficilmente riuscirà a progettare il proprio futuro, a costruire relazioni stabili o a partecipare attivamente alla vita politica e collettiva. La paura della disoccupazione e dell’esclusione sociale diventa, in tal modo, uno strumento di disciplinamento estremamente efficace, grazie a cui l’insicurezza economica limita la capacità di ribellione del soggetto e riduce la possibilità di organizzazione collettiva dei lavoratori.
Entro tale scenario s’inserisce anche l’odierno fenomeno migratorio, tanto che la maggior parte dei flussi di migranti sono il risultato di guerre, sfruttamento economico, crisi climatiche e destabilizzazione geopolitica. Una volta giunti nei paesi industrializzati, tuttavia, molti di costoro vengono impiegati nei lavori più pesanti, meno tutelati e peggio retribuiti, o usati dalla criminalità organizzata come manodopera. Agricoltura intensiva, edilizia, logistica e lavoro domestico -tra le attività lecite, a cui si sommano quelle illecite- si reggono frequentemente su una forza-lavoro vulnerabile e facilmente ricattabile e l’assenza di reali percorsi di integrazione favorisce ulteriormente lo sfruttamento economico.
È dunque evidente che il capitalismo contemporaneo non si limita alla mera produzione materiale, ma si estende alla gestione dei dati, delle informazioni e della vita quotidiana dei cittadini. L’economia digitale, immateriale e finanziaria ha così trasformato anche il comportamento umano in una continua fonte di valore economico, per cui i dati personali relativi ai consumi, agli spostamenti, alle preferenze politiche e alle relazioni sociali vengono raccolti, analizzati e utilizzati per orientare il mercato, influenzando le scelte collettive. In questo modo, il lavoro assume una dimensione sempre più totalizzante e non riguarda soltanto il tempo trascorso in fabbrica o in ufficio, ma invade progressivamente ogni aspetto della vita quotidiana del singolo, tanto che la distinzione tra tempo libero e tempo lavorativo tende ormai a dissolversi[1]. Solidarietà, cooperazione e coscienza collettiva appaiono invece sempre più indebolite e il lavoratore non viene incoraggiato a sviluppare una coscienza critica o una solidarietà di classe, ma piuttosto a percepire sé stesso come un imprenditore individuale, costretto a valorizzarsi e a vendersi continuamente sul mercato.
Anche il sistema educativo, in linea con ciò che accade, tende progressivamente a subordinarsi alle esigenze dell’economia: scuole e università vengono sempre più orientate verso una formazione tecnica e professionale immediatamente spendibile sul mercato del lavoro. La capacità critica, la riflessione storica e la partecipazione democratica, di contro, si riducono, lasciando spazio a competenze finalizzate esclusivamente alla produttività e alla competitività. Tale riduzione dell’istruzione a semplice formazione professionale produce individui maggiormente adattabili alle esigenze del mercato, ma meno capaci di comprendere i meccanismi economici e politici della società in cui vivono e che causano il loro sfruttamento. Avviene così che il lavoro perde progressivamente la sua dimensione emancipativa, per diventare uno strumento d’integrazione passiva dell’individuo all’interno del sistema produttivo.
Il modello economico contemporaneo tende quindi a creare una società fortemente gerarchica, in cui, da una parte si trova una ristretta élite che concentra ricchezza, tecnologia, informazione e potere decisionale; dall’altra masse sempre più frammentate, impoverite e private di consapevolezza e autentica rappresentanza politica. La concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi soggetti economici globali riduce inoltre, progressivamente, la capacità degli Stati di intervenire a tutela del lavoro e dei diritti sociali. Tant’è che le grandi crisi contemporanee -economiche, sanitarie, energetiche o geopolitiche- vengono spesso utilizzate per giustificare ulteriori sacrifici sociali e, in nome dell’emergenza, s’introducono misure straordinarie, che finiscono per ridurre le tutele lavorative e aumentare il controllo sulle popolazioni. La paura dell’instabilità e della crisi permanente favorisce l’accettazione di simili condizioni lavorative, sempre più precarie.
Ieri come oggi, il lavoro continua pertanto a rappresentare il cuore del conflitto sociale. Esso resta il fondamento materiale della società e della dignità individuale, ma viene progressivamente svuotato del proprio valore emancipativo e ridotto a semplice funzione economica. Milioni di persone svolgono, in tal modo, attività per cui non si sono formate, prive di sicurezza, riconoscimento e prospettive, mentre la ricchezza prodotta dal loro stesso lavoro si concentra in misura crescente nelle mani di poche strutture economiche e finanziarie globali.
Il capitalismo contemporaneo, lungi dall’essere entrato in crisi definitiva, ha dimostrato piuttosto una notevole capacità di adattamento e ha integrato globalizzazione, tecnologia, finanza e digitalizzazione, in un sistema capace di estendere il proprio controllo su scala planetaria. Tuttavia, proprio l’aumento delle diseguaglianze, la perdita di diritti sociali e il peggioramento delle condizioni lavorative stanno riportando al centro il tema della dignità del lavoro e della necessità di nuove forme di solidarietà collettiva. La questione fondamentale resta infatti quella del rapporto tra economia e persona umana, tant’è che quando il lavoro viene subordinato esclusivamente al profitto, l’individuo rischia di trasformarsi in semplice merce, valutata soltanto sulla base della produttività e dell’utilità economica. Recuperare il valore sociale del lavoro significa, allora, restituire centralità alla dignità dei lavoratori, ai diritti collettivi, alla partecipazione democratica e alla possibilità di costruire una società meno diseguale.
Una vera riflessione sul lavoro, che non ceda a propagande, non può quindi limitarsi alla sola dimensione economica, ma deve coinvolgere anche il tema della libertà, della partecipazione politica e della giustizia sociale, indagando il senso stesso dell’esistenza di strutture collettive. Una società che riduce il lavoro a puro strumento di profitto rischia infatti di impoverire non soltanto le condizioni materiali delle persone, ma anche la loro capacità di pensare, partecipare e costruire relazioni umane autentiche. Per questa ragione, il dibattito sul futuro del lavoro rappresenta uno dei temi centrali del nostro tempo: le trasformazioni tecnologiche e produttive potrebbero essere utilizzate per migliorare la qualità della vita collettiva, ridurre le diseguaglianze e redistribuire la ricchezza prodotta, tuttavia, senza una riflessione politica e sociale profonda, esiste il rischio che il progresso tecnologico venga utilizzato esclusivamente per rafforzare meccanismi di sfruttamento e concentrazione del potere.
Il lavoro resta perciò il luogo decisivo in cui si misura il rapporto tra dignità umana ed economia e difenderlo significa difendere la possibilità, per ogni individuo, di vivere con sicurezza, riconoscimento e libertà. Ma significa altresì riaffermare il valore della solidarietà collettiva contro una visione puramente competitiva dell’esistenza.
Se indaghiamo ancor più in profondità le cause dello squilibrio tra capitale e lavoro, un’enorme responsabilità è imputabile, nel corso degli ultimi decenni, al progressivo indebolimento dei sindacati. Se infatti, nel Novecento, le organizzazioni sindacali avevano rappresentato uno strumento fondamentale di difesa collettiva dei lavoratori, la frammentazione del mercato del lavoro e l’affermarsi di occupazioni sempre più individualizzate hanno ridotto la capacità di mobilitazione e contrattazione. Il lavoratore precario, intermittente o impiegato tramite piattaforme digitali fatica spesso a riconoscersi in una comunità professionale stabile e a sviluppare forme di solidarietà durature. Questa trasformazione ha avuto conseguenze importanti anche sul piano culturale, erodendo l’idea stessa di appartenenza di classe e sostituendola da una rappresentazione individualistica del successo e del fallimento. In una società fortemente competitiva come la nostra, chi riesce ad affermarsi economicamente viene spesso considerato esclusivamente responsabile del proprio successo, mentre chi vive situazioni di povertà o disoccupazione tende a essere percepito come colpevole della propria condizione. Si afferma così una concezione meritocratica estrema, che ignora le profonde diseguaglianze sociali ed economiche di partenza e le ingiustizie collettive che le sostengono.
Entro tale complesso scenario, anche il linguaggio del lavoro è cambiato e termini come “flessibilità”, “adattabilità”, “resilienza” e “mobilità” vengono frequentemente utilizzati per descrivere trasformazioni che, nella pratica, corrispondono a instabilità economica, riduzione delle tutele e peggioramento delle condizioni lavorative. In modo subdolo, infatti, la precarietà viene presentata come inevitabile conseguenza della modernità globale, mentre il lavoro stabile e garantito viene descritto come un modello superato e non più sostenibile. La diffusione della gig economy[2] rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione, per cui milioni di persone lavorano oggi attraverso applicazioni digitali e piattaforme online, che organizzano servizi di trasporto, consegna, comunicazione e assistenza. Formalmente autonomi, molti di questi lavoratori risultano in realtà completamente dipendenti dagli algoritmi che assegnano incarichi, stabiliscono compensi e valutano prestazioni. Il rischio è la nascita di una nuova forma di sfruttamento invisibile, nella quale il controllo non viene esercitato direttamente da un datore di lavoro tradizionale, ma da sistemi automatizzati e impersonali.
Parallelamente a ciò, il lavoro intellettuale e cognitivo assume un ruolo sempre più centrale nelle economie avanzate, nelle quali sono pochi coloro che possiedono le conoscenze per la gestione e progettazione delle nuove tecnologie. Tuttavia, anche in questo ambito emergono nuove forme di sfruttamento e professionisti, ricercatori, insegnanti, giornalisti e operatori culturali sperimentano frequentemente bassi salari, contratti temporanei e condizioni di forte instabilità. Persino settori tradizionalmente associati alla crescita culturale e alla libertà di pensiero vengono progressivamente subordinati a logiche di mercato e produttività e la pressione verso la performance costante produce effetti significativi sulla salute mentale dei lavoratori. Stress, burnout, ansia e depressione risultano in aumento in molte categorie professionali, le quali sperimentano la continua competizione, l’insicurezza economica e la richiesta di disponibilità permanente da parte del datore di lavoro. Tutto ciò rende l’attività lavorativa una fonte crescente di disagio psicologico, invece che uno strumento di realizzazione personale e partecipazione sociale, tanto che l’attività lavorativa rischia oggi di trasformarsi in causa d’isolamento e sofferenza personale.
Sulla scia dei mutamenti globali in atto, anche il rapporto tra lavoro e territorio cambia profondamente e la delocalizzazione produttiva, unitamente alla finanziarizzazione dell’economia, indeboliscono il legame tra imprese e comunità locali. Fabbriche, stabilimenti e centri produttivi possono essere trasferiti rapidamente in altre aree del mondo alla ricerca di costi inferiori e normative più favorevoli. Interi territori rischiano così l’impoverimento, la disoccupazione di massa, la marginalizzazione economica e lo spopolamento. Anche la crisi ambientale s’intreccia inoltre con la questione del lavoro, difatti, il modello produttivo fondato sulla crescita illimitata e sul consumo continuo delle risorse naturali, ha contribuito al deterioramento degli ecosistemi e all’aggravarsi delle emergenze climatiche. Tuttavia, i costi sociali della transizione ecologica ricadono spesso sui lavoratori e sulle fasce popolari, mentre le grandi multinazionali mantengono enormi margini di profitto; il rischio che ne deriva è che la sostenibilità venga utilizzata come ulteriore strumento di sacrificio imposto alle classi sociali più fragili e ai lavoratori.
Di fronte a tali trasformazioni, allora, il tema del lavoro torna inevitabilmente al centro del dibattito pubblico e la richiesta di salari dignitosi, della riduzione delle diseguaglianze, della tutela dei diritti sociali e della redistribuzione della ricchezza rappresenta – oggi più che mai – una delle principali sfide delle democrazie contemporanee. In assenza di un riequilibrio tra potere economico e diritti collettivi, difatti, il rischio è l’approfondirsi di tensioni sociali sempre più forti e una crescente sfiducia verso le istituzioni politiche. Il lavoro, del resto, non costituisce soltanto una fonte di reddito, ma rappresenta un elemento fondamentale dell’identità personale, del riconoscimento sociale e della partecipazione collettiva. Una società incapace di garantire condizioni lavorative dignitose ai suoi cittadini rischia di compromettere la propria stessa coesione democratica. Per tale motivo, la questione del lavoro continua a essere uno dei principali terreni su cui si misura il futuro delle società contemporanee e la possibilità di costruire modelli economici più giusti, inclusivi e umani.
Conclusioni
In Italia, le trasformazioni descritte, colpiscono in modo particolare le nuove generazioni: i giovani entrano oggi nel mondo del lavoro in una condizione di fragilità strutturale, caratterizzata da precarietà contrattuale, bassi salari e scarse prospettive di stabilità. Stage sottopagati, contratti a termine, collaborazioni occasionali e lavoro intermittente rappresentano ormai esperienze diffuse anche per chi ha un’elevata formazione, e spesso vengono presentate come passaggi obbligatori e prolungati nel tempo. Anche chi possiede titoli di studio fatica, sempre più, a trovare occupazioni coerenti con il proprio percorso formativo e capaci di garantire indipendenza economica.
La difficoltà di accedere a un lavoro stabile produce, inevitabilmente, conseguenze profonde sul piano sociale, inducendo molti giovani a rimandare progetti di vita fondamentali, come costruire una famiglia, acquistare una casa o progettare il proprio futuro con serenità. L’incertezza economica alimenta inoltre un senso diffuso di sfiducia e disillusione nei confronti delle Istituzioni e della politica, percepite come incapaci di offrire risposte concrete ai problemi sociali. A ciò si aggiunge il fenomeno dell’emigrazione qualificata, per cui migliaia di giovani italiani scelgono, ogni anno, di trasferirsi all’estero alla ricerca di salari più dignitosi, maggiori opportunità professionali e sistemi meritocratici più efficienti. Questa fuga di competenze impoverisce ulteriormente il tessuto produttivo e culturale del paese, privandolo di energie fondamentali per il proprio sviluppo futuro.
Le nuove tecnologie e la digitalizzazione, che avrebbero potuto rappresentare un’opportunità di emancipazione, rischiano perciò di accentuare l’instabilità occupazionale, costringendo giovani e giovanissimi a lavorare all’interno di piattaforme digitali, in settori caratterizzati da forte competizione, assenza di tutele e ritmi elevati. La promessa di libertà e flessibilità veicolata dai mass-media, si traduce così in una disponibilità continua da parte del lavoratore, in compensi insufficienti e in una crescente difficoltà a ritagliarsi spazi e tempi di riposo.
Di fronte a questo scenario, il tema del lavoro giovanile interroga dunque le nostre società, non soltanto sul piano economico, ma anche su quello della tenuta democratica, tant’è che un paese che non riesce a garantire ai propri giovani condizioni di lavoro dignitose, rischia di compromettere definitivamente il proprio futuro.
Restituire valore al lavoro, allora, non significa solo investire nelle nuove tecnologie e nelle aziende, ma nella formazione, nella ricerca, nella tutela dei diritti e nella creazione di opportunità reali, affinché le nuove generazioni possano tornare a considerare il lavoro non come una condizione di sopravvivenza precaria, ma come uno strumento di emancipazione, di partecipazione e di dignità, da cui dipende il futuro della stessa democrazia.
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[1] La connessione continua, il lavoro da remoto e l’utilizzo costante delle tecnologie digitali producono una disponibilità permanente del lavoratore nei confronti del sistema produttivo, mentre, parallelamente, la cultura contemporanea promuove valori come competizione, successo individuale, efficienza e visibilità sociale.
[2] La gig economy è un fenomeno contemporaneo che mette al centro del modello economico impieghi temporanei, che non prevedono vincoli contrattuali a lungo termine. Si tratta di una forma di lavoro che garantisce flessibilità sia ai professionisti, che possono scegliere quando e quanto lavorare, sia alle aziende, che possono avvalersi di collaboratori per progetti specifici o brevi periodi. Questo tipo di economia sta prendendo piede soprattutto grazie alla digitalizzazione e alle piattaforme online che facilitano l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Pur offrendo maggiore autonomia e libertà ai lavoratori, la gig economy presenta molte criticità in termini di stabilità e sicurezza lavorativa, di diritti e di tutele.
