Diritti in capo agli autori

Samuele Peirasso, Università di Torino
E-mail: samuele.peirasso@edu.unito.it
doi: 10.66565/voci.2026.7.PR.24
(https://doi.org/10.66565/voci.2026.7.PR.24)
First received article: 19 July 2026 First review outcome: 02 August 2026 Second [joint] review outcome: 19 August 2026 Final revised article received: 29 August 2026 Final editorial checks for the online version, outcome: 30 August 2026 First online: 30 August 2026 Seventh issue release date: 31 August 2026
Abstract eng [Title: Which Normality? Notes on Work, Suffering and Subjectivity]
The present contribution seeks to analyze the “enigma of normality” in the work context, highlighting its heuristic value in reflecting on the various elements that compose the subjective experience of work. Starting from Christophe Dejours’s psychodynamics of work, the article proposes an examination of the profound effects that work organization exerts on subjectivity. Against this background, normality ceases to be understood as a spontaneous condition and is instead investigated as the outcome of a constant struggle by subjects against suffering. The aim is to demonstrate that only through an analysis of normality is it possible to restore to work its real complexity and a philosophical and political dignity that is too often denied.
Keywords: Philosophy of Work; Psychodynamics of Work; Christophe Dejours; Normality; Subjectivity
Abstract ita
Il presente contributo intende analizzare “l’enigma della normalità” nel contesto lavorativo, evidenziandone il valore euristico per riflettere sui diversi elementi che compongono l’esperienza soggettiva del lavoro. A partire dalla psicodinamica del lavoro di Christophe Dejours, l’articolo propone una disamina dei riflessi profondi che l’organizzazione del lavoro esercita sulla soggettività. Su questo sfondo, la normalità cessa di essere intesa come una condizione spontanea per essere indagata come l’esito di una lotta costante dei soggetti contro la sofferenza. L’obiettivo è dimostrare che soltanto a partire da un’analisi della normalità è possibile restituire al lavoro la sua reale complessità e una dignità filosofica e politica troppo spesso negata.
Keyword: Filosofia del Lavoro; Psicodinamica del Lavoro; Christophe Dejours; Normalità; Soggettività
Premessa
Il rapporto tra filosofia e lavoro, lungi dal radicarsi in un canone o in una tradizione di pensiero consolidati, ha per lungo tempo costituito un cono d’ombra marginale, indebitamente trascurato, a tal punto da poter parlare di una forma di diniego del lavoro nel dibattito filosofico-politico contemporaneo[1]. Negli ultimi decenni si è tuttavia assistito, in Francia e Germania prima, in Italia poi, al diffondersi di riflessioni e importanti spazi di discussione e rielaborazione teoretica a partire dal pensiero di studiose e studiosi che si sono confrontati con il tema – è il caso, ad esempio, del Seminario permanente di Filosofia del Lavoro organizzato in seno alla Società Italiana di Teoria Critica – gettando le basi per un concreto “ritorno del lavoro”[2] nel dibattito filosofico.
A tal proposito, una delle prospettive di ricerca più interessanti è rappresentata dalla psicodinamica del lavoro, in particolar modo in riferimento alle riflessioni proposte da Christophe Dejours – psichiatra e psicoanalista francese. Essa nasce a partire da un costante dialogo con le scienze sociali da una parte, grazie alla psicoanalisi, e con le scienze del lavoro dall’altra, grazie all’ergonomia[3], caratterizzandosi per un approccio intrinsecamente interdisciplinare che “parte da una visione normativa del soggetto nella società per proporre un’analisi clinica delle patologie individuali e sociali e derivarne una filosofia politica immanente, che include in particolare l’analisi degli ostacoli alla politicizzazione”[4], presentando in tal modo i crismi di una vera e propria Teoria Critica, lato sensu.
Articolata intorno al fecondo intreccio tra lavoro vivo, organizzazione del lavoro, soggettività e sofferenza, essa costituisce uno snodo cruciale per la comprensione di quelle dinamiche al contempo così intimamente personali e collettivamente condivise che continuano a colonizzare, direttamente e indirettamente, l’esistenza di chiunque si possa dire a pieno titolo umano. Ovvero, come opportunamente sottolineato da Jean-Philippe Deranty, “parlare di Dejours è un modo strategicamente centrale di parlare, oggi, delle patologie del lavoro e del dominio nel e attraverso il lavoro”[5].
In quest’ottica, compreso come la psicodinamica trascenda il ristretto ambito della clinica del lavoro, il presente contributo intende soffermarsi sul concetto di normalità e sul suo valore euristico, assumendolo quale chiave d’accesso privilegiata per un’indagine volta a decodificare la fitta trama che stringe insieme gli effetti dell’organizzazione del lavoro sulla soggettività e le manifestazioni della sofferenza sociale.
L’enigma della normalità
Statuto teorico della normalità
La comprensione dello statuto teorico della psicodinamica del lavoro esige, come passaggio preliminare, una breve ricostruzione genealogica delle sue origini. Storicamente, il panorama scientifico era dominato dal paradigma della psicopatologia del lavoro – inaugurato negli anni Cinquanta e Sessanta – un approccio il cui vettore analitico si fondava in via pressoché esclusiva su una concezione del lavoro essenzialmente negativa, come fonte di malessere, ponendo attenzione sull’identificazione, la catalogazione e la ricerca dei fattori eziologici all’origine delle diverse costellazioni patologiche[6]. È entro questo orizzonte che, negli anni Settanta, opera Dejours distinguendosi, tuttavia, per uno slittamento della propria ricerca tutt’altro che secondario. Egli si affranca da una ricerca rivolta primariamente alle malattie mentali, soffermandosi piuttosto sulla “sofferenza e le difese contro la sofferenza, cioè guardando oltre gli scompensi causati dalla malattia mentale”[7]. In tal modo si assiste ad un “capovolgimento teorico” che costituirà la premessa per una svolta epistemologica sostanziale, capace di gettare le fondamenta di una nuova disciplina: la psicodinamica del lavoro.
La psicodinamica del lavoro nasce, infatti, a partire da una profonda torsione prospettica. L’asse della ricerca si sposta dalla pura diagnosi della sofferenza all’indagine critica di quei processi dinamici che ne impediscono la degenerazione in malattia. L’attenzione si orienta, di conseguenza, verso le strategie difensive, individuali e collettive, mobilitate dai soggetti contro il patimento quotidiano. Sono proprio questi sofisticati dispositivi psichici ad arginare l’impatto distruttivo dell’organizzazione del lavoro – altresì definita come “metodologia del dominio”[8], come “il veicolo di una volontà esterna così potente che alla fine il lavoratore ne è posseduto”[9] e, ancora, come “forma di tecnologia, di antropotecnica […] perché un certo tipo di tecnologia produce un certo tipo di essere umano e viceversa”[10] –, garantendo all’individuo un fondamentale, per quanto gravoso, “mantenimento a galla”, consentendo così di non soccombere definitivamente.
In questo mutato quadro clinico ed epistemologico, l’oggetto d’indagine privilegiato diviene la normalità. Essa cessa di essere intesa come lo sfondo pacificato o naturale della salute, per emergere come il vero e proprio “enigma centrale”[11] del rapporto tra soggetto e attività produttiva. Sottratta alla banalità del dato statistico, essa si rivela come un campo di forze teso e problematico, a tal punto che la psicodinamica del lavoro può essere definita, a pieno titolo, come una rigorosa e sistematica “teoria della normalità”[12].
Ciò che può apparire come una banale operazione intra-disciplinare, segno di un’evoluzione teorica che va di pari passo con il trasformarsi della dimensione sociale e politica, testimonia, invece, una pregnante manovra filosofica di ri-concettualizzazione del concetto di normalità. Essa si disvela non come mera condizione standard, di base, o come punto di partenza precostituito che si dà autonomamente, bensì come “equilibrio instabile, fondamentalmente precario, tra sofferenza e difese contro la sofferenza. […] come il risultato di strategie tanto complesse quanto rigorose, quindi non come il risultato meccanico di una somma di azioni e reazioni, di stimoli o risposte, come fondamentalmente intenzionale”[13]. Si tratta dunque, a tutti gli effetti, di una de-normalizzazione della normalità, che diviene effetto, prodotto, frutto di una lotta quotidiana più o meno silente; un’operazione volta ad evidenziare come la normalità non arrivi da sé ma, al contrario, si ottenga attraverso una conquista sempre temporanea e mai definitiva, secondo un moto di fatica perpetua. In altri termini, se decidiamo di assecondare il senso comune, la normalità potrebbe corrispondere ad un tentativo di definizione grezza che la qualifica come uno stato di cose caratterizzato da una, quanto meno apparente, ordinarietà, come una condizione di non eccezionalità. A partire da ciò si innesta la riqualificazione operata da Dejours che ci consente di ri-comprendere – o comprendere effettivamente per la prima volta – la normalità come “normalità sofferente”[14], ossia come il prodotto del “compromesso” effettuato dal soggetto tra la sofferenza patita e le strategie messe in atto per arginarla.
L’assunzione della normalità quale chiave euristica privilegiata consente, allora, di interrogare il lavoro a partire dalla sua dimensione più ordinaria e, proprio per questo, maggiormente esposta al rischio di rimanere invisibile. Se la sofferenza, il confronto con il reale e le strategie di difesa permettono di isolare altrettante dimensioni decisive dell’esperienza lavorativa, la normalità consente di coglierne la sintesi entro il concreto agire quotidiano. Essa porta al centro il problema di come sia possibile continuare a lavorare quando il rapporto con il reale espone sistematicamente allo scacco e la sofferenza esige un costante contenimento. Ciò che appare come ordinario viene così restituito alla sua genesi conflittuale: la prosecuzione del lavoro diviene essa stessa un fenomeno da comprendere, in quanto dipende da un equilibrio che deve essere continuamente rinnovato. In tal senso, la normalità permette di illuminare quella dimensione del lavoro che tende a sottrarsi allo sguardo proprio perché coincide con il suo abituale svolgimento.
“Reale del lavoro” e fallimento
Giunti a questo punto, è doveroso palesare il nesso che sussiste tra lavoro e normalità. A tale scopo, si rende necessario dipanare l’intricato e multiforme concetto di lavoro, intendendo con esso un concetto spiccatamente “ipertrofico”[15], una nozione “ombrello” che racchiude al suo interno un novero sconfinato di significati, elementi, istanze e sfumature differenti[16]. Il lavoro è stato definito da Dejours come l’attività volta a colmare lo iato tra il compito prescritto e la sua effettiva realizzazione, come “ciò che il soggetto deve aggiungere alle prescrizioni per poter conseguire gli obiettivi che gli sono assegnati; […] ciò che deve aggiungere di se stesso per affrontare quel che non funziona nel momento in cui si attiene scrupolosamente all’esecuzione delle prescrizioni”[17], ritenendo pertanto imprescindibile, per il corretto funzionamento del regolare processo produttivo, la mobilitazione dell’“intelligenza sovversiva”[18] dei soggetti coinvolti. Adottando tale definizione, l’attività del lavorare si esplicita così nel suo nucleo più essenziale di scontro con il “reale del lavoro”, laddove con tale formulazione si intende “ciò che resiste alle conoscenze, ai saperi, alle abilità e alla padronanza”[19]. In altre parole, il soggetto impegnato nell’attuazione delle direttive prescritte vede sé stesso andare incontro ad imprevisti e difficoltà e, pertanto, alla possibilità – niente affatto remota – di fallimento. Un termine, questo, senz’altro scivoloso e che racchiude al suo interno implicazioni emotive e sociali dense di significato; basti, in questa sede, tenere a mente che la parola fallimento prevede una certa qual dose di coinvolgimento della persona nell’azione da essa compiuta[20]. Più opportunamente, si tratta di ciò che Giovanni Mari appunta quale “fallimento nel lavoro”, distinguendolo dal “fallimento del lavoro”, quando afferma che:
Diverso è il caso del “fallimento nel lavoro” quando il lavoro, che rimane sempre anche un mezzo, è soprattutto considerato un’attività in cui la persona si autorealizza. In questo caso il fallimento non si concentra sui risultati, sul valore prodotto e acquisito, perché si può essere insoddisfatti del proprio lavoro anche guadagnando bene, e questo accade assai spesso. Il “fallimento nel lavoro”, cioè, rappresenta la contraddizione tra senso e risultato del lavoro, e il fallimento è caricato, diciamo a monte, soprattutto sul rapporto tra persona e lavoro, cioè […] sul nesso tra identità e lavoro, e non, diciamo a valle, sul valore del risultato. Un nesso che si realizza nell’attività in cui si forma l’identità e nel risultato come valore d’uso, cioè come valore utile della fabbricazione, materiale o immateriale, fatta bene e socialmente riconosciuta, da un lato; e dal rapporto tra il sé che si è concretizzato nell’idea dello scopo del lavoro, del bene o del servizio da produrre, che poi l’attività ha realizzato, autorealizzando il sé, dall’altro. Posti questi termini, il fallimento è una conseguenza dell’impossibilità.[21]
La sfera del lavoro comporta così una collisione non episodica con il fallimento, che si insinua nella normalità conquistata e sofferente dei soggetti. Di conseguenza, il fallimento diviene, più propriamente, il trait d’union tra lavoro, normalità e sofferenza in almeno due accezioni che, ai fini dell’argomentazione qui proposta, possiamo distinguere come strutturale e socio-prestazionale. Se, come recita Dejours, “fallire significa prima di tutto un’esperienza patita, un’esperienza di sofferenza”[22], allora il fallimento corrisponde, in un primo caso, all’esperienza dell’incontro con ciò che resiste alla padronanza del soggetto. Esso costituisce l’occasione per prendere consapevolezza dei propri limiti e dell’impossibilità di governare integralmente ciò che accade. Il lavoro appare quindi il “caso paradigmatico […] in cui il soggetto fa esperienza della propria finitudine”[23]. In questa prima accezione, il fallimento appartiene dunque strutturalmente all’incontro con il reale e, proprio per questo, costituisce una delle condizioni attraverso cui la sofferenza può insorgere. Sul versante socio-prestazionale, la questione concerne invece il rapporto tra il soggetto e gli standard socialmente imposti attraverso cui il suo operato viene valutato. L’esperienza del fallimento non coincide più soltanto con l’esperienza del limite incontrato nell’attività, ma con la percezione di non corrispondere alle aspettative ed ai criteri di adeguatezza che definiscono ciò che, in un determinato contesto, significa “lavorare bene”. Tale dimensione acquista particolare rilievo se si considera che, contribuendo in modo centrale alla formazione dell’identità psichica dell’individuo, al suo consolidamento e deterioramento, il lavoro diventa altresì “lavoro di produzione di sé”[24], strumento attraverso cui l’individuo produce sé stesso. L’esperienza del fallimento può così tradursi nella percezione di una soggettività non adeguata, non conforme, una soggettività non sufficientemente zelante. Tuttavia, non ne consegue necessariamente una condizione di marginalizzazione: tale esito dipende dalle specificità concrete attraverso cui l’inadeguatezza viene socialmente giudicata. È a questo livello che il fallimento può incidere sul riconoscimento di sé da parte degli altri e, con esso, sulla possibilità di occupare una posizione sociale nella quale il proprio contributo venga percepito come necessario e meritevole della stima altrui. In linea con questa prospettiva, acquista particolare rilevanza il quesito “chi ha bisogno di me?”[25], posto da Richard Sennett nelle battute finali del celebre saggio L’uomo flessibile. La questione riguarda infatti primariamente il riconoscimento del proprio essere necessari all’interno di una trama di rapporti sociali, nella misura in cui “per essere affidabili, dobbiamo sentire che qualcuno ha bisogno di noi”[26]. Quando tale riconoscimento viene meno, il soggetto può sperimentare una forma di invisibilizzazione che, pur non essendo pienamente sovrapponibile all’assenza di occupazione, condivide con essa l’esperienza della perdita di una collocazione sociale attraverso cui il proprio contributo possa essere riconosciuto come significativo.
Sofferenza, strategie di difesa e natura “bifronte” del lavoro
Inoltre, assumere la normalità come grimaldello per scardinare l’opacità del lavoro impedisce la rimozione della sofferenza, un elemento costitutivo dell’esperienza lavorativa che le narrazioni interne ed esterne ai luoghi di lavoro tendono sistematicamente ad espungere o occultare[27], nonostante il costante attrito con il reale esponga il soggetto alla possibilità dell’insuccesso – come è stato mostrato sopra. Il fallimento può dunque tradursi in patimento in virtù del profondo investimento richiesto dall’atto del lavorare: in gioco vi è una decisiva attribuzione di significato, una ricerca di senso che investe direttamente l’architettura psichica dei soggetti[28]. Ma proprio questo confronto con il reale non è necessariamente fonte di sola sofferenza; piuttosto, esso costituisce anche la condizione attraverso cui il soggetto può sperimentare le proprie capacità, ottenere riconoscimento, cooperare con altri e, entro determinati margini, esercitare forme di autonomia. A tale proposito, il medesimo investimento può fare del lavoro un’esperienza dotata di senso, che non si esaurisce nella sofferenza.
Tuttavia, è a fronte di quest’ultima, e della necessità di arginarne la gravosità, che intervengono strategie di difesa individuali e collettive. Esse operano secondo una logica profondamente ambivalente: da un lato anestetizzano il dolore, innalzando la soglia di tolleranza e costituendo una risorsa fondamentale per la tenuta psichica e collettiva dei soggetti, permettendo così la prosecuzione dell’attività; dall’altro possono, in determinate condizioni, stabilizzare le contraddizioni interne all’ingranaggio produttivo. Ossia, assicurando la continuità del flusso operativo, esse possono finire per rendere tollerabili condizioni di lavoro problematiche, sottraendole alla possibilità di essere rimesse in discussione e alimentando in tal modo la riproduzione delle medesime forme di dominio e subordinazione.
Sulla scorta di quanto è stato rilevato a più riprese, il lavoro presenta dunque una natura eminentemente “bifronte”[29], essendo fonte al contempo di sofferenza e di piacere, di dominio e di libertà, di subordinazione e di emancipazione. Negare ciò significa adottare una concezione miope, unilaterale del lavoro; significa misconoscere la presenza nell’attività del lavoro di un’istanza propulsiva, di segno positivo, circoscritta come “potenziale eleuterico”[30]. Ossia, si tratta di quell’insieme di “potenzialità inespresse di liberazione”[31] che abitano il lavoro e coesistono con le sue numerose e disparate criticità, rendendolo a tutti gli effetti un “potente operatore di intelligibilità della società”[32], nonostante i numerosi tentativi – etichettati come un “ossimoro”[33] – di preconizzare scenari di superamento del dogma del lavoro in favore della realizzazione di una società post-work.
Conclusioni
Alla luce del percorso sin qui delineato, emerge come la tesi fondante della psicodinamica del lavoro volta a sostenere la centralità del lavoro – intesa nella sua dimensione esistenziale, politica e psichica – imponga la necessità di una disamina minuziosa di ciò che comunemente viene derubricato come normalità. Assumere quest’ultima come oggetto d’indagine privilegiato, come lente euristica, consente dunque di ancorare le proprie riflessioni critiche ad un terreno eminentemente materiale, rifuggendo astrazioni illusorie e vaneggiamenti idealistici. In altri termini, se prendiamo in prestito il sempreverde adagio marxiano che recita “il mio lavorare non è vita”[34], è proprio a partire da quest’ultima – nel suo incedere non lineare, nel suo statuto di apparente non eccezionalità, di conquista continua – che si rendono decifrabili gli effetti profondi dell’attività del lavoro, e del modo in cui questo viene organizzato, sulla soggettività. Pertanto, affrancare la normalità da interpretazioni ingenue si rivela un passaggio cruciale per restituire dignità e visibilità filosofica al tema del lavoro.
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[1] Renault, in particolare, distingue tre processi di differente natura che provocano tre forme distinte di diniego del lavoro: diniego politico, sociale e psicologico, soffermandosi successivamente sul “diniego teoretico del lavoro”. Ossia, imputando l’eclissi del lavoro nel dibattito filosofico-politico contemporaneo a una duplice tendenza, ascrivibile da un lato alle assunzioni normative intrinseche alla disciplina e, dall’altro, alle specifiche teorie sociali di cui essa si avvale come substrato: “nella filosofia hegelo-marxiana predominante nella sfera intellettuale del secondo dopoguerra, così come nella filosofia esistenzialista dello stesso periodo, la nozione di ‘alienazione’ rappresentava un punto di vista normativo per la critica sociale, ed uno dei bersagli di tale critica era il lavoro. Il rinnovamento della filosofia politica normativa avviatosi all’inizio degli anni Settanta è stato accompagnato sia dall’esclusione della questione dell’alienazione sia dalla scomparsa del lavoro come problema politico. È come se il rifiuto dello schema teoretico utilizzato per analizzare e criticare il lavoro sia stato accompagnato dal rifiuto del lavoro stesso. Due posizioni alternative hanno sostituito quella inerente all’alienazione, e in entrambe il lavoro non è stato più considerato come un obiettivo reale della critica sociale. La prima posizione normativa è quella della democrazia. Secondo le teorie della democrazia sia repubblicane sia procedurali, la libertà politica è fondata in una sfera pubblica esterna e indipendente dalla sfera sociale del lavoro. […] La seconda posizione normativa è quella della giustizia. […] Stando alla definizione liberale della giustizia, la priorità della libertà negativa su quella positiva e sulla vita buona implica che gli effetti del lavoro sulla qualità della vita e la possibilità di pervenire a valutazioni significative inerenti al lavoro non abbiano che un valore secondario. Stando invece alla definizione socialista della giustizia come redistribuzione il lavoro risulta svolgere un ruolo di profilo più alto: le questioni sociali dei salari e di una ripartizione del lavoro appaiono allora come del tutto pertinenti. Tuttavia, ad una analisi ravvicinata, sembra che ad essere introdotta nella cornice della giustizia sia l’occupazione come status sociale (avere un lavoro e grazie a ciò ottenere riconoscimento sociale) piuttosto che il lavoro come attività particolare (attività tecnica e cooperativa nel posto di lavoro)”. Si veda Renault, Emmanuel. «L’invisibilità politica del lavoro e le sue eco filosofiche». Iride, n. 1 (2009): 71–86, 72-74; si veda inoltre Donaggio, Enrico. «Lavoro, libertà e utopia nel dibattito francese contemporaneo». In Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà, Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Stefano Brogi, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi e Annalisa Tonarelli (cur.), 1195–1203. Firenze: Firenze University Press, 2024. La diagnosi di Renault va tuttavia collocata entro un quadro più articolato, che tenga conto anche della significativa tradizione italiana di riflessione filosofica sul lavoro, cui hanno contribuito, tra gli altri, Antimo Negri e Francesco Totaro, nonché delle elaborazioni maturate nel contesto dell’operaismo e del post-operaismo.
[2] Si veda Faitini, Tiziana, e Francesco Raparelli. «Il ritorno del lavoro: La filosofia politica alla prova dei nuovi modi di produzione e riproduzione sociale: un panorama introduttivo». Rivista Italiana di Filosofia Politica, n. 7 (dicembre 2024): 123–147; Dejours, Christophe, Jean-Philippe Deranty, Emmanuel Renault, e Nicholas H. Smith. The Return of Work in Critical Theory: Self, Society, Politics. New York: Columbia University Press, 2018.
[3] Dejours, Christophe, e Jean-Philippe Deranty. “The Centrality of Work”. Critical Horizons 11, no. 2 (2010): 167–180, 167-169.
[4] Deranty, Jean-Philippe. «Lavoro ed esperienza del dominio nel neoliberismo contemporaneo». SOCIETÀ DEGLI INDIVIDUI (LA), 46 (2013): 62–77, 77.
[5] Deranty, 2013, 62.
[6] Dejours, Christophe. «Dalla psicopatologia alla psicodinamica del lavoro». 216-217, 1993. In Christophe Dejours. Lavoro e salute mentale. Bologna: DeriveApprodi, 2025; si segnala che il medesimo saggio è presente, in lingua inglese, con un’introduzione leggermente differente nel volume collettaneo, Smith, Nicholas H., and Jean-Philippe Deranty (eds.), New Philosophies of Labour: Work and the Social Bond. 209-250, Leiden: Brill, 2012.
[7] Dejours, 1993, 218.
[8] Dejours, Christophe. «Il lavoro tra alienazione ed emancipazione», 37-53, 49. In Lavoro e Libertà?, Enrico Donaggio, José Rose e Mariagrazia Cairo (cur.). Milano-Udine: Mimesis, 2023.
[9] Dejours, 2025, 189.
[10] Donaggio, Enrico. “Postfazione”, 152. In Danièle Linhart. La commedia umana del lavoro: Dal taylorismo al management neoliberale. Milano-Udine: Mimesis, 2021.
[11] Dejours, 1993, 218.
[12] Dejours, Christophe. Pratica della democrazia. Servitù volontaria, lavoro ed emancipazione, 48. Milano-Udine: Mimesis, 2024.
[13] Dejours, 1993, 218.
[14] Dejours, Christophe. L’ingranaggio siamo noi. Lavoro e banalizzazione dell’ingiustizia sociale, 42. Milano-Udine: Mimesis, 2021.
[15] Il rimando esplicito è a quanto sostiene Faitini, quando riferisce che “lavoro è del resto un concetto decisamente ipertrofico, sovraccarico com’è di connotazioni morali, lotte emancipative, rivendicazioni di status e diritti; intrecciato, ma non identico, a quello di professione, una sua minima definizione si trova a fare i conti con un profilo giuridico, filosofico, sociologico, teologico, economico e con una notevole variabilità storica e contestuale”. Si veda Faitini, Tiziana. «Ipertrofie del lavoro. Qualche annotazione su lavoro e riconoscimento». P.O.I. Rivista di Indagine Filosofica e Nuove Pratiche di Conoscenza II (2019): 22–37, 33.
[16] Si veda, ad esempio, la distinzione tra le nozioni di: attività, che “mette l’accento sul fare, sull’azione concreta degli esseri umani” articolandosi in una serie di compiti concreti che rinviano a obiettivi non “unicamente economici, ma anche personali e sociali”; impiego, da intendersi come “forma storica singolare di riconoscimento sociale del lavoro che si è progressivamente imposta nel corso dell’ultimo secolo”; professione come “forma specifica di esercizio del lavoro che […] si distingue dall’impiego e corrisponde piuttosto ad attività rette da corpi regolamentati e organizzati che definiscono le condizioni di accesso e di esercizio del lavoro” e mestiere quale nozione che, ponendo enfasi sulla condizione di indipendenza, viene “storicamente associata al contesto artigianale e si inscrive nella filiazione delle corporazioni” presentata in Collettivo ArtLib. “Aperture”, 19-36, 22-24. In Lavoro e Libertà?, Enrico Donaggio, José Rose e Mariagrazia Cairo (cur.). Milano-Udine: Mimesis, 2023.
[17] Dejours, Christophe. Lavoro vivo, 8-9. Milano-Udine: Mimesis, 2020.
[18] Dejours, 2023, 43; l’intelligenza sovversiva è stata altresì definita come “intelligenza efficiente al lavoro” in Dejours, 2021, 61.
[19] Dejours, 2021, 35.
[20] Mari, Giovanni. «Fallimento nel lavoro, fallimento del lavoro». SOCIETÀ DEGLI INDIVIDUI (LA), 84 (2025): 13–20, 13.
[21] Mari, 15.
[22] Dejours, 2023, 42.
[23] Deranty, Jean-Philippe. “Work and the Precarisation of Existence”. European Journal of Social Theory 11, no. 4 (2008): 443–463, 451.
[24] Nicoli, Massimiliano, e Luca Paltrinieri. «Il lavoro come produzione di sé. Per una genealogia del “contratto psicologico”». Psichè, 2 (2017): 571–588, 582.
[25] Sennett, Richard. L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, 146. Milano: Feltrinelli, 2016.
[26] Sennett, 146.
[27] Rimando qui a Mazzone, Leonard. «La critica di fronte alla sofferenza sociale, oggi». Teoria Politica 5 (2015): 287–313.
[28] Sulla distinzione tra senso e significato, rimando a Cavallini, Giulia, e Dimitri D’Andrea. «Senso, significato e rilevanza del lavoro. Una prospettiva weberiana». Cambio. Rivista sulle trasformazioni sociali 14, no. 27 (2024): 125–147 laddove “il senso è il significato che fornisce una risposta alla domanda sul ‘perché così?’ o sul ‘perché adesso?’ – cioè, sul fondamento della determinatezza di un ente” mentre il significato “è la relazione indicativa che consente di mettere in relazione un ente con un altro […]. Si ha significato tutte le volte in cui qualcosa non è più soltanto ciò che è nella sua datità, ma è anche segno di qualcosa di altro”.
[29] Dejours, 2023, 39.
[30] Si veda Mazzone, Leonard. «La democrazia al lavoro. Autonomia, sicurezza e utilità sociale dentro e fuori i luoghi di lavoro». Iride, fasc. 2–3, (2024): 287–303.
[31] Mazzone, 2024, 288.
[32] Dejours, Christophe, et Pascale Molinier. “Le travail comme énigme”. Sociologie du Travail, Vol. 36, (1994): 35-44, 42.
[33] Si veda Deranty, Jean-Philippe. “Post-work society as an oxymoron: Why we cannot, and should not, wish work away”. European Journal of Social Theory, Vol. 25 (2022): 422-439.
[34] Marx, Karl. Manoscritti economico-filosofici del 1844, 211. Milano: Feltrinelli, 2018.
