Editoriale di Danilo Campanella. La quotidianità del “diverso”. Il mondo percepito con altri occhi.
Danilo Campanella, scrittore
(http://www.doi.org/10.14672/VDS20243ED12)

Editoriale 2_La quotidianità del “diverso”. Il mondo percepito con altri occhi © 2024 by Danilo Campanella is licensed under CC BY-SA 4.0
Abstract
Vivere e convivere con chi percepisce il mondo in modo differente rappresenta la sfida educativa e riabilitativa del nuovo secolo. Condizioni del neurosviluppo quali la sindrome di Asperger e varie forme di autismo ci obbligano ad una riflessione sulla neurodiversità, sul confine tra divergenza e genio.
Keyword: neurodiversità; psicologia; quotidiano; autismo; cognitivismo.
Il signor P. misura bene le parole, e i gesti. Nel quotidiano, cerca di non entrare nei discorsi altrui e, se proprio deve farlo, nei discorsi ci entra in unta di piedi, timidamente. Troppo timidamente per quei colleghi che diffidano di uno che vive nel nascondimento emotivo. Evita di guardare gli altri negli occhi. Quando parla, appare monotono. Se deve dire qualcosa lo dice apertamente, anche se è spiacevole, e se non vuole salutare una persona non lo fa, come lo si richiederebbe nei normali rapporti sociali di compiacenza. Se non ha qualcosa da dire non dice nulla. Non parla tanto per parlare. Nemmeno per parlare del tempo. Appare rigido, non ama i cambiamenti e non si presta volentieri ai cambi turno di lavoro. Agli altri appare inoltre goffo. Inespressivo. Quando è in piedi, fermo, sembra uno che si prepara a una foto di gruppo. In compenso muove spesso le mani senza apparente ragione, per gli altri. I colleghi si fanno l’idea che non sia interessato a nulla, che sia una persona anaffettiva e incapace a provare emozioni. Il signor P. è uno “strano” e perciò è visto con diffidenza da chi gli sta intorno. Lo capisce, il signor P., e si sente a disagio; non partecipa alle riunioni e se lo deve fare sta in disparte, non per disinteresse ma per difficoltà a relazionarsi con quei colleghi che, ormai, lo vedono come una persona malata. Talvolta lo sbeffeggiano perché non capisce le metafore, semplici modi di dire, il sarcasmo, o semplicemente i convenevoli tra i colleghi cosiddetti “normali”[1]. Il signor P. in realtà non è malato, piuttosto, la sua mente è il prodotto di un cervello che lavora in modo diverso da molti altri. Il signor P. nome di fantasia, è la personificazione di un soggetto tipo, il tipo di persona con la sindrome di Asperger, una delle declinazioni dell’autismo. Il suo è un mondo di grande sensibilità in cui gli altri non entrano con delicatezza; anziché includerlo nell’ambiente sociale, preferiscono escluderlo, più o meno velatamente. Sono persone impazienti. E diffidenti. Il signor P. non partecipa a squallide battute maliziose sulle colleghe, non si presta nel prendere in giro gli altri, a ridere delle disgrazie delle persone assenti, come i suoi colleghi, a volte, fanno. Non gli viene perdonato. Ai compleanni non invitano quell’uomo strano che giudicano anche sciatto, perché non cura l’aspetto fisico, che dimentica di spettinarsi, o di stirarsi la camicia stropicciata. O forse lui queste cose non le reputa importanti. Per i suoi colleghi, invece, queste sembrano essere cose importanti. I suoi colleghi appartengono alla moltitudine di quelle persone non ancora pronte per rapportarsi con altre menti, con cervelli diversi, con altri punti di vista, con altri occhi per vedere e interpretare il mondo.
Uno dei termini che dovremmo tentare di trasformare da semplice parola a prospettiva è: inclusione. Purtroppo, rischia di diventare poco più di un “tormentone”, assieme a resilienza, o multicultura. Eppure, l’inclusività gioca un ruolo fondante nella società prossima ventura, quella che si va costruendo, nonostante tutto. Le antiche società non sempre tolleravano coloro i quali uscivano dagli schemi del quotidiano, rappresentati in primo luogo dalle convenzioni sociali e da una buona dose di abitudine, dalla convinzione che la novità fosse fonte di cambiamento, quindi di scomodità, di impegno e di sospetto. Al di là di tutto ciò che veniva in modo rassicurante definito come “normale” coloro che si muovevano nel terreno della diversità venivano posti sul piano della dimensione eretica, apocrifa, a volte malvagia; fino a scivolare in quella categoria che, fino a poco tempo fa, veniva semplicisticamente ma efficacemente delimitata dal termine: follia. Il “matto” è forse l’ultima vestigia della non-accettazione del diverso, anche quando le caratteristiche di un simil soggetto non sono necessariamente di attenzione clinica. Termini quali “funzionale” e “non funzionale” entrano nell’attuale lessico clinico degli specialisti della salute mentale. Ciò segna uno spartiacque definitivo tra ciò che, in passato, veniva definito “morale” e “immorale”. Il manuale ad uso diagnostico conosciuto come DSM, giunto oggi alla sua quinta edizione, rappresenta una valida guida per psichiatri, in primo luogo, ed anche per psicologi. Gli aggiornamenti del manuale rappresentano quelle modifiche ritenute opportune e che rivedono talune concezioni delle condizioni cliniche, attraverso nuovi dati empirici e nuovi studi, nonché nuovi trattamenti visti come efficaci. Ad esempio, mentre nelle precedenti versioni del suddetto manuale l’autismo ha conosciuto varie definizioni e, di conseguenza, differenti sviluppi diagnostici, oggi si oltrepassa la visioni di diversi profili per giungere a un’unica diagnosi nel DSM-V: il disturbo dello spettro autistico. Ciò, in virtù del fatto che tutti i disturbi elencati in precedenza mostrano il medesimo nucleo sintomatologico, variando nella gravità, da un punto di vista quantitativo. Alla luce delle osservazioni più aggiornate, quindi, l’autismo sarebbe da intendersi meglio come un unico disturbo che clinicamente va a declinarsi in maniera diversa nei soggetti coinvolti. La diagnosi, quindi, passa dall’essere puramente categoriale – nella presenza di uno o di un certo numero di sintomi – all’essere dimensionale, prendendo adeguatamente in esame la gravità dei sintomi rilevati, la loro intensità e, quindi, i risvolti che provocano nella vita della persona, nel suo quotidiano rapporto con il mondo delle cose e delle persone. Questo “spettro” in cui si declinano le tante forme dell’autismo comprende, ad esempio, un comportamento ripetitivo, una certa ripetitività delle azioni, un deficit persistente nella comunicazione e nell’interazione sociale, particolari modalità di comportamento. Ciò porta con sé una evidente difficoltà/impossibilità nel comprendere e/o seguire le regole sociali, nel comunicare, verbalmente o non verbalmente, il linguaggio delle metafore, ed altro. Il grande cambiamento che ci aspettiamo, nel prossimo futuro, consiste nel completare un percorso, che vede nel considerare l’autismo non un “disturbo”, bensì una “condizione”, un modo che ha il cervello di alcuni tra noi di funzionare, con tutte le difficoltà in essere in un mondo “programmato” per le modalità di funzionamento cognitivo dei “neurotipici”. Senza, ovviamente, negare l’esistenza della patologia mentale, il neologismo neurodiversità[2] può essere il punto di partenza di una nuova società plurale, inclusiva e pragmaticamente volta a trovare un posto per ognuno di noi. Il percorso per cessare lo stigma rivolto a coloro definiti “strani”; ma che non presentano necessariamente un disagio significativo sul piano clinico, è a buon punto, sebbene lungi dall’essere giunto al suo compimento. La diversità non può, e non deve, sempre, essere identificata come malattia. Un grande passo in avanti, rispetto ai secoli scorsi. Non parliamo dunque più di un disturbo ma di una condizione. Queste condizioni, dunque, sono da correggere, oppure da sostenere e da indirizzare verso mete nuove ed indirizzi lavorativi efficaci?[3] Alcuni cervelli hanno dei punti di forza, come ad esempio una maggiore capacità di vedere i dettagli nonostante una scarsa capacità nel mettere insieme il piano complessivo[4] rispetto a un cervello neurotipico. Quel giorno anche il Signor P. non verrà stigmatizzato per la sua genuinità, per la sua mancanza di malizia. Non verrà più stigmatizzato ma compreso. Ma il signor P. in verità non chiede nemmeno questo. Vorrebbe soltanto vivere senza dover mendicare l’amicizia degli altri.
[1]Si legga Fromm, Erich (1996). I cosiddetti sani. La patologia della normalità. Milano: Mondadori.
[2]Neologismo coniato dalla sociologa australiana Judy Singer, nel 1998.
[3]Si legga Bennett, Dinah, Yolanda K. Gibb. (2023). Imprenditorialità, neurodiversità e genere. Roma: Edizioni Lavoro.
[4]Si veda Grandin, Temple, Richard Panek, Il cervello autistico, 141. Milano: Adelphi.
