Editoriale di Angela Deganis. Un uomo nuovo
Angela Deganis, Marketing and communication strategist, copywriter, giornalista, blogger
(https://www.linkedin.com/newsletters/vita-da-manager-6909597880789954560/)
E-mail: angela.deganis@gmail.com
(http://www.doi.org/10.14672/VDS20243ED13)
(https://levocidisophia.it/2024/12/30/editoriale-3-editoriale-di-angela-deganis-uomo-nuovo/)

Editoriale 3_Un uomo nuovo © 2024 by Angela Deganis is licensed under CC BY-SA 4.0
Quando l’amica Stefania Lombardi mi ha proposto di scrivere un redazionale per la prestigiosa rivista “Le voci di Sophia” su temi manageriali del quotidiano mi sono chiesta cosa significasse vivere una giornata da manager nel 2025 in Italia. E cosa è cambiato rispetto alle decadi precedenti.
Di fronte a quale pattern lavorativo ci troviamo oggi?
Fluidità, balance e sostenibilità sociale sono le prime parole che emergono in un contesto storico repentinamente cambiato. E sfidante.
Tutto ha avuto inizio cinque anni fa, quando il periodo pandemico ha segnato globalmente l’umanità, mettendoci di fronte alle nostre fragilità e ai nostri errori.
Abbiamo tutti, nostro malgrado, sbattuto il muso sul valore transeunte della nostra esistenza.
Complice la Covid, l’intera umanità ha toccato con mano all’unisono temi esistenziali come quelli della vita, della morte e della malattia e rivalutato le priorità dell’esistenza, come se un’enorme amuchina fosse passata sopra tutte le nostre coscienze.
Ne è una conseguenza il fenomeno delle Grandi Dimissioni, un moto spontaneo di abbandono dei posti di lavoro a favore di un recupero della qualità della vita che ha sconvolto l’intero mondo professionale occidentale proprio a seguito del lock down globale che ha recluso l’intero pianeta in casa.
Stando a quanto riportato dal Ministero del Lavoro, la Great Resignation ha bussato anche alle porte delle aziende italiane, mietendo, solo nel 2022, 2 milioni e 200 milavittime, dimissionari volontari e consapevoli in cerca di serenità.
+ 45% rispetto al quinquennio precedente.
L’equilibrio tra lavoro e vita privata risulta al primo posto tra le motivazioni di abbandono del posto di lavoro stando al report Ranstad Workmonitor 2024, surclassando di gran lunga la ricerca di uno stipendio più elevato.
E se nell’ultimo periodo il numero di dimissioni volontarie risulta contratto, gli esperti hanno iniziato a parlare di grande rimescolamento e recessione dei talenti. Secondo l’Osservatorio Hr Innovation Practice del Politecnico di Milano sono 2,3 milioni gli italiani che praticano il quiet quitting, un ridimensionamento dell’importanza del lavoro nelle proprie vite, mentre l’88% delle aziendelamenta difficoltà nell’assumere nuovo personale e nel trattenere i talenti in azienda, soprattutto le nuove generazioni, non più abbagliate da promesse di carriera e di denaro ma più orientate alla qualità della vita, alla formazione continua e alla crescita personale, in una percezione del lavoro come elemento non prioritario nella propria esistenza.
Una sorta di silente, telepatico mega sciopero planetario per una vita serena anche tra le quattro mura lavorative.
In questo scenario tutto nuovo in cui il lavoro sembra non giocare più parte essenziale nella costruzione delle nostre identità – una reale rivoluzione copernicana per chi come me fa parte della generazione X e ha trovato nella realizzazione professionale un tassello sostanziale della propria vita -, le aziende corrono ai ripari con nuove soluzioni.
Da nuovi strumenti di welfare che supportino genitorialità, empowerment personale, fitness e tempo libero, con mense con prodotti locali biologici a chilometro 0, palestre, asili nidi e corsi di meditazione annessi alla struttura aziendale, a nuovi approcci di lavoro ad obiettivi amici dello smartworking, dall’eliminazione delle timbrature all’indizione delle settimane lavorative corte e a nuovi percorsi formativi che includano materie non professionali, come corsi di autostima, di respirazione zen e di disegno o pattinaggio sul ghiaccio.
Qualunque sia la soluzione che le nostre aziende individueranno per evitare la fuga di cervelli, una nuova deriva dell’umano lavoratore si sta delineando, un umano sempre più desideroso di respiro, tuta da operaio appesa al chiodo, in un contesto tecnologico dove l’intelligenza artificiale prenderà sempre più il sopravvento.
Una deriva per privilegiati, per persone che possono scegliere di non lavorare o di lavorare meno ma anche un interessante indicatore sociale, laddove la flessibilità e il work life balance tanto agognati dai nostri colletti bianchi presuppongono, per funzionare, una nuova moneta, un atto di fede, un proclama di fiducia nei confronti del prossimo e un’assunzione di responsabilità per il proprio operato.
Perché solo dove ci sono fiducia, rispetto reciproco e responsabilità c’è l’allentamento delle catene della caverna neoliberista che ci siamo costruiti.
Ce la sentiamo di uscire a rimirar le stelle?
In un futuro dalle ombre oscure in cui l’AI promette da un lato di liberarci dagli automatismi dall’altro di toglierci il lavoro, riusciremo a evitare di peggiorare ulteriormente il gap insostenibile tra disoccupati che non arrivano a fine mese e gente frustrata che lavora 12 ore al giorno?
Arriveremo a ridistribuire tra di noi, tra tutti noi il bene più prezioso che, oltre al pane, è il nostro tempo?
Buon 2025 a tutte e a tutti.
