Recensione di Maria Galdi a “Le parole sono finestre, oppure muri” di Marshall B. Rosenberg

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Recensione di Maria Galdi, Università Degli Studi dell’Aquila
E-mail: mariagaldi22@outlook.it
(https://levocidisophia.it/2025/06/26/recensione-2/)
(https://www.doi.org/10.14672/VDS20255RE14)
Titolo: Le parole sono finestre, oppure muri. Introduzione alla comunicazione nonviolenta
Autore: Marshall B. Rosenberg
Formato: 15 x 2 x 23 cm, 280 p.
Editore: Edizioni Esserci, Cavriago (RE), 2020
Nel quotidiano mondo contemporaneo, spesso si assiste ad una regressione della comunicazione, che passa da un cortocircuito. Nella storia della comunicazione, l’essere umano, infatti, dalla semplicità dell’arcaico ha progredito verso il complesso del presente, per poi giungere oggi a quel che sembra un indietreggiamento, con un moto tanto opposto quanto diretto, verso una semplificazione depauperante. Le cause di un tale cambiamento possono ricondursi a più fattori, i più impattanti dei quali rimangono la frenesia tipica del modus vivendi della maggior parte della popolazione e la pervasività della tecnologia, che se da un lato semplifica, facilita, rende più immediato e veloce il comunicare, dall’altro appunto lo spoglia e lo impoverisce, in alcuni casi all’estremo: si pensi all’uso delle emoji, geroglifici moderni, sempre più sostituti delle parole in una comunicazione che diviene unicamente grafica e che, da un certo punto di vista, tanto toglie allo scambio umano.
Questo accade non del tutto a torto. I cambiamenti di una società sono sempre il riflesso di quel che accade anche nel suo contesto, e sono sempre necessari nel momento in cui si verificano, al di là del loro essere giudicabili come positivi o negativi.
La tecnologia e la frettolosità con la quale conduciamo le nostre esistenze, rendono possibili tantissime delle cose che sono ormai parte del vissuto di tutti e, dunque, indispensabili; ma sono anche i fattori scatenanti di un progressivo allontanamento dell’umano dall’umano.
Lo psicologo Marshall Rosenberg, negli anni ’60, giunge all’ideazione di un nuovo modello di comunicazione, che pare proprio avere come obiettivo un riavvicinamento, un ritorno al dialogo di qualità: un approccio, che mira a creare connessioni più profonde e autentiche, sia con sé stessi che con gli altri, basato sull’empatia e sulla comprensione reciproca.
Le dinamiche tipiche della modernità, cui si è accennato pocanzi, vengono analizzate nelle loro dinamiche sottese e profonde, anche attraverso il prezioso ausilio di soluzioni pratiche, creando un vero e proprio metodo: una comunicazione nonviolenta, basata sul contatto emotivo e del sentire, empatico.
Negli ultimi anni il termine empatia, accanto ad esempio a resilienza, è stato molto in voga, fino quasi a perdere di significato, proprio come accade quando si ripete una parola troppe volte.
Volgendo lo sguardo all’etimologia, però, si può cogliere il senso più profondo della parola, ecco allora che l’Enciclopedia Treccani sentenzia:
dal greco en= in, dentro e paqeia (paq– da pascw= soffrire) = qui traducibile come sentimento, e in generale l’idea di sentire.
In psicologia, la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato, prevalentemente senza ricorso alla comunicazione verbale. Più in particolare, il termine indica quei fenomeni di partecipazione intima e immedesimazione attraverso i quali si realizzerebbe la comprensione estetica.
Comprendere l’altro senza bisogno di parole, sentendo e percependo quel che prova, solo grazie a quello che può definirsi, molto riduttivamente, uno spiccato tipo di sensibilità.
Proprio in questo nodo cruciale si innesta l’innovazione apportata da Rosenberg: fondere empatia e linguaggio, generando una comunicazione di tipo verbale, nonviolenta, che solo ad una prima e superficiale analisi può sembrare non necessaria. Essa, invece, una volta sperimentata, si configura come indispensabile.
Se essere empatici significa non avere bisogno di parole per comprendere gli altri, comunicare empaticamente significa, invece, impiegare molte parole, puntando alla chiarezza e alla completezza del messaggio.
Comunicare con empatia significa rendere manifesto all’altro che esiste un legame tra le parti in causa, significa avallare le incomprensioni e i malfunzionamenti del dialogo e significa riuscire ad avvicinarglisi, praticando compassione, tolleranza, comprensione, immedesimazione.
Lo psicologo fornisce esempi pratici di questo tipo di comunicazione, tramite spezzoni di dialogo centellinati nel testo in ogni capitolo. Un eloquente estratto è fornito proprio nel primo capitolo, nel quale si parla del cuore della comunicazione nonviolenta, che è poi sostanziato dall’ascolto profondo, dal rispetto dell’altro e dalla focalizzazione dell’attenzione sulla soggettività altrui:
Mi trovavo a presentare la Comunicazione Nonviolenta in una moschea nel Campo Profughi Deheisha di Betlemme, di fronte a circa 170 uomini musulmani palestinesi. In quel periodo, il loro atteggiamento verso gli americani non era favorevole. Mentre parlavo, mi accorsi improvvisamente di un’ondata di agitazione soffocata che si spargeva tra il pubblico. “Stanno sussurrando che lei è americano!” mi avvertì il traduttore, quando d’un tratto un signore tra i presenti scattò in piedi. Guardandomi negli occhi, gridò con tutto il fiato che aveva nei polmoni: “Assassino!” Subito una dozzina di altre voci si unirono a lui in coro: “Omicida!”, “Assassino di bambini!”, “Assassino!”
Per fortuna, riuscii a concentrare la mia attenzione su ciò che l’uomo sentiva e desiderava. In questo caso, avevo degli indizi. Mentre viaggiavo verso il campo profughi, avevo visto molti contenitori vuoti di gas lacrimogeno che erano stati lasciati nel campo la sera prima. chiaramente stampata su ogni contenitore c’era la scritta “Made in U.S.A.” Sapevo che i profughi nutrivano molto rancore verso gli Stati Uniti perché questi fornivano gas lacrimogeno ed altre armi ad Israele.
Mi rivolsi all’uomo che mi aveva chiamato assassino.
Io: è arrabbiato perché vorrebbe che il mio governo usasse diversamente le sue risorse? (non sapevo se il mio tentativo era azzeccato, ma ciò che contava davvero era lo sforzo sincero da parte mia di connettermi con i suoi sentimenti e bisogni).
Lui: certo che sono arrabbiato! Pensate che abbiamo bisogno di gas lacrimogeno? Abbiamo bisogno di fognature, non del vostro gas lacrimogeno! Abbiamo bisogno di case! Abbiamo bisogno di avere un paese nostro!
Io: quindi lei è furioso e vorrebbe ricevere qualche aiuto per migliorare le vostre condizioni di vita e per ottenere l’indipendenza politica?
Lui: ha idea di che cosa vuol dire vivere qui da ventisette anni come faccio io con la mia famiglia, i bambini e tutto quanto? Ha una seppur vaga idea di come stanno le cose qui da noi?
Io: sembra che lei sia molto disperato e si chieda davvero se io o qualcun altro possiamo capire cosa significhi vivere in queste condizioni.
Lui: vuole capire? Mi dica, ha dei figli? Vanno a scuola? Hanno dei parchi dove giocare? Mio figlio sta male! Gioca nelle fogne a cielo aperto! In classe non hanno libri! Ha mai visto una scuola senza libri?
Io: sento quanto è doloroso per lei crescere i suoi figli qui; vorrebbe che io sapessi che quello che lei desidera è quello che tutti i genitori desiderano per i loro figli: una buona istruzione, la possibilità di giocare e di crescere in un ambiente sano…
Lui: giusto, le cose fondamentali! I diritti umani, non è così che li chiamate voi americani? Perché molti più di voi non vengono qui a vedere il tipo di diritti umani che state portando?
Io: vorrebbe che più americani fossero consapevoli dell’enormità della vostra sofferenza e riflettessero più in profondità sulle conseguenze delle nostre azioni politiche?
Il nostro dialogo continuò, con quell’uomo che esprimeva il suo dolore e io che ascoltavo il sentimento ed il bisogno dietro ciascuna affermazione, per quasi altri venti minuti. Non mi mostrai né in accordo né in disaccordo. Non ricevetti le sue parole come attacchi, ma come doni provenienti da un altro essere umano, mio simile, disposto a condividere con me la sua anima e la sua profonda vulnerabilità. Una volta che quel signore si fu sentito compreso, fu in grado di ascoltarmi mentre spiegavo le ragioni della mia presenza presso il campo. Un’ora dopo, quello stesso uomo che mi aveva chiamato assassino mi invitò a casa sua per una cena di ramadan.
Le vite delle persone, nel bene e nel male, sono mosse e traghettate dalle relazioni che queste stabiliscono con gli altri e dalle azioni quotidiane che scaturiscono a loro volta proprio da queste interazioni. Risiede proprio qui l’importanza capitale del lavoro di Rosenberg.
Talvolta, inoltre, le esistenze cambiano dopo un semplice, quanto cruciale e spartiacque, dialogo. Una conversazione può cambiare una vita.
L’autore esamina, capitolo dopo capitolo, sentimenti e metodi di approccio ed utilizzo della CNV, che, una volta introiettati, divengono parte dello schema mentale del parlante, che diviene capace poi di attuarli quindi senza sforzo, poiché ormai in grado di esprimere liberamente i suoi bisogni, giungendo ad un’armonica risoluzione, persino dei conflitti più intricati, ma anche di tutelare l’altro locutore, essendo in grado di non ferirlo, ma divenendo capace di porsi nel suo punto di vista e di esprimere e condividere questa profonda vicinanza generatasi.
Alla base di questo processo ci sono due assunti: il dover ammettere che ci si trovi in un contesto nel quale la comunicazione è spesso inadeguata, migliorabile, inefficacie, e la consapevolezza che l’elemento fondante di questo passo in avanti verso l’empatizzazione del dialogo è la pazienza.
Si tratta infatti di investire tempo nella parola, esprimendosi con i termini giusti, estraendoli con cautela dalle possibili combinazioni, prendendosi un momento per costruire una frase più completa, che sia in grado di spiegare al meglio ciò che vogliamo arrivi dall’altra parte, attraverso l’utilizzo di tecniche e metodologie ad hoc.
La filosofia di Rosenberg allora si fonda proprio su questo: una comunicazione efficace ed efficiente è in grado di ricoprire un ruolo fondante e decisivo, non solo nel trasmettere un messaggio correttamente all’altro, ma soprattutto è tale da migliorare le relazioni interpersonali, insegnare ad esprimere bisogni ed emozioni, giungere a sentirsi finalmente visti, compresi, accolti.
