Recensione di Davide Orlandi a “La Chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo” di Andrea Riccardi 

L’immagine, di proprietà dell’editore, è qui utilizzata solo ai fini previsti di trattazione del testo e d’incentivare la conoscenza e la diffusione dell’opera.

(https://www.doi.org/10.14672/VDS20255RE13)

Titolo: La Chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo

Autore: Andrea Riccardi

Formato: 21.2 x 2.1 x 14.4 cm, 256 p.

Editore: Laterza, Bari-Roma, 2021

Fine del cristianesimo in Europa? Quale forma di Chiesa in futuro?

La crisi del cristianesimo in Europa è stata, in questi anni, studiata da molte prospettive: quella storico-sociologica, quella socio-religiosa, quella filosofica, come anche quella teologica.

È possibile farsene un’idea leggendo un testo recente di Andrea Riccardi (La Chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo) sotto il profilo storico-sociologico- culturale.

Circa cinquant’anni fa, nel 1972, veniva pubblicato un volume di K. Rahner, a mio avviso di fondamentale importanza per il tema che affronto, dal titolo Trasformazione strutturale della Chiesa come compito e come chance. Un’opera non solo estremamente attuale, ma addirittura direi più feconda oggi, dato che la trasformazione strutturale della Chiesa è avvertita in maniera più acuta rispetto ad allora a livello di coscienza ecclesiale universale.

E anche le tre domande che egli all’epoca pose sono oggi ancora più necessarie e incalzanti di quando furono formulate dal teologo tedesco in concomitanza con il sinodo dei vescovi della Germania Ovest.

  1. A che punto siamo?
  2. Che cosa dobbiamo fare?
  3. Come può essere pensata una Chiesa del futuro?

(Provate a rispondere in riferimento alla vostra realtà locale).

La Chiesa europea è certamente una Chiesa in fiamme, la cui crisi è del tutto evidente.

Andrea Riccardi apre significativamente la sua riflessione con il ricordo del devastante incendio che nella notte tra il 15 e il 16 aprile del 2019 provocò gravissimi danni alla cattedrale di Parigi.

Notre Dame che bruciava divenne, in maniera tanto reale quanto simbolica, espressione di una Chiesa in fiamme o, se preferite, della crisi che da tempo imperversava nella Chiesa europea. La cattedrale parigina, infatti, è uno dei più noti monumenti d’Europa e tra i più visitati.

L’incendio di Notre Dame ha messo in luce oggi i tanti fili, di natura diversa, che legano gli europei a quell’edificio. E non solo gli europei: l’evento ha assunto anche l’aspetto simbolico della scomparsa o del rischio di scomparsa non di una Chiesa, ma della Chiesa[1].

E continua lo storico italiano:

Tanti si sono chiesti, magari solo per un momento: che cosa sarà il mondo senza la Chiesa? Poi sono successi tanti altri fatti e l’attenzione si è spostata sulla grande crisi globale del Covid-19. Ma la domanda su un mondo senza Chiesa resta. È anche una delle domande per la ricostruzione dopo la crisi: che cosa sarà un mondo senza Chiesa[2].

C’è anche chi, in occasione del rogo della cattedrale di Parigi, ha cercato di scindere l’aspetto artistico-culturale di quanto stava accadendo, da quello prettamente cultuale che insiste su Notre-Dame. Addirittura allorché dei gruppi di fedeli si erano messi a pregare, gli stessi venivano tacciati da alcuni commentatori come tradizionalisti, come a volere rimarcare che ormai la preghiera è appannaggio esclusivo di tali gruppi ecclesiali. D’altronde oggi la Chiesa fa più presa sotto l’aspetto culturale che sotto il profilo cultuale.

Di fronte all’incendio è emerso un vasto sentimento di affezione nei confronti della Chiesa: “una specie di inconscio spirituale e teologico che fatica certo a ritrovare il filo della propria storia, ma esiste”[3]. E qui siamo di fronte ad una prima sfida per la Chiesa: riuscire ad entrare in contatto, a dialogare con questo “inconscio” che magari appare solo in maniera occasionale e sulla scorta di un’emozione per un avvenimento che suscita clamore.

In Francia la riflessione sulla crisi della Chiesa non è nuova. Basta citare un’opera divenuta celebre: La France, pays de mission?, scritta nel 1943 da due sacerdoti, Godin e Daniel, i quali in piena guerra mondiale denunciano la crisi in cui versava la Chiesa francese, a causa soprattutto della distanza tra il proletariato e la fede. Da lì nasce l’esperienza dei preti operai, di cui fece parte anche lo storico Emile Poulat, per il quale si trattò di un’esperienza rivelatrice di un cristianesimo accortosi della propria fine nel nuovo mondo operaio. Papa Pio XII da lì a breve disporrà la fine dell’esperienza dei preti-operai.

La crisi in cui versa ancora oggi la Chiesa cattolica in Europa è grave e forte. Certamente essa ha dovuto fronteggiare lungo i secoli svariate crisi, sia esterne che interne. Quella odierna proviene dal suo interno e vi è una spia rivelatrice: la decrescita degli indicatori della vitalità cattolica. I parametri vitali del corpo ecclesiale danno segnali preoccupanti. Sembra addirittura essere prossimi alla fase terminale del cristianesimo europeo. E qui mi collego al punto successivo di questa riflessione, in cui intendo porre un interrogativo per ciascuna area geografica europea su cui rifletterò: Francia, Italia, Spagna, Germania.

In Francia una crisi terminale?

Se il trend attuale venisse confermato, si stima che nel 2048 possa esserci l’ultimo battesimo in Francia e circa venti anni prima, nel 2031, l’ultimo matrimonio cattolico, infine, intorno al 2044 la totale scomparsa dei sacerdoti francesi. Chiaramente si tratta di stime, la cui valutazione richiederebbe ulteriori approfondimenti e analisi.

E parallelamente all’incendio di Notre-Dame assistiamo alla decisione del presidente della Turchia, Erdogan, di reintrodurre la preghiera islamica a Santa Sofia a Istanbul. Si tratta certamente di una scelta dal grande valore simbolico e fa riflettere sulla forza dell’islam o, meglio, sulla potenza del nazionalismo neo-ottomano della nuova Turchia.

Nel secolo scorso la Chiesa francese è stata tra le maggiori protagoniste nel panorama cattolico. Basti pensare al fondamentale apporto dato al concilio da grandissimi teologi quali De Lubac, Congar, Chenu e Daniélou. Ma anche alla capacità di recezione conciliare mostrata dalla Chiesa francese. Eppure, a distanza di alcuni decenni spicca la decrescita continua del numero dei fedeli, come pure la diminuzione dei presbiteri e dei seminaristi, dei religiosi e delle religiose. La pratica domenicale si attesta oggi al 5% a voler essere ottimisti. Dal 1965 al 2017 i sacerdoti diocesani sono passati da 49.100 a 11.350.

La riduzione dei seminaristi è assai rilevante: nel 2018 due terzi delle diocesi francesi non hanno avuto seminaristi.

L’Italia: un gregge smarrito?

Certamente la situazione della Chiesa italiana non è neppure lontanamente paragonabile con quella della Chiesa d’oltralpe. Basti pensare a come in Italia la figura del papa, la Chiesa e gli uomini di Chiesa siano stati circondati da larga benevolenza e consenso popolare. Un’altra grande differenza è data dal rapporto tra lo Stato e la Chiesa. In Italia abbiamo assistito ad un sostanziale collateralismo tra le due realtà fin dalle prime elezioni democratiche nel 1946 grazie alla Democrazia Cristiana, un partito cattolico che ha goduto dell’appoggio della Chiesa.

Va anche rilevato l’apporto gigantesco offerto da vari movimenti ecclesiali sorti in Italia: da Comunione e Liberazione ai Focolarini, dal Cammino Neocatecumenale alla Comunità di Sant’Egidio per non parlare del contributo dato dall’Azione Cattolica.

Ebbene in questo paese, solidamente ancorato alla fede cristiana, si è verificato un progressivo calo dei cattolici impegnati e praticanti. Nel 2020 un’indagine IPSOS mostra che i praticanti domenicali erano il 19% (di cui il 7% cattolici impegnati e il 12% praticanti), con una diminuzione del 13% in un decennio. Inoltre il 29% del popolo della domenica è dato da persone di oltre 65 anni. Il mondo dei giovani è quello che la Chiesa non riesce ad intercettare. Circa il 49% dei giovani tra i 18 e i 24 anni si dichiara non credente. Si va, inoltre, consolidando una vasta area (oltre il 30%) di persone che non vanno mai in Chiesa. Ciò è frutto di un divorzio di un’enorme fetta della popolazione dalla religione di sempre.

La struttura ecclesiastica risulta profondamente indebolita. Dai 38 mila sacerdoti del 1990 si è passati ai 32 mila del 2019 con conseguenti accorpamenti di parrocchie e formazione di unità pastorali. Piemonte e Liguria sono le regioni più in difficoltà

Anche le religiose vivono un periodo in cui è visibile una profonda emorragia vocazionale, con un calo complessivo in Italia di circa 2 mila suore ogni anno.

La situazione dei seminari cambia profondamente in base alle regioni. Tuttavia, la flessione del numero di seminaristi è di grandi dimensioni. Nel 2018 sono stati ordinati 248 presbiteri diocesani. Mai prima del 2015 il numero era sceso sotto i 300.

Va messa in luce la forte riduzione – a differenza di prima – della vicinanza tra la Chiesa e il ceto medio, oggi impaurito e impoverito. Sette italiani su dieci considerano la Chiesa come una realtà rarefatta e che poco incide nella società italiana.

Il cattolicesimo italiano sembra più impegnato nella gestione della propria crisi, che non orientato a quel «movimento creativo» a cui il papa lo ha invitato in più occasioni.

Pensate alla formula coniata da papa Francesco di “Chiesa in uscita” che in Italia fa tanta fatica a trovare attuazione, perché troppo impegnati nella gestione dei problemi interni.

C’è ancora spazio per la Chiesa nella “cattolicissima Spagna”?

Nella Spagna del regime di Francisco Franco – al potere fino al 1975 – non era possibile praticare un culto diverso dalla religione di Stato, ossia quella cattolica.

Con la fine del franchismo e l’avvento della democrazia, la Spagna si è trovata coinvolta in un rapido processo di secolarizzazione. La Chiesa appare come una realtà del passato, solidale con il regime di Franco, del tutto illiberale. Nella memoria di tante famiglie vi è un’associazione tra Chiesa e falangismo, ovvero il movimento politico spagnolo di ispirazione fascista. Ciò spiega la grande percentuale di atei, agnostici, non credenti o indifferenti tra gli spagnoli. La Chiesa, che occupava lo spazio pubblico in maniera dominante, è divenuta periferica. Si è anche manifestata la spinta a rimuovere tutti i simboli del nazional-cattolicesimo franchista.

Il numero degli spagnoli che frequentano la celebrazione domenicale si attesta al 10% e per la prima volta gli atei superano oggi i cattolici praticanti. Questo dà la misura della scarsa rilevanza del cattolicesimo nella società. La maggior parte dei cattolici praticanti, infatti, sono anziani. Basti pensare al crollo dei matrimoni in Chiesa, passati dal 75% del 2000 a meno del 30% nel 2015. E sempre nel 2015 il battesimo è praticato in poco più della metà dei nuovi nati in Spagna. Mentre in Catalogna la situazione è ancora più disarmante, dato che il 91% dei matrimoni sono civili, i funerali non si svolgono in Chiesa e solo il 5% della popolazione va a messa la domenica.

Il numero dei sacerdoti dal concilio ad oggi è passato da 26 mila a 16 mila, con un’età media piuttosto alta di 66 anni.

Ciò che colpisce in Spagna è la rapidità del cambiamento, anche alla luce del fatto che una scuola spagnola su cinque è gestita dalla Chiesa.

Il cristianesimo permea ancora l’identità del popolo tedesco?

Un discorso a sé stante merita la Germania, dove sia la Chiesa cattolica che quella evangelica sono forti e strutturate. Per la prima volta nel 2019 il numero dei cattolici ha superato quello degli evangelici. La grande differenza tra la Chiesa tedesca e quella delle altre nazioni europee è data dalla sua consistenza strutturale e istituzionale. Si pensi alle tasse ecclesiastiche che nel 2019 ammontavano a 6 miliardi e 700 milioni (pur con una perdita di 272 mila fedeli che si sono cancellati dall’elenco dei cattolici). Nello stesso anno in Italia la Chiesa ha ricevuto 1 miliardo e 100 milioni dallo Stato tramite l’8×1000.

In Germania la Chiesa, cattolica ed evangelica, rappresenta il più importante datore di lavoro dopo lo Stato. Solo la Caritas, per fare un esempio, conta 660 mila impiegati. Eppure, la pratica domenicale è in continua discesa, attestandosi attualmente intorno al 9% dei fedeli.

La Chiesa tedesca ha proposto da alcuni anni una via sinodale per affrontare il proprio futuro. È piuttosto evidente come il cammino sinodale della Chiesa tedesca abbia altre basi rispetto a quelle indicate da Bergoglio, tanto che lo stesso Francesco nel 2019 ha scritto la Lettera al popolo di Dio che è in cammino in Germania dove sottolinea la propria differenza di visione con il cammino sinodale tedesco. Mentre per il sinodo appaiono centrali i temi del potere all’interno della Chiesa, del ruolo delle donne e il loro rapporto con il ministero ordinato, degli abusi, dello spazio dei laici e della morale sessuale, le tematiche fondamentali del papa (l’evangelizzazione e la prossimità coi poveri) restano marginali. Una cosa è certa: in Germania si propone una via diversa, non coincidente con quella bergogliana, per affrontare la crisi della Chiesa.

Un mondo cristiano in transizione

L’11 febbraio 2013 Benedetto XVI presenta le proprie dimissioni affermando:

Dopo avere espressamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino.

In queste parole risulta dominante l’esame di coscienza del papa con sé stesso e davanti a Dio, senza alcuna consultazione del collegio cardinalizio. Ratzinger, considerato il papa della tradizione, esprime un’importante affermazione sul primato della coscienza per motivare la rinuncia inedita al ministero petrino. Il papa dichiara di non avere le energie per affrontare le sfide di un governo complesso come quello della Chiesa. Tanti hanno avuto la percezione che, per compiere un gesto tanto sorprendente, la crisi della Chiesa dovesse essere più seria di quanto si dicesse o pensasse.

Le dimissioni sono diventate un punto di svolta di questo mondo cristiano in transizione. Esse sono state un trauma che ha rivelato la fragilità della Chiesa.

Con la successiva elezione di Francesco, primo papa latinoamericano, abbiamo assistito ad un cambiamento di rotta all’interno della compagine ecclesiale. Il papato si è tolto di dosso l’ombra del clima europeo declinante, che sembrava contagiare la Chiesa. Nei suoi due discorsi al parlamento europeo e al consiglio d’Europa, il 25 novembre 2014, Francesco ha espresso in maniera chiara l’attuale malessere europeo: «Oggi abbiamo davanti agli occhi l’immagine di un’Europa ferita, per le tante prove del passato, ma anche per le crisi del presente, che non sembra più capace di fronteggiare con la vitalità e l’energia di un tempo. Un’Europa un po’ stanca, pessimista, che si sente cinta d’assedio dalle novità che provengono da altri continenti».

Francesco coglie un aspetto importante dell’attuale sentimento europeo nella “vecchiaia”, non solo demografica ma anche come modo di guardare la vita. La Chiesa appare contagiata dallo stesso virus dominante in Europa: la vecchiaia.

Il papa argentino auspica una nuova vitalità per il vecchio continente. Tuttavia, egli non insiste sulla centralità del cattolicesimo europeo nel quadro ecclesiale universale. Basti vedere la composizione del collegio cardinalizio e la geografia dei suoi viaggi apostolici. In questi oltre dieci anni di pontificato egli non ha visitato paesi europei come la Francia, la Spagna e la Germania, ma è andato in nazioni piccole e periferiche. Ciò mostra un deciso cambio di rotta rispetto al passato e come egli desideri accentuare il passaggio da un mondo cristiano invecchiato e intorpidito, verso un mondo ricco di vitalità e capace di estroversione, come mostra la sua continua insistenza sulla «Chiesa in uscita».

Verso quale forma di Chiesa nel futuro?

Il tentativo che qui effettuo è quello di investigare su come la Chiesa europea possa vivere il suo presente all’interno di questa complessa situazione che abbiamo tratteggiato. Di fronte all’alternativa formulata in modo lapidario dal filosofo francese Edgar Morin: «La nostra Europa – Decomposizione o metamorfosi», noi potremmo correggere il tiro, insieme a Benedetto XVI, e parlare di «decomposizione o riforma». Una riforma che non può più basarsi su una ripresa delle radici culturali cristiane del vecchio continente. Riesame che spesso provoca nuove irritazioni, quasi fosse un tentativo per recuperare coloro che non la pensano come noi.

L’atteggiamento nuovo di fronte alla vita, proprio della dimensione cristiana, lascia tracce profonde in Europa su tre livelli diversi:

  1. nel campo della vita quotidiana, oggi spesso muta, senza legami, esposta alla solitudine e alla mancanza di senso;
  2. in quello del pluralismo religioso che connota il nostro continente. La Chiesa può offrire un contributo specifico e operare a favore di una pacificazione religiosa dell’Europa e di un arricchimento del vivere insieme attraverso tutte le tradizioni (pensiamo agli incontri interreligiosi di Assisi ideati e voluti da Giovanni Paolo II);
  3. il terzo livello è rappresentato dalle questioni dell’ambiente e del transumanesimo. Per superare tali crisi, di cui i poveri sono già le vittime, occorre far fronte a motivazioni e risorse spirituali. E in tal senso, la tradizione biblico-cristiana ha un messaggio importante da offrire.

Due possibili vie per la Chiesa del futuro

  1. La via di Ratzinger

Vorrei adesso provare a delineare, nella complementarietà che le accomuna, le differenze tra la visione di Ratzinger e quella di Bergoglio in merito alla crisi ecclesiale e la loro idea circa la forma, il modello o l’immagine di Chiesa del futuro.

Già nel 1969 il giovane teologo tedesco, all’età di 32 anni, così si esprimeva: «Dalla crisi attuale emergerà la Chiesa di domani – una Chiesa che avrà molto perso. Sarà di una taglia ridotta e dovrà ripartire da zero. Non sarà più in grado di riempire tutti gli edifici costruiti durante il suo periodo prospero. Con la riduzione del numero dei fedeli, perderà numerosi privilegi. Contrariamente al periodo anteriore, la Chiesa sarà percepita come una società di persone volontarie, che si integrano liberamente e per scelta. In questa piccola società, sarà condotta a fare più spesso appello all’iniziativa dei suoi membri»[4].

L’idea «assai presente durante il pontificato di Giovanni Paolo II, di un cattolicesimo di massa cede il passo alla prospettiva di essere e vivere come “minoranza creativa” che ha un’eredità di valori che non sono cose del passato, ma sono una realtà molto viva ed attuale.

Ma cosa vuol dire per la Chiesa essere “minoranza creativa”? Si tratta di creare minoranze coese e salde, nella consapevolezza che non si diventa “minoranza creativa” perché ci sono meno fedeli. Questo è un passaggio decisivo nell’impostazione ratzingeriana. C’è profonda differenza tra una Chiesa che diventa minoritaria e una Chiesa che prende atto di essere minoranza senza chiudersi ma diventando creativa.

Ratzinger vede nelle minoranze creative la via per il futuro della Chiesa.

In realtà – occorre ammettere – che la maggior parte dei cristiani in Europa vive con un atteggiamento ben diverso rispetto a tale idea o prospettiva.

Complessivamente le parrocchie e il clero, in Europa, sono piuttosto immersi in una cultura del declino o al massimo in una gestione responsabile di esso. Non significa che siano paralizzate o costrette ad una pura opera di conservazione, ma l’aria che si respira in parecchie chiese europee è di preoccupazione per il futuro[5].

  • La via di Bergoglio

 Nella sua prima esortazione apostolica, Evangelii gaudium, Francesco indica per la Chiesa una via “utopica”: un popolo che esce dalle strutture e dalle istituzioni, mentre comunica il Vangelo con rinnovata passione. Una posizione non di rendita, ma di estroversione comunicativa. Nella sua idea, c’è il soffio di una rivoluzione evangelica, da introdurre attraverso una recezione impegnata. Egli riprende la concezione ecclesiologica di popolo di Dio, vivente nel cuore dei vari popoli del mondo.

Di fronte alla crisi della Chiesa, la risposta di Ratzinger era quella della “minoranza creativa”, mentre quella di Bergoglio si concretizza nella “Chiesa di popolo” in uscita evangelizzatrice a livello globale.

All’interno di questa Chiesa di popolo, Francesco è di fatto divenuto il profeta che parla direttamente ai fedeli, operando una disintermediazione e relativizzando strutture e figure che presiedono alla guida ordinaria di porzioni del cattolicesimo. In tal senso si avverte profondo il bisogno di un rinnovamento in seno ai corpi intermedi della Chiesa. La riforma della curia romana, da Bergoglio fortemente auspicata, sembra essere giunta al traguardo proprio da qualche tempo, con le conseguenze che ancora è prematuro prevedere o analizzare.

Il messaggio di Francesco ripropone la tematica conciliare della Chiesa dei poveri, che era rimasta sospesa al Vaticano II. E dopo il giubileo della misericordia, il papa ha lasciato due segni rivelatori della sua visione di Chiesa: la giornata mondiale dei poveri e la domenica della Parola di Dio. La sua proposta, come appare dalle encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti, è quella della fraternità, ovvero creare alternative concrete ad un sistema che, sul breve periodo, fa soffrire troppo e, sul lungo, brucia definitivamente il futuro del mondo.

Contorni di una Chiesa che si modifica strutturalmente

L’esperienza di una “società del post-cristianesimo” (L. Bertsch) rappresenta per noi qualcosa di nuovo e profondamente inquietante. Diciamocelo francamente: abbiamo infinite buone idee e ottimi programmi a tutti i livelli intraecclesiali. Si parla molto di nuova evangelizzazione dell’Europa. Ma in fondo nessuno sa come queste idee possano essere trasformate in realtà, così da diventare efficaci nella prassi. Né il dialogo della Chiesa con la cultura moderna, né un isolamento tradizionalistico rispetto alla modernità si mostrano gravidi di grandi conseguenze. Al momento facciamo l’esperienza di una Chiesa povera e sgomenta, certamente non dal punto di vista materiale e delle strutture, ma sicuramente da quello spirituale.

Vorrei offrire alcune considerazioni in merito a dei possibili contorni di una Chiesa europea che si modifica strutturalmente.

  • Una crescente tendenza verso comunità con un profilo proprio

 Sempre più persone preferiscono andare non laddove si sentono parecchio smarriti, ma laddove viene soddisfatta la loro ricerca di una comunione vivibile e di un buon nutrimento spirituale. Penso a comunità dove si celebrano liturgie per famiglie o per giovani, ben frequentate e preparate; a quelle parrocchie capaci di prendersi cura delle diverse sensibilità dei fedeli. Tali comunità vanno ben oltre i confini parrocchiali e permettono a tanti cristiani di sentirsi a casa. Si tratta di una tendenza assai diffusa nella Chiesa europea di cui occorre tenere giustamente conto.

  • La crescente asimmetria tra fedeli attivi e fedeli inattivi nella Chiesa

Pensiamo alla pastorale dei sacramenti in cui queste diverse tipologie di fedeli si incontrano e, a volte, si scontrano. Come la Chiesa può prendere sul serio le aspettative e gli atteggiamenti degli uni e degli altri? Direi che si tratta di operare una decisa inversione rispetto alla prospettiva tradizionale. L’enorme fetta dei battezzati lontani dalla Chiesa non può più essere considerata in maniera piuttosto sprezzante come “cristiani sulla carta”, battezzati ma pagani incalliti.

 Occorre valutarli a partire innanzitutto dalla loro propria prospettiva: cioè come un grande campo, in sé assai differenziato, di simpatizzanti, ossia di fedeli inattivi che desiderano assolutamente che questa istituzione-Chiesa e i valori per i quali essa risponde, esistano nella nostra società e che vogliono, all’occorrenza, ricorrere alle sue offerte; non sono però, di regola, in alcun modo disposti a lasciarsi trasformare in cristiani attivi, come invece vorremmo che accadesse nell’ambito della catechesi dei sacramenti. Se noi non relativizziamo i nostri personali punti di vista e non riusciamo a metterci seriamente nella loro prospettiva, per noi sicuramente molto deludente, a lungo andare perderemo uno dei più importanti punti di contatto pastorale con la gente della nostra cultura.

  • La situazione critica della pastorale dei sacramenti

Quanto fin qui detto non vuol dire affatto abbandonare la nostra prospettiva sulla fede, sulla Chiesa e sui sacramenti e, dunque, la nostra stessa identità. In ambito ecclesiale ciò si traduce nel cogliere un dato importante: la motivazione di molte persone a cercare nella Chiesa la benedizione di Dio in determinate fasi della vita molto spesso non è sufficiente perché vi si risponda sempre con il sacramento richiesto. Se la Chiesa non intende svalutare totalmente i sacramenti, se essa al contrario desidera salvaguardarli dallo svilimento cui spesso vengono ridotti, nella mutata situazione sociale e culturale europea, non può continuare a percorrere la pastorale dei sacramenti allo stesso modo di quando si trovava in un contesto di societas christiana.

Chi come fedele inattivo della Chiesa, o figlio di genitori inattivi, riceve i sacramenti resta normalmente inattivo nel suo rapporto con la Chiesa. Questa situazione è il prezzo di uno spiacevole stadio di transizione del cristianesimo nell’ambito della cultura occidentale, cioè dell’essere stato un tempo culturalmente stabilizzato al non essere ancora, attualmente, inequivocabilmente destabilizzato.

Vediamo adesso delle possibili concretizzazioni sul profilo pastorale per alcuni sacramenti:

  • Prima comunione e cresima: laddove prevalgono le richieste da parte degli inattivi si dovrebbe rinunciare al reclutamento per classi di età dei bambini. Occorrerebbe differenziare il cammino e non massificarlo. So bene che l’argomento contro questa tesi sta nel fatto che in questo modo si introducono due classi di cristiani. Tuttavia, tale obiezione non regge giacché queste due classi esistono già da un punto di vista ecclesiale-sociale, ovvero i fedeli attivi e quelli inattivi. Piuttosto si tratta di non dissimulare ulteriormente nella prassi pastorale la differenziazione, ma di confermarla in modo chiaro e di introdurla responsabilmente.
  • Matrimonio: offrire la possibilità di una benedizione ecclesiale (non sacramentale) del matrimonio civile. Ciò mitigherebbe la vistosa contraddizione tra un’ammissione, spesso molto irresponsabile, al sacramento del matrimonio e un annullamento ecclesiastico molto complicato di tale vincolo sacramentale. Potrebbe essere, piuttosto, l’inizio di un cammino che porti verso la celebrazione sacramentale.

Considerazioni analoghe potremmo farle per altri sacramenti.

Il tempo in cui la Chiesa riusciva con l’istituzionalizzazione (si pensi a quando i sacramenti venivano amministrati a tappeto) a sopravvalutare con successo il consenso è senza dubbio finito. Un panorama ecclesiale differenziato esige anche una pastorale differenziata. Molto dipende da quanto noi saremo in grado di abbandonare alcuni sentieri abituali per metterci alla ricerca di una nuova forma di Chiesa nella nostra società europea.

  • Interrogativi non più rinviabili

 È sotto i nostri occhi il passaggio epocale da comunità che celebrano l’eucaristia a comunità che saranno a breve impossibilitate a farlo per mancanza di sacerdoti. Si passerà rapidamente da un’impostazione di fede basata sul precetto domenicale all’impossibilità di offrire tale servizio ai fedeli. Come si risolve il problema? Semplicemente coniando la formula “comunità eucaristiche”? Ciò appare troppo riduttivo e semplicistico. Una Chiesa dove non si celebra più l’eucaristia domenicale per assenza del prete non è più sé stessa. Che sarà la Chiesa senza eucarestia?

Si tratta di cambiamenti su cui occorre riflettere. Sommessamente aggiungo che la chiesa dovrebbe sbrigarsi a farlo.

Parecchi anni fa Mircea Eliade notava come il sentimento religioso dura, nonostante i mutamenti, poiché si tratta del significato della vita. E poi si lasciava andare ad una previsione, forse eccessiva o non ancora avverata, ma su cui è interessante soffermarsi:

Di una cosa sono certo: le forme future dell’esperienza religiosa saranno del tutto diverse da quelle che conosciamo nel cristianesimo, nel giudaismo, nell’Islam e che sono fossilizzate, in disuso, svuotate di senso. La grande sorpresa è sempre la libertà dello spirito, la sua creatività[6].

Conclusione

L’esistenza del cristianesimo non è stata sempre semplice e nemmeno le sue scelte lo sono state. L’inattualità della Chiesa è, da un lato, la sua debolezza ma può essere anche la sua forza. Forse gli uomini possono percepire che contro l’ideologia della banalità, che domina il mondo occidentale, è necessaria un’opposizione. E che la Chiesa può essere moderna, proprio essendo antimoderna, opponendosi a ciò che dicono tutti. Alla Chiesa tocca un ruolo di opposizione profetica.

Papa Francesco insiste molto su una Chiesa nella storia e non adattata alla storia.

Bisogna accettare di passare dentro la crisi della Chiesa, di abitarla, senza appiattirsi e senza nascondersi. Il grande rischio è accontentarsi di sopravvivere, fissi sul presente e confrontandosi solo con un passato migliore.

La crisi non è il declino. Nel declino, la Chiesa lavora solo alla sopravvivenza. La via è vivere evangelicamente nella crisi.

Papa Francesco ha accettato questa categoria della crisi della Chiesa, aggiungendo: “Chi non guarda la crisi alla luce del Vangelo, si limita a fare l’autopsia di un cadavere”.

Concludo facendo mie le parole di David Maria Turoldo, il quale, come tutti i profeti, vedeva lontano e si faceva interprete del proprio tempo:

Restituiscimi all’infanzia, Signore, fa’ che ritorni fanciullo, al sapore vero delle cose, al gusto del pane e dell’acqua. Il tempo ha limitato i sensi fino a renderli impassibili. Signore, salvami dall’indifferenza, da questa anonimia di uomo adulto. È il male di cui soffriamo senza averne coscienza. E che ci toglie la poesia e la fede. Signore, salvami dal colore grigio dell’uomo adulto e fa’ che tutto il popolo sia liberato da questa senilità dello spirito. Ridonaci la capacità di piangere e di gioire; fa che il popolo ritorni a cantare nelle tue chiese[7].

 Un popolo che torna a cantare nelle chiese e che ritrova nella crisi la capacità di gioire e di piangere non sta più nel cono d’ombra del tramonto, ma si sveglia alla fragile luce dell’aurora del giorno futuro. Chi crede sa che la storia dei credenti è animata dallo Spirito di Dio. E poi tutto può cambiare! La storia è piena di sorprese, che sono doni e, allo stesso tempo, realizzazioni umane, frutto delle correnti profonde che abitano la vicenda dei popoli e del mondo.

La fede cristiana e la vita della Chiesa non sono soltanto la continuazione di una storia, ma soprattutto rappresentano un appuntamento con qualcosa di nuovo che ci interpella personalmente. Lo diceva un vescovo siciliano, attento alla storia, Cataldo Naro, quando affermava che:

C’è un appuntamento che Dio fissa per ogni generazione. Un appuntamento che non dobbiamo mancare.

La crisi della Chiesa non è declino, o forse è declino dei modelli di ieri. È anche logico che il passato declini. Soprattutto la crisi è un passaggio verso il futuro. Il cristianesimo, più che un’istituzione da conservare il più possibile, è una realtà del nostro futuro. Più che difendere le posizioni del passato o talvolta i loro resti, c’è da realizzare una scoperta del cristianesimo come parte integrante del futuro.

Bibliografia

Eliade, Mircea. (2021). La prova del labirinto. Intervista con Claude-Henri Rocquet, Milano: Jaca Book.

Ratzinger, Joseph. (1971). Fede e futuro. Brescia: Queriniana.

Riccardi, Andrea. La chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo. (2021). Roma-Bari: Laterza.

Turoldo, David Maria. Il sapore del pane. (2012). Cinisello Balsamo: San Paolo Edizioni.

 


[1] Riccardi, Andrea. (2021). La Chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo, 6. Roma-Bari: Laterza.

[2] Riccardi, 7.

[3] Riccardi, Andrea. (2021). La Chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo, 8. Roma-Bari: Laterza.

[4] Ratzinger, Joseph. (1971). Fede e futuro, 114-115. Brescia: Queriniana.

[5] Riccardi, 38.

[6] Eliade, Mircea. (2021). La prova del labirinto. Intervista con Claude-Henri Rocquet, 108-109. Milano: Jaca Book.

[7] Turoldo, David Maria. (2012). Il sapore del pane, 11. Cinisello Balsamo: San Paolo Edizioni.