Recensione di Davide Orlandi a “Quando abbiamo smesso di capire il mondo”

Diritti in capo agli autori
First online: July 28, 2026

Recensione di Davide Orlandi, Universidad de Granada – ORCID ID: 0009-0007-2102-625X
E-Mail: orlandi.dav@tiscali.it
Doi: 10.66565/voci.2026.7.RE.26
(https://levocidisophia.it/2026/07/28/recensione-2-call7)
(https://doi.org/10.66565/voci.2026.7.RE.26)
Titolo: Quando abbiamo smesso di capire il mondo
Autore: Benjamín Labatut
Traduttrice: Lisa Topi
Formato: 14.2 x 1.2 x 22.2 cm, 180 p.
Editore: Adelphi
Quando abbiamo smesso di capire il mondo? Domanda molto interessate a parer mio, nonché titolo di un libro-saggio di Benjamin Labatut, scrittore di origini olandesi che vive in Cile ormai da diversi anni, pubblicato nel 2021 dalla casa editrice Adelphi. L’autore si interroga e prova a ricostruire le origini della scienza moderna. Il libro è composto da diversi capitoli in ognuno dei quali la descrizione di una scoperta scientifica o matematica, viene intervallata da interessanti aneddoti e curiosità sulla vita dello scienziato che l’ha portata a termine; scopriamo così che il fisico che magari tutto il mondo ammira e considera un genio è un essere umano tormentato da atroci paure e fobie. Di fronte alla vita di questi personaggi-geni, colui che ha inventato il cianuro o ha risolto le equazioni della relatività generale, ci ritroviamo a fare alcune considerazioni che definiscono in qualche modo la pazzia. Labatut, con la sua narrazione, trasforma i geni in esseri umani il cui tratto distintivo a volte è molto più un’ossessione piuttosto che la grandezza del genio; talvolta questi personaggi sono divenuti folli a causa delle loro stesse scoperte e totalmente annullati dai loro pensieri e dalle loro congetture, spesso non si spiegano nemmeno loro come sono arrivati a fare le loro scoperte e altrettanto spesso non riescono a capirne le conseguenze, talvolta positive, ma a volte negative, come nel caso di Frizt Haber. Il primo capitolo di “Quando abbiamo smesso di capire il mondo” inizia con una digressione storica sulla seconda guerra mondiale e la morte di un generale fascista per poi, mediante numerose connessioni, parlare della scoperta dello Zyklon di Frizt Haber, utilizzato per sterminare le truppe in guerra. Grazie a lui si sono evitate le carestie di inizio ventesimo secolo, ma allo stesso tempo è stato causa di milioni di morti durante la prima guerra mondiale. Successivamente viene raccontata la storia di Karl Schwarzschild, un matematico, fisico e ufficiale dell’esercito tedesco che afferma che il nostro sistema planetario sia destinato all’instabilità e che in un futuro non troppo lontano si distruggerà perché nulla può impedire ai pianeti di uscire dalle proprie orbite. A lui vanno anche attribuite due importanti scoperte: i buchi neri e l’equazione esatta della relatività generale. Nella terza sezione del libro vengono illustrate le scoperte del matematico giapponese Shinichi Mochizuki: quest’ultimo elabora la dimostrazione di una delle congetture più importanti della teoria dei numeri, influenzato da Alexander Grothendieck, il quale ha deciso di lasciare la matematica, nonostante per lui fosse la cosa più importante della vita, per dedicarsi interamente allo spazio e allo studio degli astri. In successione c’è il racconto di Erwin Schrödinger e Heisenberg, il primo con teorie matematiche logiche e ben delineate in contrapposizione con il secondo, dalle idee astratte e filosofiche. Il libro-saggio di Benjamin Labatut, attraverso i racconti e le scoperte degli uomini che hanno portato la scienza moderna ad essere come la conosciamo oggi, ci illustra che un cambio di prospettiva o differenti punti di vista possono stravolgere completamente le cose, come nel caso di Heisenberg che, durante il suo soggiorno in un paesino disperso rivoluziona il mondo scientifico adottando nuove visioni di interpretare la meccanica quantistica lavorando giorno e notte senza tregua. A mio parere, la parte che ci fa maggiormente capire il senso generale del libro è la parte intitolata “Il Giardiniere Notturno”, l’epilogo, nel quale ci sono cose che, estrapolate dal contesto in cui sono descritte sarebbero senza senso, ma inserite nella narrazione, forse a causa dei numerosi racconti precedenti, acquistano un senso nello sviluppo generale della storia: ci sono strani funghi che divorano le piante, animali che muoiono misteriosamente, una sorta di apatica fiducia nel mondo scientifico anche se in qualche modo la vita non smette di rifiorire. Dopo aver letto l’epilogo ho avuto la sensazione di aver compreso davvero il libro, cosa di cui non ero molto sicuro fino a quel momento a causa dei numerosi intrecci che però allo stesso tempo hanno reso più avvincente la lettura. Ho infatti apprezzato particolarmente il gioco di intreccio: in ogni capitolo c’era il tema principale che si intrecciava con diversi sotto temi e ciò richiedeva estrema attenzione durante la lettura, ma allo stesso tempo offriva una visione più ampia della realtà del protagonista e di quello che stava accadendo. Personalmente non posso dire che questo libro mi abbia appassionato molto, ritengo soprattutto a causa dei temi affrontati: né la fisica né la matematica o la tecnologia hanno mai attirato particolarmente la mia attenzione, così come il tema dominante di tutto il racconto, la follia, ha destato in me un particolare interesse. Riconosco tuttavia che Labatut sia stato molto abile nel susseguirsi dei racconti con lo stesso filone principale; tutti i geni narrati da lui muoiono folli, quasi a volerci dimostrare che la scienza e la fisica esercitano un grande fascino su di noi, quasi un potere seduttivo che potrebbe portare alla follia. Durante la lettura del libro ho identificato la follia in ogni personaggio che Labatut mi ha presentato, all’inizio vedevo la follia come qualcosa di dannoso e sbagliato, ma con il procedere del libro e lo svilupparsi della storia e dei personaggi ho capito che la follia, in questo caso la follia costruttiva, quella che ci estranea dal mondo e dalla comunità di cui solitamente facciamo parte, quella da cui è stato colpito Heisenberg, non va vista come qualcosa di necessariamente negativo poiché dipende tutto dalla prospettiva con la quale guardiamo qualcosa. Quello che per noi è folle, come ci insegna Labatut, può non esserlo per chi ci circonda, d’altra parte invece noi possiamo essere per il prossimo le persone più folli incontrate, è una questione di prospettiva e punti di vista; secondo lo scrittore solo la visione di un folle, come i geni di cui lui racconta, ci permette di capire com’è organizzato l’universo.
