Per un nuovo paradigma della pratica filosofica contemporanea

Diritti in capo agli autori
Giulia Battistoni, ricercatrice postdoc presso l’Università di Münster, nell’ambito di una borsa di ricerca della Fondazione Alexander von Humboldt, ORCID ID: https://orcid.org/0000-0002-5391-8590
E-mail: giulia.battistoni.90@gmail.com
doi: 10.66565/voci.2026.7.IP.26
(https://levocidisophia.it/2026/07/28/attraversare-i-confini-per-filosofare/)
(https://doi.org/10.66565/voci.2026.7.IP.26)
First online: July 28, 2026
Abstract (en) [Title: Crossing Boundaries to Philosophize.Toward a New Paradigm of Contemporary Philosophical Practice]
This article draws on extensive experience of international academic mobility in philosophical education and research across Italy, Germany, and the United States, treating it as a privileged epistemic observatory from which to reflect on contemporary philosophical practice and to examine how different philosophical traditions, academic cultures, and institutional contexts contribute to shaping distinct ways of understanding philosophy, educating philosophers, and producing philosophical knowledge. Building on this comparative perspective, the article argues that contemporary philosophical practice requires a paradigm grounded in three inseparable dimensions: 1. direct engagement with historical-philosophical sources in their original languages and their systematic integration into philosophical inquiry; 2. internationalization, understood as an experience of epistemic plurality through dialogue among different philosophical traditions, academic cultures, and leading research environments; 3. interdisciplinarity, as the privileged space in which philosophy exercises its critical, interpretive, and normative functions, particularly in the field of applied philosophy. Together, these three dimensions define a model of philosophical practice in which crossing linguistic, cultural, and disciplinary boundaries is not merely a matter of geographical mobility but an epistemic practice capable of transforming the very way philosophy is pursued while preserving its disciplinary identity.
Keywords: Contemporary philosophical practice, Original-language sources, Systematic use of sources, Internationalization, Interdisciplinarity
Abstract (it)
Questo contributo prende le mosse da un’ampia esperienza di mobilità internazionale nella formazione e nella ricerca filosofica tra Italia, Germania e Stati Uniti, assunta come osservatorio epistemico privilegiato dal quale riflettere sulla pratica filosofica contemporanea ed esaminare come differenti tradizioni filosofiche, culture accademiche e contesti istituzionali contribuiscano a plasmare modi diversi di intendere la filosofia, di formare i filosofi e di produrre conoscenza filosofica. Muovendo da questa prospettiva comparativa, il contributo sostiene che la pratica filosofica contemporanea richieda un paradigma fondato su tre dimensioni tra loro inseparabili: 1. il confronto diretto con le fonti storico-filosofiche nelle loro lingue originali e la loro integrazione sistematica nell’indagine filosofica; 2. l’internazionalizzazione, intesa come esperienza di pluralità epistemica attraverso il dialogo tra differenti tradizioni filosofiche, culture accademiche e principali contesti della ricerca internazionale; 3. l’interdisciplinarità, quale spazio privilegiato nel quale la filosofia esercita la propria funzione critica, interpretativa e normativa, in particolare nell’ambito della filosofia applicata. Nel loro insieme, queste tre dimensioni delineano un modello di pratica filosofica nel quale l’attraversamento di confini linguistici, culturali e disciplinari non rappresenta semplicemente una forma di mobilità geografica, bensì una pratica epistemica capace di trasformare il modo stesso di fare filosofia, preservandone al contempo l’identità disciplinare.
Keyword: Pratica filosofica contemporanea; Fonti in lingua originale; Uso sistematico delle fonti; Internazionalizzazione; Interdisciplinarità
At rejse er at leve.
Viaggiare è vivere.
Hans Christian Andersen
1. Introduzione
Per il filosofo contemporaneo il viaggio può rappresentare non soltanto un’esperienza professionale e di vita, ma anche una condizione di possibilità della conoscenza. Attraversare paesi, lingue e istituzioni accademiche significa infatti confrontarsi con differenti modi di intendere la filosofia, di formare i filosofi, di concepire la ricerca e, in ultima analisi, di costruire conoscenza.[1]
Nella filosofia accademica italiana la mobilità internazionale è spesso considerata un elemento qualificante del curriculum del ricercatore. Più raramente, però, essa viene interrogata dal punto di vista epistemologico. Svolgere periodi di ricerca all’estero non significa soltanto ampliare la rete di collaborazioni o accedere a nuovi contesti scientifici, ma confrontarsi con differenti modelli di argomentazione, pratiche di ricerca e concezioni del rapporto tra filosofia, storia della filosofia e altri saperi.
Questo contributo nasce da tale consapevolezza e dall’invito a trasformarla in oggetto di riflessione. L’esperienza maturata in quindici anni di studio e ricerca tra Italia, Germania e Stati Uniti non è proposta come testimonianza autobiografica, bensì come punto di osservazione privilegiato per riflettere sulla pratica filosofica contemporanea. L’attraversamento di tradizioni linguistiche, culturali e accademiche differenti ha infatti mostrato come quello che spesso viene considerato “il” modo di fare filosofia sia, in realtà, uno fra i modelli possibili, ciascuno caratterizzato da proprie pratiche formative, criteri epistemici e modalità di ricerca. È proprio questo decentramento epistemico a rendere necessario il ripensamento del lavoro filosofico nel XXI secolo.
La tesi sostenuta in queste pagine è che la pratica filosofica contemporanea richieda un paradigma fondato su tre dimensioni tra loro inseparabili: 1. il confronto diretto con le fonti storico-filosofiche nelle loro lingue originali, unito al loro impiego sistematico nell’elaborazione filosofica;[2] 2. l’internazionalizzazione come esperienza di pluralità epistemica, di confronto tra differenti culture filosofiche, nonché di formazione presso i principali centri di ricerca e con figure di riferimento nei rispettivi ambiti di studio; 3. l’interdisciplinarità come luogo privilegiato nel quale la filosofia esercita oggi la propria funzione critica, interpretativa e normativa, in particolare nell’ambito della filosofia applicata. Lungi dall’essere competenze indipendenti, queste tre dimensioni delineano un unico paradigma della pratica filosofica: una filosofia che attraversa i confini non per dissolvere la propria identità disciplinare, ma per comprenderla criticamente e metterla al servizio delle sfide del presente.
Con il termine attraversamento non si intende, pertanto, il semplice spostamento geografico del ricercatore, bensì una pratica epistemica fondata sul confronto sistematico con lingue, tradizioni filosofiche e discipline differenti, capace di trasformare il modo stesso di fare filosofia.
2. La formazione storico-filosofica italiana tra liceo e università
Il mio primo incontro con la filosofia è avvenuto all’interno del modello formativo tradizionale italiano, segnato dalla centralità della storia della filosofia, secondo un’impostazione che affonda le proprie radici nella concezione gentiliana e che ha continuato a caratterizzare per lungo tempo l’insegnamento filosofico nei licei e nelle università. Al liceo, studiare filosofia significava anzitutto percorrerne la storia: un itinerario cronologico, dall’antichità alla modernità, nel quale l’apprendimento coincideva prevalentemente con la ricostruzione del pensiero dei singoli autori e delle principali correnti filosofiche. La successione storico-dottrinale e l’esigenza di completare il programma scolastico costituivano il quadro entro cui si sviluppava la formazione filosofica.
Eppure, già durante gli anni del liceo maturava in me la convinzione che la filosofia non si esaurisse nella ricostruzione del pensiero degli autori, ma rappresentasse uno strumento imprescindibile di pensiero critico, capace di interrogare i fondamenti teorici, epistemologici e normativi delle diverse forme del sapere. Più che l’interesse per singole discipline, era l’idea di una forma di sapere capace di attraversarle e metterle in dialogo a esercitare su di me la maggiore attrazione.
La scelta di intraprendere gli studi universitari in filosofia era accompagnata dal diffuso scetticismo circa le prospettive professionali della disciplina. “Con la filosofia non si vive” oppure “che cosa farai dopo la laurea?” erano domande ricorrenti, che mi spinsero a interrogarmi con serietà sul significato della mia scelta e a confrontarmi, prima dell’università, anche con altri possibili percorsi professionali. Fu proprio questo confronto a convincermi che ciò che cercavo non era un determinato ambito lavorativo, bensì una forma di sapere capace di comprendere criticamente problemi appartenenti a campi differenti.
L’ingresso all’università segnò un primo cambiamento. Pur rimanendo ancorata al paradigma storico-filosofico, la formazione universitaria italiana introduceva un diverso modo di accostarsi ai testi. Accanto ai corsi dedicati alla ricostruzione della storia della filosofia trovavano spazio insegnamenti monografici interamente dedicati allo studio di un’opera o di un autore. Fu in questo contesto che ebbi per la prima volta la sensazione di “fare filosofia” attraverso il confronto diretto con i testi. L’analisi delle opere di Kant, Hegel e dei grandi autori della tradizione mostrava come il lavoro filosofico consistesse nel seguirne dall’interno il percorso argomentativo, ricostruendone il lessico concettuale e la struttura teorica.
La didattica rifletteva il modello tradizionale della lezione frontale: il docente esponeva e commentava i testi, mentre gli studenti seguivano prendendo appunti; il confronto critico trovava spazio prevalentemente nello studio individuale e negli esami orali. Si tratta di un modello che presenta indubbi punti di forza, primo fra tutti la solidità della formazione storico-filologica e l’abitudine a una lettura rigorosa delle fonti. Rimanevano tuttavia aperti alcuni interrogativi destinati ad accompagnarmi negli anni successivi: quale rapporto può instaurarsi tra lo studio della storia della filosofia e il “fare filosofia”? Esistono altri modi di formare alla filosofia?
3. Un diverso modello di formazione filosofica
3.1. Il Seminar tedesco: filosofare attraverso il dialogo
Durante il corso di laurea triennale in Filosofia presso l’Università di Verona maturò l’esigenza di confrontarmi con altri contesti accademici. Attratta dalla filosofia e dalla lingua tedesca, trascorsi sei mesi come studentessa Erasmus presso la Albert-Ludwigs-Universität Freiburg. Quell’esperienza rappresentò, per riprendere una celebre espressione kantiana, un autentico “risveglio dal sonno dogmatico”: compresi che il modello nel quale mi ero formata non coincideva con l’unico modo possibile di insegnare, apprendere e praticare la filosofia.
L’elemento che più mi colpì fu il ruolo del Seminar tedesco, che affiancava le tradizionali lezioni frontali (Vorlesungen). La preparazione preventiva dei testi, la lettura condivisa dei passi più significativi e la discussione collettiva delle difficoltà interpretative trasformavano la lezione in uno spazio di ricerca comune piuttosto che di semplice trasmissione del sapere. Frequentando, tra gli altri, seminari dedicati alla fenomenologia di Husserl e alla filosofia di Heidegger, compresi che il loro scopo non consisteva soltanto nell’interpretare i testi, ma nel fare della loro lettura un esercizio condiviso di elaborazione concettuale. Più ancora del metodo didattico, mi colpì l’idea di filosofia che esso presupponeva: filosofare significava argomentare, confrontare interpretazioni differenti e sottoporre le proprie tesi alla discussione della comunità scientifica. Il docente assumeva il ruolo di guida del confronto, mentre gli studenti contribuivano attivamente alla lezione attraverso Referate (brevi presentazioni di approfondimento) e Protokolle (rielaborazioni critiche degli incontri precedenti). Partecipare al seminario non rappresentava allora un momento accessorio della formazione, ma costituiva esso stesso un esercizio del filosofare.
L’entusiasmo iniziale lasciò presto spazio a una riflessione più critica. Nel confronto con i colleghi tedeschi percepivo una minore familiarità con la ricostruzione storico-filosofica dei problemi e con il contesto culturale nel quale gli autori avevano elaborato il proprio pensiero. Se il modello italiano eccelleva nella solidità della formazione storico-filologica, quello tedesco privilegiava la discussione e l’argomentazione. Compresi così che i due approcci non erano alternativi, ma profondamente complementari: l’uno forniva il rigore della ricostruzione storica, l’altro sviluppava quelle competenze dialogiche e argomentative che costituiscono il cuore stesso del filosofare.
Anche le modalità di valutazione riflettevano una differente concezione della formazione. Accanto all’esame orale, prevalente nell’università italiana, il sistema tedesco privilegiava tesine (Hausarbeiten) ed esami scritti (Klausuren), abituando fin dai primi anni alla scrittura filosofica e all’uso rigoroso della bibliografia. Solo rientrando in Italia compresi quanto tale competenza costituisse una risorsa preziosa e quanto sarebbe stato auspicabile integrare i punti di forza dei due modelli, formando gli studenti tanto all’argomentazione orale quanto alla scrittura filosofica.
Fu infine a Freiburg che emerse, ancora in forma embrionale, una questione destinata a diventare centrale nel mio successivo percorso di ricerca: la necessità di confrontarsi direttamente con le fonti nelle loro lingue originali. La difficoltà incontrata nella lettura di Sein und Zeit di Heidegger o delle Ideen zu einer reinen Phänomenologie und phänomenologischen Philosophie di Husserl appariva allora soprattutto come un ostacolo linguistico. Solo negli anni successivi avrei compreso che essa rimandava a una questione ben più profonda: il rapporto tra il pensiero filosofico e la lingua nella quale esso prende forma. La risposta a tale interrogativo avrebbe iniziato a delinearsi grazie alla successiva esperienza di studio e ricerca a Jena.
Se il Seminar tedesco mi aveva mostrato che il filosofare nasce dal dialogo, il modello statunitense mi avrebbe fatto comprendere che tale dialogo può essere progettato pedagogicamente, affinché ogni studente diventi protagonista del proprio processo di apprendimento.
3.2. Una formazione filosofica centrata sullo studente: l’active learning statunitense
L’esperienza statunitense giunse in una fase successiva del mio percorso accademico. Non ero più una studentessa, bensì dapprima dottoranda e successivamente ricercatrice postdoc. Dopo un primo soggiorno di ricerca presso la University of Illinois at Chicago, la svolta avvenne durante i diciannove mesi trascorsi come Marie Skłodowska-Curie Fellow presso la Boston University tra il 2023 e il 2024. In quel periodo ebbi l’opportunità di seguire e completare un percorso certificato di formazione sulla didattica universitaria presso Harvard University. Fu allora che compresi come ciò che fino a quel momento avevo osservato empiricamente trovasse una precisa elaborazione pedagogica nel paradigma dell’active learning: una progettazione dell’insegnamento costruita a partire dall’apprendimento dello studente piuttosto che dalla sola trasmissione dei contenuti.
Lavorando come Teaching Assistant presso il Dipartimento di Filosofia della Boston University ebbi modo di osservare concretamente questo modello. Fin dalle prime lezioni gli studenti erano invitati a esplicitare le proprie aspettative, il percorso di studi e le conoscenze pregresse, consentendo al docente di calibrare il corso sulle caratteristiche della classe. Le lezioni alternavano momenti di esposizione frontale, discussioni seminariali, letture condivise dei testi e pratiche di debate, nelle quali gli studenti erano chiamati a sostenere criticamente posizioni filosofiche differenti. La capacità argomentativa non costituiva soltanto un obiettivo dell’insegnamento, ma diventava essa stessa una pratica costante di apprendimento.
Un ulteriore elemento contribuì a modificare profondamente la mia concezione della formazione filosofica. Le aule non erano frequentate esclusivamente da studenti di filosofia, ma da studenti provenienti dai più diversi ambiti disciplinari. Mi trovai così a correggere elaborati nei quali studenti di matematica, statistica o economia discutevano i giudizi analitici e sintetici di Kant a partire dalle competenze maturate nei rispettivi ambiti. La filosofia cessava così di apparire come un sapere destinato ai soli filosofi e si configurava piuttosto come uno spazio di riflessione condiviso, capace di dialogare con altri saperi e, nello stesso tempo, di lasciarsi arricchire da essi. Il successivo soggiorno presso la University of Notre Dame non fece che rafforzare questa convinzione.
Come già era avvenuto in Germania, anche in questo caso l’entusiasmo iniziale lasciò progressivamente spazio a una riflessione più critica. Se la didattica statunitense mostrava una straordinaria capacità di coinvolgere gli studenti e di rendere la filosofia uno strumento vivo di elaborazione critica, attribuiva generalmente minore rilievo al confronto diretto con le fonti nelle loro lingue originali. Al tempo stesso, il confronto con studiosi e traduttori di Kant e Hegel mi fece comprendere come ogni tradizione filosofica sviluppi proprie chiavi interpretative degli stessi autori. Scoprii così un Kant diverso da quello al quale ero stata abituata in Europa: non soltanto il filosofo delle Critiche, ma anche il pensatore dell’Antropologia, attento alla dimensione concreta dell’essere umano.
Presso la Boston University ebbi inoltre l’opportunità di confrontarmi con alcuni degli interpreti e traduttori statunitensi di Hegel e con un ambiente che aveva avuto un ruolo decisivo nella Hegel Renaissance americana inaugurata da John N. Findlay. Parallelamente, entrai in contatto con una tradizione prevalentemente analitica, ma profondamente aperta al dialogo con la filosofia continentale. Ciò che più mi colpì non fu tanto la differenza degli approcci, quanto il rispetto con cui essi venivano reciprocamente considerati. Ricordo ancora il consiglio di uno degli esponenti della filosofia analitica alla Boston University: non avrei dovuto rinunciare al mio modo di filosofare e alla mia identità filosofica, ma lasciarmi arricchire da altre tradizioni.
L’esperienza statunitense mi aveva mostrato quanto la filosofia potesse assumere forme diverse a seconda del contesto accademico e delle domande che ciascuna tradizione riteneva centrali. Proprio questa pluralità rendeva però sempre più evidente la necessità di un fondamento metodologico comune, capace di consentire un dialogo rigoroso tra interpretazioni differenti. La risposta a questa esigenza si delineò negli anni del percorso di doppia laurea magistrale e poi di dottorato a titolo congiunto presso la Friedrich-Schiller-Universität Jena, dove il confronto diretto con le fonti nelle loro lingue originali e il loro impiego sistematico avrebbero progressivamente assunto il ruolo di principio metodologico della mia ricerca.
4. Un diverso paradigma della ricerca filosofica
L’esperienza presso la Friedrich-Schiller-Universität Jena segnò una seconda svolta, questa volta non tanto nella concezione della formazione filosofica, quanto nel modo stesso di intendere la ricerca filosofica. Giunsi a Jena nel 2013 nell’ambito del corso di doppia laurea magistrale tra l’Università di Padova e la Friedrich-Schiller-Universität Jena, dedicato all’idealismo tedesco e alla filosofia europea moderna. Se a Freiburg avevo scoperto che esistono modi differenti di formare alla filosofia, fu a Jena che prese forma il paradigma di ricerca che da allora orienta il mio lavoro scientifico.
Non fu un caso che questa consapevolezza maturasse proprio in quella città. Camminare nei luoghi in cui avevano vissuto e insegnato Fichte, Schelling, Hegel, Schiller, Goethe, Hölderlin e Novalis significava immergersi in una delle stagioni più feconde della filosofia europea. L’entusiasmo e l’eccellenza scientifica dei docenti contribuì a trasformare lo studio dei classici in un’autentica esperienza di ricerca.
Fu in quel periodo che le traduzioni italiane cedettero progressivamente il passo al confronto diretto con il testo originale. Ben presto divenne evidente come il lessico filosofico tedesco custodisse una ricchezza concettuale difficilmente riproducibile nelle traduzioni. Con il tempo non fu più il testo tedesco ad apparirmi complesso, ma la traduzione italiana, costretta a rendere mediante perifrasi concetti che nella lingua originale conservavano una maggiore precisione e forza teorica.
Il confronto diretto con le fonti nelle lingue originali non costituiva un esercizio di rigore filologico fine a sé stesso. Progressivamente compresi che esso rappresentava la condizione per instaurare un dialogo autentico con gli autori e utilizzare il loro pensiero come risorsa teorica. Le fonti storico-filosofiche cessavano così di essere soltanto oggetto di ricostruzione storico-critica – imprescindibile punto di partenza di ogni ricerca rigorosa – per diventare riferimenti teorici capaci di orientare l’elaborazione concettuale dei problemi contemporanei. In questo contesto la filosofia del diritto di Hegel divenne il terreno privilegiato sul quale questa impostazione della ricerca iniziò a prendere forma. Temi quali la volontà, la libertà, l’autodeterminazione, la colpa e la responsabilità umana non apparivano più come semplici oggetti di ricostruzione storico-filosofica, ma come problemi filosofici ancora aperti, ai quali Hegel continuava a offrire categorie concettuali di straordinaria fecondità. Il mio percorso di ricerca mi condusse progressivamente da Kant e Hegel all’etica del discorso di Karl-Otto Apel e Jürgen Habermas, fino alla riflessione di Hans Jonas sul principio responsabilità. Ciò che accomunava questi autori non era tanto l’appartenenza a una medesima tradizione, quanto il tentativo di affrontare uno stesso problema filosofico.
Fu allora che compresi come la storia della filosofia potesse essere utilizzata in una prospettiva sistematica. La ricerca storico-filosofica acquistava così una duplice funzione: da un lato garantiva il rigore filologico dell’interpretazione, dall’altro metteva a disposizione un patrimonio concettuale capace di orientare la riflessione filosofica contemporanea. Anche la vita accademica rifletteva questa concezione della filosofia. I tradizionali Blockseminare, spesso organizzati nella Selva di Turingia, alternavano studio, discussione e cammino, proseguendo il confronto filosofico ben oltre l’aula universitaria. Jena, da sempre centro internazionale di studi sull’idealismo tedesco, riuniva studiosi e studenti provenienti da tutto il mondo, rafforzando la convinzione che il rigore della ricerca non si opponga alla pluralità delle interpretazioni, ma costituisca la condizione di un dialogo filosofico autenticamente internazionale.
Eppure, anche questa esperienza lasciava ancora aperta una questione. Se le fonti storico-filosofiche, utilizzate in modo sistematico, potevano offrire strumenti concettuali per comprendere problemi più ampi, quale spazio trovava oggi questo patrimonio teorico al di fuori della filosofia stessa? In che modo tali categorie potevano entrare in dialogo con le altre discipline chiamate ad affrontare le grandi sfide della contemporaneità? La risposta a questo interrogativo avrebbe iniziato a delinearsi negli anni successivi, durante l’esperienza di ricerca presso l’Universität Münster come ricercatrice della Fondazione Alexander von Humboldt.
5. La funzione interdisciplinare della filosofia
L’esperienza di ricerca presso l’Universität Münster costituisce, ad oggi, l’apice e il punto di convergenza del percorso delineato nelle pagine precedenti. Se l’Italia mi aveva trasmesso il rigore della formazione storico-filosofica, Freiburg e Boston avevano ampliato la mia concezione della formazione filosofica, mentre Jena aveva profondamente trasformato il mio modo di intendere la ricerca, fu a Münster che questi elementi iniziarono a ricomporsi in una visione unitaria della funzione della filosofia nella contemporaneità.
Fin dai primi mesi fui immersa in un contesto nel quale la filosofia dialogava quotidianamente con la medicina, il diritto, le scienze ambientali, l’economia e le politiche pubbliche. Si trattava non solo di una collaborazione tra discipline differenti ma anche di una diversa concezione del lavoro filosofico: una filosofia che, pur mantenendo la propria autonomia teorica e critica, riconosceva la responsabilità di confrontarsi con le grandi questioni del presente e di contribuire alla loro chiarificazione concettuale. Questa consapevolezza non si manifestò, tuttavia, immediatamente. Come era accaduto nelle precedenti stazioni del percorso, richiedeva tempo, osservazione e la disponibilità a mettere in discussione categorie consolidate. Iniziai così a osservare come la ricerca filosofica venisse concretamente praticata: non come sapere autoreferenziale, ma come disciplina capace di accompagnare professionisti chiamati quotidianamente a prendere decisioni eticamente complesse. Particolarmente significativa fu la partecipazione ad alcune attività del corso di Etica applicata, un corso di laurea magistrale rivolto a professionisti già inseriti nel mondo del lavoro – medici, giuristi, economisti, dirigenti pubblici, assistenti sociali e altre figure impegnate in ambiti ad alta responsabilità etica. Vedere un’aula composta da persone di età, competenze ed esperienze così differenti accomunate dall’esigenza di acquisire strumenti filosofici per orientare il proprio agire professionale ha rappresentato una delle esperienze più significative del mio percorso fino a oggi. Divenne evidente come la filosofia diventasse un’esigenza per rendere più rigorosa l’analisi dei problemi, esplicitare i presupposti impliciti delle decisioni, chiarire i concetti in gioco e mettere in luce tensioni e dilemmi spesso trascurati.
Un medico chiamato a confrontarsi con decisioni di fine vita, un assistente sociale impegnato nella gestione di situazioni di vulnerabilità, un economista che riflette sulla responsabilità sociale delle imprese o un giurista alle prese con le implicazioni etiche dell’intelligenza artificiale o della responsabilità ambientale condividono un’esigenza comune: interrogare criticamente i principi che orientano il proprio agire. È precisamente in questo spazio che la filosofia può oggi esercitare una funzione insostituibile.
Il patrimonio della tradizione storico-filosofica non viene affatto abbandonato nell’etica applicata. Al contrario, esso ne costituisce il fondamento teorico. Le categorie elaborate dalla storia della filosofia, interiorizzate attraverso il confronto diretto con le fonti e il loro impiego sistematico, diventano strumenti concettuali capaci di orientare l’analisi di problemi nuovi, che gli stessi filosofi del passato non avrebbero potuto prevedere. L’uso sistematico delle fonti non consiste dunque nell’applicazione meccanica delle dottrine dei classici, ma nella capacità di riattivarne criticamente il patrimonio concettuale, fino a elaborare categorie nuove quando le trasformazioni del presente lo richiedono.
6. L’eredità di un percorso: nuove prospettive per la pratica filosofica contemporanea
Il percorso qui ricostruito mostra come l’esperienza internazionale non rappresenti soltanto un’occasione di crescita personale o di ampliamento della rete scientifica, ma possa trasformarsi in un autentico laboratorio metodologico. Il confronto con differenti culture accademiche, modelli formativi e pratiche di ricerca mi ha progressivamente condotta alla convinzione che la pratica filosofica contemporanea trovi nuova vitalità nell’integrazione di tre dimensioni fondamentali: 1. il confronto diretto con le fonti storico-filosofiche nelle loro lingue originali, quale condizione di un’interpretazione filologicamente fondata e filosoficamente rigorosa e del loro impiego sistematico nella ricerca; 2. l’internazionalizzazione come esperienza di pluralità epistemica e di confronto tra differenti culture filosofiche; 3. l’interdisciplinarità come ambito nel quale la filosofia può mettere il proprio patrimonio concettuale al servizio dell’analisi critica delle questioni del presente.
Questa prospettiva non è estranea al contesto italiano. Al contrario, diversi segnali mostrano come il terreno sia oggi particolarmente favorevole al suo sviluppo. Le recenti Indicazioni nazionali per l’insegnamento della filosofia nei licei affiancano all’irrinunciabile ricostruzione storico-filosofica una crescente attenzione ai problemi filosofici e alla loro trattazione tematica. Analogamente, l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici promuove da anni una pratica seminariale fondata sul confronto diretto e sulla formazione dei giovani studiosi, mentre l’Istituto Italiano per gli Studi Storici rappresenta un significativo esempio di dialogo interdisciplinare tra studiosi provenienti da ambiti diversi.
Anche le università nelle quali mi sono formata testimoniano come tale evoluzione sia già in atto. L’Università di Padova continua a distinguersi per la centralità attribuita allo studio delle fonti nelle lingue originali e per la consolidata apertura verso la tradizione filosofica tedesca. L’Università di Verona ha introdotto attività laboratoriali e insegnamenti nei quali la riflessione filosofica dialoga direttamente con la pratica professionale, come nel caso dell’etica sociale rivolta agli studenti del corso di laurea in Servizio Sociale.
Le esigenze delle nuove generazioni sembrano richiedere con crescente urgenza questa evoluzione. Si tratta di formare giovani filosofi e filosofe capaci di attraversare confini linguistici, culturali e disciplinari, vivendo esperienze di studio e ricerca all’estero non soltanto per apprendere nuove lingue o arricchire il proprio curriculum, ma anche per sperimentare che cosa significhi essere stranieri. Solo chi ha imparato a guardare la propria tradizione attraverso gli occhi dell’altro può comprenderne più profondamente il valore, riconoscerne criticamente i limiti e accogliere quanto altre culture filosofiche possono offrire, rafforzando la propria identità nel dialogo. Ciò significa anche accompagnare i giovani alla lettura delle fonti nelle loro lingue originali, mostrando come il rigore storico-filologico costituisca il presupposto di un impiego sistematico della tradizione nell’elaborazione dei problemi contemporanei, e promuovere una filosofia capace di dialogare con le altre discipline senza rinunciare alla propria identità.
Forse è proprio questo il significato più profondo dell’attraversamento dei confini: non lasciarsi alle spalle la propria tradizione, ma imparare a guardarla da prospettive nuove. Viaggiare, non per allontanarsi, ma per ritornare con uno sguardo capace di vedere più lontano.
16 luglio 2026, In viaggio tra due mondi, da Münster a Verona, dove il cambiamento continua a prendere vita.
[1] Nel presente contributo si è scelto volutamente di non menzionare i nomi delle docenti e dei docenti che hanno accompagnato il mio percorso di formazione e di ricerca. L’intento di questo saggio non è infatti offrire una ricostruzione autobiografica, bensì utilizzare un’esperienza personale come punto di osservazione per riflettere su un paradigma della pratica filosofica contemporanea. A tutte e a tutti coloro che hanno contribuito a questo percorso con il loro insegnamento, il loro esempio e il loro sostegno desidero esprimere la mia sincera gratitudine. Sono certa che sapranno riconoscersi anche senza essere esplicitamente menzionati.
[2] Con “impiego sistematico” delle fonti storico-filosofiche intendo il loro utilizzo non soltanto ai fini della ricostruzione storico-critica, senz’altro imprescindibile come punto di partenza, ma soprattutto come interlocutrici nel dialogo filosofico, capaci di orientare l’elaborazione concettuale e l’analisi critica dei problemi del presente.
