Il lavoro come forma del rispetto

In memoria del professor Yaqob Beyene

Stefania Lombardi, CNR, ORCID ID: 0000-0003-3545-1170

E-mail: stefania.lombardi@cnr.it

doi: 10.66565/voci.2026.7.ED.24

(https://levocidisophia.it/2026/08/05/editoriale-1-call-7/)

(https://www.doi.org/10.14672/VDS20256ED15)

First online: August 5, 2026

La bellezza implora il coraggio

Gridare alle stelle
assurde domande

-lunghe, quelle ore…-

attraversare il mondo
varcando passi sicuri
con la gioventù spavalda
tra i denti.

Quante porte chiuse,
i no che scavano solchi
per rimetterci al nostro posto- servo percosso
e pur costretto
a dimostrarsi amabile…

I campi di papaveri
cozzano con la vista
nei luoghi rumorosi di auto e smog:

l’essere folla, l’essere nulla
stipato dentro a treni merce
all’alba
per raggiungere luoghi
che zittiscono il futuro.

È questo il mondo della praticità,
i risultati che bruciano l’uomo
e barattano
la carne col denaro.

Hanno sciupato maggio, trappole burocratiche
sparano
sulla salute mentale-

una normalità cruda
di parametri e competenze.

La bellezza negli alberi verdi
continua a guardare, implora il coraggio:
capovolgere
e ripartire senza zavorre,
solo vita nella vita.

poesia di Lucrezia Lombardo



Intero numero qui

Ci sono persone che insegnano attraverso le parole e persone che insegnano attraverso la propria presenza. Poi ce ne sono alcune, più rare, che riescono a fare entrambe le cose, lasciando un’eredità che non si misura soltanto nelle pubblicazioni, nei riconoscimenti o negli incarichi ricoperti, ma nella qualità umana con cui hanno attraversato il proprio tempo.

Il professor Yaqob Beyene apparteneva a questa categoria.

La sua scomparsa ha privato il mondo degli studi etiopici di uno dei suoi più autorevoli interpreti, ma soprattutto ha lasciato un vuoto in quanti hanno avuto la fortuna di incontrare uno studioso che aveva fatto del sapere una forma di rispetto. Chi lo ricorda parla del filologo, del docente, del ricercatore instancabile, ma quasi sempre aggiunge un’altra parola: signorilità.

È una parola che oggi sembra appartenere a un lessico dimenticato.

Viviamo in un tempo in cui il lavoro è spesso raccontato attraverso la velocità, la produttività, gli indicatori di performance, gli algoritmi della valutazione, la competizione permanente. Anche il lavoro intellettuale rischia di essere assorbito da questa logica, fino a confondere il valore di una persona con la quantità di ciò che produce.

Eppure esiste una dimensione del lavoro che nessuna metrica potrà mai registrare.

È il modo in cui si lavora. È il rispetto con cui ci si rivolge agli altri. È la pazienza con cui si accompagna uno studente.

È la discrezione con cui si corregge un errore senza mortificare chi lo ha commesso. È la capacità di far sentire importante un interlocutore senza far pesare la propria autorevolezza. Il lavoro non è soltanto ciò che realizziamo. È ciò che diventiamo mentre lo realizziamo. Forse è questa la lezione più profonda che figure come Yaqob Beyene continuano a offrirci.

Nato in Etiopia e approdato in Italia per dedicare la propria vita allo studio delle lingue e della cultura del suo Paese, Beyene ha costruito un ponte tra mondi diversi senza mai cedere alla tentazione del protagonismo. La sua ricerca filologica, rigorosa e paziente, ci ricorda che conoscere significa anzitutto avere rispetto: rispetto per i testi, per le tradizioni, per le lingue, per le persone che quelle lingue le hanno custodite nei secoli.

In un’epoca in cui tutto sembra dover essere immediatamente consumato, egli ha praticato il tempo lungo dello studio. In un mondo che premia la visibilità, ha scelto la profondità. In una società che spesso identifica il successo con l’affermazione individuale, ha mostrato che la vera autorevolezza nasce dal servizio reso alla comunità della conoscenza. Questo ci conduce al tema del lavoro.

Esiste infatti una forma di lavoro che non produce soltanto risultati, ma genera fiducia. È il lavoro di chi considera ogni gesto professionale anche un gesto morale. Non perché il lavoro debba essere idealizzato, ma perché ogni professione, qualunque essa sia, mette sempre in gioco una relazione con l’altro.

Per questo il rispetto non è un valore accessorio del lavoro. Ne costituisce il fondamento. Senza rispetto il lavoro diventa mera prestazione. Con il rispetto diventa costruzione di umanità.

La signorilità di cui tanti parlano ricordando Yaqob Beyene non era un tratto estetico né una forma di cortesia superficiale. Era una disposizione interiore. Era la capacità di riconoscere la dignità dell’altro prima ancora del suo ruolo. Era la sobrietà che rende autorevoli senza bisogno di imporsi. Era la consapevolezza che il sapere autentico non umilia mai, ma illumina.

Forse oggi abbiamo bisogno di recuperare proprio questa idea del lavoro: un lavoro che non sia soltanto efficienza, ma educazione.

Non soltanto competenza, ma responsabilità. Non soltanto successo, ma esempio.

Le società cambiano attraverso le grandi innovazioni, ma si mantengono vive grazie alle persone che, ogni giorno, svolgono il proprio compito con serietà, umiltà e rispetto. Sono queste persone a custodire il tessuto morale delle istituzioni molto più di qualsiasi regolamento.

Ricordare Yaqob Beyene significa allora ricordare che il lavoro può ancora essere una forma di testimonianza di quanto segue:

  • la competenza non è mai disgiunta dalla gentilezza;
  • l’autorevolezza non ha bisogno dell’autoritarismo;
  • la cultura, quando è autentica, rende più umani.

Se questo numero de Le voci di Sophia è dedicato al lavoro, ci è sembrato naturale aprirlo con il ricordo di uno studioso che del lavoro ha saputo incarnare la dimensione più alta: quella del rispetto.

Lo abbiamo fatto perché ci sono studiosi che lasciano libri, altri lasciano scuole, e i più rari lasciano uno stile. Ed è forse proprio questo lo stile di cui il nostro tempo ha più bisogno.

Personalmente mi ha colpito un omaggio apparso recentemente sulla BBC in lingua tigrina, dedicato al professor Yaqob Beyene a circa un anno dalla sua scomparsa (https://paestuminrete.it/2026/04/04/il-ricordo-del-professor-yacob-beyene-non-muore-mai/). L’articolo, scritto da un giornalista di origine etiopica che lo aveva conosciuto, restituisce una memoria semplice ma intensa della sua figura. Anche attraverso la traduzione emerge un ritratto che conferma ciò che molti hanno ricordato: un uomo di grande rigore, ma insieme di profonda gentilezza.

Tra le parole che colpiscono, una in particolare sembra condensare il senso di tutta una vita:

“Il profumo, la gentilezza e la dolcezza del mio compianto marito continuano a diffondersi.”

Non è una formula celebrativa. È una forma di continuità della presenza.

E in un altro passaggio, emerge un episodio che dice molto del suo modo di stare nel mondo: di fronte a un insulto razzista ricevuto nei pressi dell’Università di Napoli, il professor Beyene non rispose con rabbia, ma con una frase che rovescia la logica dell’offesa:
“Sono venuto qui per insegnare la gentilezza del mio Paese a una persona come lei.”

In questa risposta non c’è solo autocontrollo: c’è un’idea precisa del lavoro non come semplice trasmissione di sapere, ma come testimonianza di un modo di essere.

È in questa direzione che si colloca anche il ricordo più intimo custodito dalla sua famiglia.

In una conversazione con la moglie del professor Beyene emergono alcune domande semplici, che non cercano spiegazioni accademiche ma restituiscono la dimensione quotidiana di una vita condivisa:

  • che tipo di persona era nella vita quotidiana?
  • qual è il tratto che meglio lo rappresenta come uomo oltre che come studioso?
  • che idea di lavoro emergeva nella sua vita familiare?

Di seguito, tutte assieme, le risposte della moglie: “Lui era proprio così come lo hai descritto: autorevole ma semplice e buono. Un uomo gentile, sempre il primo a porgere la mano e ad aiutare. Con tutti i miei difetti continuo a chiedermi come abbia fatto a essere così fortunata.”

Sono stati entrambi fortunati a essersi trovati e queste nostre domande non chiedono di spiegare una carriera, ma di avvicinare una presenza perché, in fondo, il lavoro non si comprende solo attraverso ciò che produce, ma attraverso il modo in cui si riflette nella vita di chi ci sta accanto.

Yaqob Beyene, professore presso L’Università di Napoli “L’Orientale”, in un momento di convivialità con la moglie. Immagine presa a prestito da “Paestum in rete” (articolo citato nel presente editoriale) e con il consenso dei familiari.


Troverete, nella rivista, altri editoriali che dialogano con la particolarità di un tema scelto, esattamente come fanno gli articoli, che assieme, tessono un quadro complementare e unitario collegando punti di vista spesso insoliti e non adeguatamente considerati. Buona lettura!


Notare come la poesia di Lombardo (che partecipa alla rivista anche con un suo invited paper) si sposa con l’editoriale senza che se ne conoscessero i contenuti.