La dimensione antropologica del carnevale:

alcune considerazioni storico-filosofiche sulla sua “lunga durata”

Diritti in capo agli autori

Riccardo Roni, Università della Basilicata. ORCID ID: 0000-0002-9704-2033

E-mail: riccardo.roni@unibas.it

doi: 10.66565/voci.2026.7.IP.27

(https://levocidisophia.it/2026/08/04/la-dimensione-antropologica-del-carnevale/)

(https://doi.org/10.66565/voci.2026.7.IP.27)

First online: August 4, 2026

“Gaia scienza”: vuol significare

i saturnali di uno spirito, che ha

resistito con pazienza a una lunga,

orribile oppressione – con pazienza,

con durezza, con freddezza,

senza darsi vinto, eppure senza speranza

– e che ora, tutt’a un tratto, è invaso dalla speranza,

dalla speranza di salute,

dall’ebbrezza della convalescenza.

Friedrich Nietzsche, La Gaia scienza, Prefazione alla seconda edizione.

Intero numero qui

Abstract (eng)

Aim and context: This article examines the anthropological dimension of carnival through the historical-philosophical category of the “long duration”, arguing that carnival cannot be understood merely as a ritual event or folkloric manifestation, but rather as a symbolic framework revealing profound transformations of human experience. The analysis focuses on Florens Christian Rang’s Historical Psychology of Carnival, interpreted in dialogue with the reflections of Fernand Braudel, Mikhail Bakhtin, Friedrich Nietzsche, and Richard Wagner.

Methodology: The study adopts a historical-philosophical and comparative approach, based on textual analysis of the main works discussed and on the reconstruction of their central conceptual themes: the relationship between historical time and duration, the anthropological function of laughter and festivity, and the connection between body, subjectivity, and political transformation. Carnival is interpreted as a liminal phenomenon in which the crisis of established orders and the possibility of regeneration become intertwined.

State of the art: While previous scholarship has mainly explored carnival from historical, anthropological, or literary perspectives, this contribution proposes a philosophical reinterpretation of Rang’s approach, highlighting its theoretical relevance and its ability to connect individual experience, historical destiny, and collective forms of emancipation. The comparison with Bakhtin further clarifies the distinctive features of Rang’s interpretation in relation to theories of grotesque realism and popular culture.

Results and original contribution: The article demonstrates that carnival represents a privileged interpretative figure of modernity, revealing the tension between discipline and liberation, work and leisure, rationality and intoxication, historical continuity and revolutionary discontinuity. Its original contribution lies in presenting Rang’s Historical Psychology of Carnival as a philosophy of anthropological transformation, capable of illuminating contemporary forms of embodiment, subjectivity, and community experience.

Keywords: Carnival; long duration; Florens Christian Rang; philosophical anthropology; philosophy of history

Abstract (ita)

Obiettivo e contesto: Il contributo analizza la dimensione antropologica del carnevale attraverso la categoria storico-filosofica della “lunga durata”, mostrando come questo fenomeno culturale non possa essere interpretato esclusivamente come evento rituale o manifestazione folklorica, ma debba essere compreso come dispositivo simbolico capace di rivelare trasformazioni profonde dell’esperienza umana. Al centro dell’indagine è la Psicologia storica del carnevale di Florens Christian Rang, letta nel dialogo con le riflessioni di Fernand Braudel, Michail Bachtin, Friedrich Nietzsche e Richard Wagner.

Metodologia: La ricerca adotta un approccio storico-filosofico e comparativo, fondato sull’analisi testuale delle principali opere considerate e sulla ricostruzione dei loro nuclei concettuali: il rapporto tra tempo storico e durata, la funzione antropologica del riso e della festa, la relazione tra corpo, soggettività e trasformazione politica. L’analisi interpreta il carnevale come fenomeno di soglia, nel quale crisi dell’ordine costituito e possibilità di rigenerazione si intrecciano.

Confronto con lo stato degli studi: Rispetto agli studi esistenti, che hanno prevalentemente privilegiato gli aspetti storico-culturali, antropologici o letterari del carnevale, il contributo propone una rilettura filosofica della prospettiva di Rang, mettendone in evidenza il carattere teorico e la capacità di connettere esperienza individuale, destino storico e forme collettive di emancipazione. Il confronto con Bachtin consente inoltre di evidenziare la specificità della lettura ranghiana rispetto alla tradizione del realismo grottesco e della cultura popolare.

Risultati e contributo originale: L’articolo mostra che il carnevale costituisce una figura interpretativa privilegiata della modernità, poiché rende visibile la tensione tra disciplina e liberazione, lavoro e ozio, razionalità ed ebbrezza, continuità storica e discontinuità rivoluzionaria. Il contributo originale consiste nel proporre la Psicologia storica del carnevale di Rang come una filosofia della trasformazione antropologica, capace di illuminare anche le forme contemporanee di esperienza del corpo, della soggettività e della comunità.

Keyword: Carnevale; lunga durata; Florens Christian Rang; antropologia filosofica; filosofia della storia

La “lunga durata” del carnevale: a proposito di Florens Christian Rang (1864-1924)

Approfondire la dimensione antropologica del carnevale significa misurarsi con una sfida molto complessa: non tanto per il tema che è stato scelto per questo contributo – in un numero monografico della rivista dedicato al lavoro e all’ozio –, quanto piuttosto per il fatto di doversi confrontare, da un punto di vista storico-filosofico, con un fenomeno di “lunga durata”. Vengo alla scelta, già dal titolo dell’intervento, di quest’ultima espressione che molto ha inciso nella percezione del secolo scorso. Fernand Braudel, nel ben noto articolo del 1958 intitolato Storia e scienze sociali. La “lunga durata”, pubblicato sulle “Annales. Économies, Sociétés, Civilisations”, aveva parlato della “intima contrapposizione, indefinitamente ripetuta, tra l’istante e il tempo che scorre lentamente”, appunto una dialettica della durata, da cui scaturisce la “pluralità del tempo sociale”, di cui occorre tener conto quando vogliamo impostare “una metodologia comune delle scienze dell’uomo”[1].

In questo tempo lungo della storia si colloca il fenomeno del carnevale, il quale consiste di due dimensioni: il ritmo breve dell’événement, dalla breve durata, che contraddistingue la sua ricorrenza annuale (vedi Venezia, Viareggio, Cento), e la sua ampiezza secolare, di lunghissima durata, se teniamo conto, ad esempio di quanto riporta Michail Bachtin nel suo studio pionieristico sull’Opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale (1965), ossia che “i divertimenti di tipo carnevalesco e le azioni o i riti comici ad essi collegati, avevano un ruolo enorme nella vita dell’uomo del Medioevo”[2]. Secondo questa doppia lettura, e riprendendo ancora Braudel, possiamo considerare il carnevale un’”esplosione”, una “novità rumorosa” carica di significati e di relazioni, che “si appropria di un tempo molto più lungo della sua propria durata”[3].

Almeno sotto questo profilo, possiamo ammettere con Croce (citato peraltro da Braudel) che in ogni tempo breve, la più “capricciosa” e “ingannevole” delle durate – come nel caso del carnevale qui in discussione – è incorporata “l’intera storia, l’uomo nella sua totalità”[4].

Tenendo conto di tali assunti, occorre venire al punto centrale di questo intervento. In un recente Convegno internazionale di studi interdisciplinari e di letterature comparate dal titolo Tra rito e mito: il carnevale nella cultura europea, tenutosi a Firenze il 16-17 novembre del 2020, Fabrizio Desideri ha riproposto all’attenzione della critica il contributo del filosofo giurista e teologo tedesco Florens Christian Rang (1864-1924), Psicologia storica del carnevale, pubblicato per la prima volta postumo nel secondo numero della rivista diretta da Martin Buber, Die Kreatur (1927), testo che si basa su una conferenza tenuta da Rang a Vienna nel 1909, come riportato da Hugo von Hofmannsthal.

Desideri ricorda inoltre che questo saggio di Rang sarebbe dovuto uscire sulla rivista Angelus Novus, della quale Walter Benjamin aveva scritto nel 1922 un Annuncio divenuto celebre[5]. È ancora Desideri a curare la prima traduzione italiana del saggio di Rang, Psicologia storica del carnevale, con un commento di Massimo Cacciari, presso Arsenale Editrice di Venezia nel 1983, ripubblicandola successivamente per Bollati Boringhieri nel 2008[6].

Anche sotto il profilo biografico, Rang è una figura ricca di fascino che vive nella Germania imperiale e in quella di Weimar.

Nasce nel 1864 a Kassel da padre cattolico e madre evangelica, riceve un’educazione luterana, agli inizi lavora come funzionario nello Stato prussiano, lasciando nel 1895 la professione per studiare teologia e farsi pastore. Eppure, nel 1900, in nome di un “nietzscheanesimo dionisiaco”, abbandona il ministero. Nel 1914 figura tra i fondatori del Postdamer-Kreis o Forte-Kreis, gruppo nazionalista riunitosi originariamente a Forte dei Marmi con Buber e altri intellettuali per far fronte alla decadenza morale dei popoli. Dopo le delusioni del primo conflitto mondiale (alla cui ideologia Rang inizialmente aderisce), nel 1919 fonda un nuovo Kreis durante la Conferenza di Heppenheim, alla quale partecipano, oltre a Buber, Paul Natorp e altre figure di spicco dell’epoca, con l’intento di rifondare su basi spirituali lo spirito europeo. Di lì a poco Rang attraversa un’altra crisi esistenziale che lo porta ad una vita privata di studio e ricerca: entro tale cornice va ricordata l’amicizia che egli instaura, attraverso Buber, con Franz Rosenzweig, e il dialogo con il già menzionato Benjamin tra il 1921 e il 1924. Rang muore di cancro a Hohemark im Taunus il 7 ottobre 1924[7].

Psicologia storica del carnevale

Ora, alla luce di quanto appena anticipato rispetto alla biografia di Rang, è interessante osservare che il suo saggio sul carnevale si apre con un richiamo decisamente insolito per un testo di questa natura: la guerra, la rivoluzione e il destino sono i temi esplicitamente evocati da Rang[8]. Del resto, non è la prima occasione in cui Rang applica lo schema della “rigenerazione esistenziale” alla storia della religione o dell’emancipazione umana[9]. Adesso Rang parla di un “carnevale del destino” e delinea così le atmosfere di un futuro non troppo lontano:

Una minaccia di crisi percorre il nostro fragile tempo. Perfino la più dilaniante guerra dei popoli ne scrive, sinistramente, soltanto incerte figure sulla sabbia. Già più profonde si aprono crepe fin nel seno dell’io. Ma tutto ciò non è l’avvenire, sono soltanto segni. Tutta la nostra condizione pare voler erompere. Siamo noi una nascita? O siamo un’ulcera? Come un incubo grava su di noi questa domanda; oppressi respiriamo affannosamente, a tratti, con angoscia; nel gravore soffochiamo. Ma cos’è che ci opprime? Quanto abbiamo cumulato su di noi. Le nostre forme, quanto abbiamo tenuto in serbo. Una rivoluzione bussa alla porta[10].

L’umanità poggia adesso nietzschianamente su un terreno vulcanico e lo spirito umano riposa su “ossa di martiri”[11]. Il mondo è un mondo “capovolto”: la parola tedesca Maske, così pure l’arabica maskara, si riferirebbero entrambe alla persona travestita, alla derisione che echeggia nel mondo “come riso di iene peregrinanti nel deserto”[12]. Il carnevale nasce in Caldea, non lontano da Babilonia, in cui troviamo già un’epigrafe del patesi Gudea (sacerdote feudatario) che informa di una festa in cui l’ancella prende il posto della signora e lo schiavo incede nel rango del padrone secondo una visione del tempo ciclico. Il cambiamento di posizione degli astri, delle potenze celesti si traduce in un mutamento di posizione delle potenze mondane, dando luogo allo scambio di ruoli carnevaleschi: il car naval, appunto il “carro navale” – prosegue Rang nella sua ricognizione storica – “quale ancor oggi avanza nel corteo carnevalesco”, in special modo nel Medioevo renano e fiammingo veniva allestito dalla Gilda dei marinai per la riapertura della navigazione[13]. Tratto caratteristico del carnevale è dunque la risposta alla condizione di angoscia rappresentata dalla “volontà di ebbrezza”, la cui follia imperversava nei carnevali di Dioniso nell’Europa ellenica, ad esempio come immagine del profondo agitarsi dell’anima umana e di tutta la natura. Pensiamo alle Baccanti di Euripide, che Rang cita diffusamente, oppure al sogno orfico di Platone con le sue idee che sono vere e proprie “visioni”[14].

Sulla base di questa ricostruzione, Rang può affermare la sua tesi fondamentale, che guarda alla “moderna libertà della vita dello spirito e dell’anima”, “balzata nel tempo come una capriola e un libero salto di carnevale”[15]. È dunque la moderna “passione della soggettività” a risentire più di ogni altra cosa dell’incidenza della volontà di ebbrezza propria del carnevale:

Tutta la nostra furibonda incapacità di respirar quietamente sempre e soltanto in mezzo a regole e ordinamenti, e il sentirci, sotto di essi, sempre di nuovo vicini a soffocare e, esplodendo, a lacerarli insieme a noi stessi. Solo che lo straordinario scoppio dell’ebbrezza della passione è, da lungo tempo, divenuto qualcosa di ordinario, un universale diritto dell’anima, un universale stato d’animo, cancellando la sua limitazione a certi periodi del calendario. Cosa ci distingue allora dal fatalismo asiatico, dalla passività del loro celeste determinismo? Il pathos![16].

Con accenti simili, Richard Wagner, nell’Opera d’arte dell’avvenire (1849), definendo l’opera d’arte la rappresentazione vivente della religione di un popolo, il quale è animato dallo “slancio vitale”, scriveva:

La moda è lo stimolante artificiale che suscita un bisogno innaturale, là dove il naturale è assente. […] L’inventare della moda è perciò solo meccanico. Ma il meccanico differisce dall’artistico in quanto va di deduzione in deduzione, da un mezzo all’altro, per produrre sempre, alla fine, soltanto un mezzo: la macchina. L’artistico invece segue il cammino nettamente opposto: getta dietro di sé ogni mezzo, prescinde da ogni deduzione per mirare, con una soddisfazione pienamente cosciente del proprio bisogno, alla fonte di tutti i mezzi e di tutte le deduzioni, cioè alla natura[17].

Il carnevale come gesto rivoluzionario

Interpretato da Rang in chiave moderna (dal sapore a tratti esistenzialista), il carnevale – ecco il punto – rappresenta la vittoria sull’angoscia da parte di un’umanità che ha ritrovato il coraggio di esistere, di farsi carico del proprio destino attraverso il gesto rivoluzionario.Rispetto a questa svolta antropologica epocale, il greco si distingue già per essersi attribuito “l’azione della vittoria riportata nella parola dell’ebbrezza” grazie alla “poesia in fermento della rivolta carnevalesca”[18]. Il popolo della declamazione teatrale – pensiamo di nuovo alle considerazioni di Wagner in L’arte e la rivoluzione sulla funzione del teatro in Grecia – è anche allo stesso tempo detentore assoluto della parola creatrice che trionfa sul palcoscenico grazie alla sua forza mobilitatrice che si esercita sulla massa popolare. La modernità dei Greci, almeno sotto questo profilo, anche rispetto ai babilonesi, consiste nell’aver fatto corrispondere il carnevale all’”entusiasmo della parola”[19]. Secondo questa lettura di Rang, il carnevale corrisponde ad un evento rivoluzionario, che “provoca il diluvio universale che purifica i destini degli Dei e dei popoli”[20], così come, per le stesse ragioni, la creazione del Pantheon fu “demonica energia”[21]. Così, in ogni momento di massima creazione,

la bevanda dell’ebbrezza offriva all’anima il sentimento di sé, di godere se stessi: se stessi nell’élan della crescita e della sovrabbondanza dello spirito; senza la sua tirannica oppressione. Ma anche questa ebbrezza si esaurisce, anche il Dio, che ha entusiasmato l’uomo contro gli Dèi razionali, lo pianta in asso: allora l’uomo digrigna scricchiolando i denti contro la potenza che gli vuole strappare l’ambrosia dell’ebbrezza dalle vene, il cibo della potenza dai denti; simile al cane che ringhiando difende l’osso. […] E poiché nell’uomo il muto digrignare del cane si era da lungo tempo trasformato in un sonoro ridere in faccia, questo allora, nelle strette di una pena dell’anima senza vie d’uscita, si rovesciò nello scherno della derisione, nella furiosa irrisione pazzamente rivolta contro se stessi, nel tagliente riso che divide, che libera[22].

Resta comunque molto problematico il rapporto fra angoscia esistenziale e ragione storica: se per Rang la ragione è “fuga dall’angoscia”, l’ebbrezza è “angoscia e fuga dinanzi all’assenza di angoscia, fuori dalla ragione”[23]. Non va però dimenticata la tesi principale di Rang, che il carnevale è appunto un pezzo di storia della religione e il riso carnevalesco la prima blasfemia, e che questa festa, se indagata gettando colpi di sonda nel sentimento di angoscia che la caratterizza, ci può svelare il destino del mondo moderno. Bachtin, nel suo importante studio già richiamato, facendo luce sulle fonti e sull’evoluzione della cultura popolare, definisce “realismo grottesco” il sistema di immagini della cultura comica popolare, evidenziando, non a caso, come l’elemento basso, materiale e corporeo, costituisca in questo caso un principio profondamente positivo.

A tal proposito, nella conclusione del saggio Rang osserva che mentre nel cristianesimo il carnevale ha continuato “ad aggirarsi come uno spettro”, tuttavia non ha potuto generare un nuovo riso perché, grazie all’ascesi, l’”opposizione carnevalesca” di fronte al Cristo redentore rimase come un “cane muto”[24].

Lo scenario, però, muta radicalmente quando, in piena modernità, l’opposizione non è più rivolta a Dio o al Diavolo, ma al “dovere del lavoro”.

Anche – e soprattutto! – in questo caso il soggetto storico non può dimenticare il suo trascorso, perché “un tremito attraversa il suo petto quando le voci dell’ebbrezza minacciano il suo lavoro, quando una guerra è in vista, quando un improvviso grido di repressa cupidità abbaia contro la disciplina che si è imposto. Allora sa quanto gli costi quella disciplina; allora vuole sapere che tutte le angosce dell’umanità e tutto il suo riso assassino dovettero esser sopportate, prima di raggiungere con la forza questa atroce padronanza”[25].

Ma è questa – si chiede in ultima analisi Rang – l’ultima parola del soggetto storico? Assolutamente no, in virtù della maturata consapevolezza di due dati storici: che “anche l’ebbrezza per il lavoro comincia a venir meno, anche la fede nel dovere si logora”, e che, soprattutto, “non può aiutare l’uomo il voler ritornare a una felicità o a un tormento o a uno scherno che tutt’insieme non gli caricherebbero l’anima di quell’energia a cui è abituato, di cui ha bisogno”[26]. Sulla base di questa lucida consapevolezza, Rang presagisce le nuove crisi che stanno dinanzi ad un’umanità completamente emancipata e inglobata dal lavoro, e che, per questo, rischia di non potersi più concedere il “lusso” dell’antica follia carnevalesca.

Ed è qui che lo spirito europeo raggiunge il suo massimo livello di tensione: “la via dell’umanità è la via dello spirito e la via dello spirito quella della passione”[27]. Ma non va dimenticato che in Rang “spirito non significa evoluzione, ma passione dell’anima, passione fino alla rivoluzione”[28].

Il carnevale oggi: il corpo e la maschera veicoli di emancipazione

Rang ha rilevato – lo si è visto poco prima – che la blasfema risata carnevalesca non è un gesto semplicemente distruttivo, bensì liberatorio e stimolante per ulteriori sviluppi, anche ben oltre il perimetro della stessa manifestazione. La risata carnevalesca può essere, ad esempio, un complemento delle religioni dominanti, così come della prassi politica. In tutti questi casi, il rapporto tra ragione e follia è un rapporto di reciproca complementarità e integrazione, è “dialettico”[29]. Rang vede allora profilarsi un momento di svolta epocale nella condizione dell’umanità, non soltanto sotto l’impressione della Prima guerra mondiale o delle rivolte sociali (come quelle degli oppressi contro gli oppressori), ma attraverso una rivoluzione più profonda, capace per questo di portare l’umanità completamente fuori di sé, rispetto alla quale le altre rivoluzioni sarebbero soltanto segnali premonitori, quasi come figure sciolte nella sabbia.

Come ha ben osservato Wołkowicz, la psicologia storica del carnevale non deve essere interpretata come una teoria astratta, “scientifica”, avulsa dal contesto della nostra esistenza concreta, ma deve partire dalla crisi attuale che ci investe, che avvertiamo collettivamente fin nel profondo della nostra anima[30]. Significa perciò rilanciarla oltre il suo limite storico, oltre la stessa realtà reificata. Riprendendo ancora Rang, significa trascinare “attraverso le rocce della fede la fiumana della storia”[31]. È allora il nostro corpo, l’organismo, la vera forza motrice della storia, ad avvisarci della imminente trasformazione:

Il sangue ci martella nelle vene, quasi volesse erompere dalla pelle; tutte le antiche cicatrici dolorano. Nei vecchi punti di frattura, lì prorompe il sangue, a fiotti, quando la febbre ci trascina. Ed è una gravidanza quanto geme in noi: nell’antico luogo della generazione che il pudore più segretamente nasconde, il bimbo si apre un varco alla vita. I punti di rottura, le forze di rottura della società umana vengono alla luce[32].

Il richiamo di Rang – lettore di Nietzsche – a Dioniso, “Principe Carnevale”[33], non è qui casuale, in quanto il dio dell’ebbrezza consentì ai Greci di realizzare non solo arte e filosofia, ma anche la filosofia politica, le “azioni” politiche[34]. La Psicologia di Rang appartiene pertanto a quei testi fondamentali che affrontano la “filosofia della storia della discontinuità”[35] secondo una prospettiva inedita, capace di illuminare anche il nostro presente[36]. Considerato sotto questa luce, il carnevale acquista oggi un significato e una portata che chiama in causa la configurazione dell’intera società in cui viviamo. Pensiamo al carnevale di Viareggio in Toscana, il quale finisce quasi sempre per assumere i contorni di una rivoluzione di costume che dura tutto l’anno e che attraversa orizzontalmente un’intera comunità cittadina. Riprendendo direttamente le belle parole di Cacciari nel suo commento a Rang,

anche al culmine dell’orgia, la danza ri-crea. Anche l’ebrezza più sfrenata è sacra nella danza. I movimenti della danza tessono molteplici rapporti, congiungono elementi disparati, li unificano con fili invisibili. Ma, ancor più, nella danza avvertiamo il legame che incatena, indissolubilmente, al ritmo dell’Anno. Un filo ci regge e ci fa danzare. Danzare a ritmo è ubbidire al gioco divino che regge il cosmo, farsi tutt’uno con esso, danzare alla corda di Dio come le mirabili marionette platoniche. Dunque, anche qui l’aporia, o la caratteristica ambivalenza: nella danza, come nel riso, la figura oltrepassa i propri confini, tende la propria “pelle” fino all’ek-stasis, manifesta il suo anelito per un’universale coincidentia oppositorum, ma insieme, o, anzi, proprio per questo, riscopre l’aurea catena che ne fa ludus degli Dèi, la ri-conosce. Il gioco del riso e della danza è ri-creazione perché come gioco si manifesta il creare divino. A esso partecipiamo “giocando” nella Festa[37].

Oggi che il cristianesimo rischia l’evaporazione, il carnevale non si aggira più in esso, come scriveva Rang, al modo di uno “spettro”, ma attraversa piuttosto una società laicizzata che avverte sempre di meno “l’ebbrezza dell’ascesi” e della “rinuncia”, ma anche della stessa “creazione”, almeno nel modo in cui la intendeva l’autore della Psicologia; il quale, non per caso, con toni che ricordano molto Nietzsche, nelle righe conclusive del saggio sul carnevale evidenziava – vogliamo ripeterlo – il problema storico del lavoro, mettendo così insieme il diavolo e l’acqua santa:

L’uomo moderno invece non tira dei colpi né contro Dio, né contro il Diavolo. Si è già inventato una nuova ascesi che ancora si deve togliere di dosso: il dovere del lavoro. Ma non può dimenticare. Un tremito attraversa il suo petto quando le voci dell’ebbrezza minacciano il suo lavoro, quando una guerra è in vista, quando un improvviso grido di repressa cupidità abbaia contro la disciplina che si è imposto. Allora sa quanto gli costi quella disciplina; allora vuole sapere che tutte le angosce dell’umanità e tutto il suo riso assassino dovettero esser sopportate, prima di raggiungere con la forza questa atroce padronanza. Allora però deve domandarsi se questa è l’ultima parola. Ed egli che non può più ridere – non più nelle ore che lo rivelano – deve allora rispondere con tutta la forza della sua laboriosa serietà: No! E deve confessare a se stesso che anche l’ebbrezza per il lavoro comincia a venir meno, anche la fede nel dovere si logora; che però non può aiutare l’uomo il voler ritornare a una felicità o a un tormento o a uno scherno che tutti insieme non gli caricherebbero l’anima di quell’energia a cui è abituato, di cui ha bisogno. E allora forse presentiamo che nuove crisi ci stanno dinanzi[38].

Conclusioni

Nel chiudere il discorso ha senso porsi la domanda se un’umanità libera dal lavoro possa ancora concepire il carnevale nel modo in cui siamo abituati a rappresentarcelo storicamente. Sta di fatto che le forme sempre più diversificate in cui le nostre società liberal-democratiche esperiscono il corpo e le sue potenzialità mostrano il tentativo di darsi una nuova maschera: quella appunto che raffigura un grande carnevale danzante, ricco di motivi dionisiaci, orfici e narcisistici, veicolo di una nuova esperienza dell’io e del noi, possibilmente in accordo con le esigenze di una ragione dialogica disposta ad indagare le diverse logiche del delirio.

Bibliografia essenziale

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  • Braudel, Fernand. “Storia e scienze sociali. La ‘lunga durata’.” In Scritti sulla storia, Alberto Tenenti (cur.), traduzione di Alberto Salsano. Milano: Bompiani, 2016.
  • Cacciari, Massimo. “Memoria del carnevale.” In Florens Christian Rang, Psicologia storica del carnevale. Torino: Bollati Boringhieri, 2008.
  • Desideri, Fabrizio. “Carnevale e agone tragico: sulla Historische Psychologie des Karnevals di Florens Christian Rang.” Lea-Lingue e letterature d’Oriente e d’Occidente 9 (2020): 283–284.
  • Jäger, Lutz. Messianische Kritik. Studien zu Leben und Werk von Florens Christian Rang. Köln: Böhlau, 1998.
  • Poggi, Stefano. Il mito dell’istante. I filosofi davanti al tempo: da Schelling a Derrida. Milano: Solferino, 2025.
  • Poggi, Stefano. Individuo e destino. La Germania e i suoi filosofi tra due guerre. Bologna: Il Mulino, 2025.
  • Rang, Florens Christian. Psicologia storica del carnevale. Federico Desideri (cur.), introduzione di Federico Desideri, commento di Massimo Cacciari. Venezia: Arsenale Editrice, 1983.
  • Rang, Florens Christian. Psicologia storica del carnevale. In L’ultimo Carnevale. Florens Christian Rang, Federico Desideri (cur.), introduzione di Federico Desideri, commento di Massimo Cacciari. Torino: Bollati Boringhieri, 2008.
  • Salzbrunn, Marco, e Franco Moretti. “Il Carnevale tra limiti, trasgressioni, rinnovamenti e rivendicazioni. Resistenza festiva a Nizza, Marsiglia e Viareggio.” Lea-Lingue e letterature d’Oriente e d’Occidente 9 (2020): 399–414.
  • Wagner, Richard. L’arte e la rivoluzione e altri scritti politici (1848-1849). Rimini: Guaraldi, 1973.
  • Wołkowicz, Anna. Mystiker der Revolution. Der utopische Diskurs um die Jahrhundertwende. Warszawa: Wydawnictwa Uniwersytetu Warszawskiego, 2007.

[1] Braudel, Fernand, “Storia e scienze sociali. La ‘lunga durata’,” in Alberto Tenenti (cur.), Scritti sulla storia, traduzione di Alberto Salsano (Milano: Bompiani, 2016), 39. Sulla dialettica tra istante e durata, vedi anche Stefano Poggi, Il mito dell’istante. I filosofi davanti al tempo: da Schelling a Derrida (Milano: Solferino, 2025).

[2] Bachtin, Michail, L’opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, traduzione di Romano, Massimo (Torino: Einaudi, 1979), 7.

[3] Braudel, “Storia e scienze sociali,” 40.

[4] Braudel, 40.

[5] Desideri, Fabrizio, “Carnevale e agone tragico: sulla Historische Psychologie des Karnevals di Florens Christian Rang,” Lea-Lingue e letterature d’Oriente e d’Occidente 9 (2020): 283–284. Vedasi anche Anna Wołkowicz, Mystiker der Revolution. Der utopische Diskurs um die Jahrhundertwende (Warszawa: Wydawnictwa Uniwersytetu Warszawskiego, 2007), 127–160.

[6] Rang, Florens Christian, Psicologia storica del carnevale (1927), Federico Desideri (cur.), introduzione di Federico Desideri, commento di Massimo Cacciari (Venezia: Arsenale Editrice, 1983); Florens Christian Rang, Psicologia storica del carnevale, in L’ultimo Carnevale. Florens Christian Rang, Federico Desideri (cur.), introduzione di Federico Desideri, commento di Massimo Cacciari (Torino: Bollati Boringhieri, 2008), 7–43. D’ora in poi si citerà da questa seconda edizione.

[7] Oltre a quanto riportato da Desideri nell’articolo citato, per ulteriori approfondimenti sulla vita e sull’opera di Rang si veda Lutz Jäger, Messianische Kritik. Studien zu Leben und Werk von Florens Christian Rang (Köln: Böhlau, 1998).

[8] Sul rapporto tra individuo e destino, Poggi, Stefano, Individuo e destino. La Germania e i suoi filosofi tra due guerre (Bologna: Il Mulino, 2025).

[9] Nel saggio di Rang dedicato a Heinrich von Kleist, ricorda Anna Wołkowicz, ritroviamo un analogo approccio alla filosofia della storia, in cui egli interpreta sia la storia della musica sia quella dei popoli come un gioco di “addomesticamento” e “scatenamento” dell’energia “demonica” (Anna Wołkowicz, Mystiker der Revolution. Der utopische Diskurs um die Jahrhundertwende, 152).

[10] Rang, Psicologia storica del carnevale, 45–46.

[11] Rang, 47.

[12] Rang, 48.

[13] Rang, 55.

[14] Rang, 65.

[15] Rang, 66.

[16] Rang, 66.

[17] Wagner, Richard, L’opera d’arte dell’avvenire, introduzione e traduzione di M. Mangini, in Richard Wagner, L’arte e la rivoluzione e altri scritti politici (1848-1849) (Rimini: Guaraldi, 1973), 124–125.

[18] Rang, 70.

[19] Rang, 70.

[20] I Rang, 78.

[21] Rang, 79.

[22] Rang, 81-82.

[23] Rang, 79.

[24] Rang, 94.

[25] Rang, 95.

[26] Rang, 95.

[27] Rang, 95.

[28] Rang, 80.

[29] Anna Wołkowicz ha parlato significativamente di una “Dialektik der Aufklärung avant la lettre” nell’opera di Rang (Anna Wołkowicz, Mystiker der Revolution. Der utopische Diskurs um die Jahrhundertwende, 153).

[30] Wołkowicz, Mystiker der Revolution, 154.

[31] Rang, 45.

[32] Rang, 46.

[33] Rang, 67.

[34] Si veda Wołkowicz, 157.

[35] Wołkowicz, 160.

[36] Salzbrunn, Marco e Franco Moretti, “Il Carnevale tra limiti, trasgressioni, rinnovamenti e rivendicazioni. Resistenza festiva a Nizza, Marsiglia e Viareggio,” Lea-Lingue e letterature d’Oriente e d’Occidente 9 (2020): 399–414.
Sul Carnevale di Viareggio si veda, tra gli altri, il pionieristico contributo dei miei genitori, entrambi architetti, Marzia Caroti e Franco Roni, Un progetto per il Carnevale, in Labirinto. Bimestrale di economia, territorio, cultura e politica, anno 1, marzo-aprile 1984, 2-7. L’articolo – nel quale la progettazione di un centro museale dedicato al Carnevale di Viareggio è accompagnata da una ricostruzione storica della manifestazione fondata anche su documenti e testimonianze iconografiche – trae origine dalla tesi di laurea in Architettura di Franco Roni, intitolata Museo del carnevale, discussa presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze il 13 luglio 1976 (relatore il prof. Danilo Santi e correlatore l’arch. Stefano Bolaffio). Si veda, inoltre, il più recente Ravveduto, Marcello e Camilla Zucchi (cur.), Il carnevale di Viareggio. Una storia italiana, Milano: Mimesis, 2026.

[37] Cacciari, Massimo, “Memoria del carnevale,” in Florens Christian Rang, Psicologia storica del carnevale, 105–106.

[38] Rang, 94-95.