Recensione di Stefania Lombardi a Quanto vale la conoscenza. Cinque lezioni per la ricerca del futuro, Maria Chiara Carrozza

Diritti in capo agli autori
First online: August 13, 2026

Recensione di Stefania Lombardi, CNR, ORCID ID: 00-0003-3545-1170
E-Mail: stefania.lombardi@cnr.it
Doi: 10.66565/voci.2026.7.RE.27
(https://levocidisophia.it/2026/08/13/21896/)
(https://www.doi.org/10.66565/voci.2026.7.RE.27)
Titolo: Quanto vale la conoscenza. Cinque lezioni per la ricerca del futuro
Autrice: Maria Chiara Carrozza
Formato: 12 x 1.3 x 19.5 cm, 168 p.
Editore: EGEA
Quando osserviamo un fenomeno occorre sempre ricordare che fra l’osservato e l’osservatore c’è sempre il punto di vista dell’osservatore, che si è formato attraverso i suoi studi e le sue esperienze, la sensibilità e la sua stessa persona. Per questo considerare la parte autobiografica non può che essere un arricchimento e un dialogo sempre attivo con gli autori.
Nel suo recente libro Quanto vale la conoscenza. Cinque lezioni per la ricerca del futuro, Maria Chiara Carrozza vuol fornire ai lettori proprio questo arricchimento, attraverso un dialogo aperto, come è la ricerca e, soprattutto, come è la conoscenza in senso lato.
Non poteva non iniziare da una dedica personale, che è una sorta di lascito e un augurio, perché la conoscenza va incoraggiata e coltivata.
Chiunque mastichi di scienza aperta nei contesti di ricerca ha familiarità con un concetto chiave e importante: la scienza è un bene pubblico. L’idea di fondo del libro di Carrozza si forma attraverso questo concetto e considera la conoscenza non come un insieme di informazioni o una risorsa economica, ma come un bene pubblico strategico, fondamentale per affrontare le grandi sfide del nostro secolo e del nostro futuro, che contemplano l’intelligenza artificiale, le crisi climatiche, le trasformazioni tecnologiche, la salute globale e i cambiamenti geopolitici, come già evidenziato sul sito stesso dalla casa editrice.
Secondo Carrozza, e ricordando il concetto chiave di cui sopra, le società che investono nella ricerca e nella formazione tessono le condizioni per uno sviluppo sostenibile, mentre quelle che trascurano il sapere rischiano di perdere l’autonomia e, con essa, la propria stessa capacità di innovazione.
L’originalità del libro è in questa riuscita mescolanza di elementi autobiografici, divulgativi e scientifici assieme; esso individua cinque lezioni principali che ruotano attorno al ruolo strategico della conoscenza nelle nostre società:
1. La ricerca viene dal futuro
La proiezione verso il futuro individua la mission della ricerca, che nasce per la società e va restituita alla società attraverso un miglioramento affidato al futuro. La ricerca scientifica va considerata un investimento di lungo periodo, non legato a risultati immediati; proprio per questo la ricerca di base è estremamente importante, in virtù della capacità di poter generare innovazione imprevedibile.
In un’epoca del “tutto e subito”, dove anche la politica ha abbandonato la lungimiranza per concentrarsi nell’immediato, occorre ricordare l’importanza di strategie lungimiranti come quelle di alcuni percorsi di ricerca.
2. Politica della scienza, scienza per la politica
Esattamente come la politica non può prendere decisioni antiscientifiche, la scienza deve fornire conoscenze solide alle istituzioni, ma non deve sostituirsi alla politica. Sulla base delle sue esperienze, l’autrice non può non sostenere un equilibrio costante tra competenze scientifiche e decisioni democratiche.
3. La quinta libertà e i talenti
Nel contesto europeo, la “quinta libertà” è l’idea di aggiungere, alle quattro libertà fondamentali dell’Unione Europea – persone, merci, servizi e capitali – una nuova libertà: la libera circolazione della conoscenza.
In concreto significa costruire uno “spazio europeo della conoscenza” in cui i ricercatori possano muoversi e collaborare liberamente tra Paesi; i risultati della ricerca circolino più rapidamente; università, centri di ricerca e imprese siano più integrati; i dati scientifici siano condivisi, quando possibile, secondo il principio affermato da Moedas: “as open as possible as closed as necessary”, tra Stati membri.
L’intelligenza artificiale è uno dei motivi principali per cui oggi si parla di “quinta libertà”. L’AI aumenta la necessità di collaborazione in quanto richiede ricerca transdisciplinare – informatica, medicina, ingegneria, etica -, condivisione rapida dei risultati, infrastrutture digitali comuni; essa costituisce, quindi, una trasformazione profonda che non può essere solo tecnica ma anche e soprattutto sociale e culturale.
Per questo va governata in modo etico e autonomo, evitando dipendenze tecnologiche esterne, soprattutto per quanto riguarda l’Europa.
4. Gli ecosistemi della conoscenza
La libertà accademica è centrale per la democrazia e l’innovazione e occorrono strategie per contrastare la fuga di talenti.
Ed è proprio a questo punto che il discorso sugli ecosistemi della conoscenza conduce naturalmente a una questione che nel libro assume particolare rilievo: come viene valutata la ricerca e, di conseguenza, che cosa una comunità scientifica considera realmente conoscenza, valore e merito?
In questo contesto si colloca il riferimento a CoARA, la Coalition for Advancing Research Assessment, nata nel 2022 a partire dall’Agreement on Reforming Research Assessment. L’iniziativa propone una riforma dei sistemi di valutazione della ricerca, dei ricercatori e delle organizzazioni di ricerca, con l’obiettivo di riconoscere la pluralità dei risultati, delle pratiche e delle attività che contribuiscono alla qualità e all’impatto della ricerca. L’Agreement indica come direzione comune una valutazione fondata principalmente sul giudizio qualitativo, nel quale la peer review mantiene un ruolo centrale, accompagnata da un uso responsabile degli indicatori quantitativi (CoARA: https://www.coara.org/agreement/the-agreement-full-text/).
Il significato di CoARA va quindi ben oltre una modifica tecnica dei sistemi di valutazione. Il problema è, in realtà, quello di stabilire che cosa scegliamo di riconoscere quando valutiamo la ricerca. Una valutazione fondata esclusivamente sulla quantità delle pubblicazioni o sull’utilizzo meccanico di indicatori bibliometrici rischia infatti di ridurre la complessità della ricerca a ciò che è più facilmente misurabile, alimentando quel meccanismo di “publish or perish” che CoARA intende superare. Nel nuovo paradigma acquistano invece rilevanza anche contributi e attività diversi dalla pubblicazione di articoli: dati, software, protocolli, peer review, mentoring, collaborazione, attività a favore delle politiche della ricerca e, più in generale, pratiche che contribuiscono alla robustezza, all’apertura, alla trasparenza e all’inclusività della ricerca (CNR: https://www.cnr.it/it/news/12096/verso-una-riforma-europea-della-valutazione-della-ricerca).
È un passaggio particolarmente importante se letto alla luce dell’idea della conoscenza come bene pubblico. Se la ricerca non è soltanto una produzione di articoli destinati a essere contati e citati, ma un processo collettivo attraverso il quale una società costruisce conoscenza e la restituisce alla società stessa, allora anche i sistemi di valutazione devono essere capaci di riconoscere questa complessità.
La questione riguarda dunque direttamente anche la scienza aperta. Open Access, dati FAIR, condivisione dei risultati, trasparenza, collaborazione e riproducibilità non possono essere considerati semplicemente pratiche accessorie rispetto alla ricerca: diventano parti dell’ecosistema attraverso cui la conoscenza viene prodotta, verificata, condivisa e resa disponibile. Non è casuale che proprio Maria Chiara Carrozza, in una sua riflessione dedicata a Open Science e Responsible Research Assessment, colleghi Open Access, dati FAIR, integrità della ricerca, European Open Science Cloud e riforma della valutazione, indicando nei modelli qualitativi e narrativi promossi da CoARA un’alternativa ai parametri bibliometrici tradizionali considerati isolatamente (Zenodo: https://zenodo.org/records/17966826).
La valutazione diventa quindi una questione culturale e politica: se la conoscenza è un bene pubblico, anche il modo in cui riconosciamo il valore di chi la produce contribuisce a determinare quale tipo di scienza e quale tipo di società vogliamo costruire.
Il tema assume una particolare rilevanza anche in Italia. Durante la Presidenza di Carrozza, il CNR ha partecipato, insieme all’Università di Bologna e ad altre organizzazioni, alla costituzione del National Chapter italiano di CoARA; il Consiglio Nazionale delle Ricerche ha sottolineato come l’obiettivo della coalizione sia proprio quello di ripensare profondamente il modo in cui viene valutata l’attività di ricerca, con conseguenze sulle carriere dei ricercatori, sul riconoscimento dei diversi prodotti e delle diverse attività della ricerca e, più in generale, sul funzionamento del sistema scientifico (CNR: https://www.cnr.it/it/news/12096/verso-una-riforma-europea-della-valutazione-della-ricerca).
Il collegamento con gli ecosistemi della conoscenza appare dunque evidente: non può esistere un ecosistema scientifico realmente aperto, plurale e orientato al futuro se i suoi meccanismi di riconoscimento continuano a premiare soltanto ciò che è immediatamente quantificabile. La riforma della valutazione diventa così parte integrante della costruzione di un diverso ecosistema della conoscenza, capace di riconoscere talenti, percorsi, collaborazioni e forme diverse di produzione scientifica.
5. Educazione e formazione al tempo dell’AI generativa
L’innovazione non può non nascere dalla collaborazione tra università, imprese e istituzioni. Pertanto, solo reti integrate possono produrre sviluppo, competitività e coesione sociale. In tutto questo, non si può certo non vedere il contesto dei finanziamenti europei per la ricerca e il miglioramento continuo delle società in cui l’autrice si è formata.
Parlando di autobiografia e di necessità del punto di vista dell’osservatore, anche la lettura di chi recensisce non è certo immune dalla propria formazione, dal proprio contesto, dal proprio vissuto e dalle proprie idee.
Per questo, pur partendo dal confronto con la letteratura esistente sugli argomenti trattati, ovvero dalla vicinanza più evidente con il pensiero di Mariana Mazzucato per il ruolo propulsivo dell’investimento pubblico, la centralità della ricerca di base, la necessità di politiche orientate alle missioni (Mazzucato concentra l’attenzione sulle dinamiche economiche e industriali, mentre Carrozza pone maggiore enfasi sugli aspetti culturali e democratici della conoscenza) e dal confronto con Castells, Carrozza per la visione della conoscenza come principale motore della società contemporanea (la differenza principale consiste nel fatto che Castells adotta un approccio descrittivo-sociologico, mentre Carrozza propone una prospettiva normativa e politica in quanto non si limita a descrivere la società della conoscenza, ma indica come costruirla), chi scrive non poteva non interrogarsi su un possibile parallelo con Chevallier.
Jean-Jacques Chevallier, nella sua celebre opera Le grandi opere del pensiero politico, ricostruisce genealogicamente le grandi idee politiche attraverso gli autori fondamentali: da Platone a Marx, mostrando come si siano formati concetti quali Stato, sovranità, libertà, democrazia e rappresentanza.
La recente pubblicazione di Carrozza potrebbe collocarsi come uno Chevallier della politica della scienza.
Non ricostruisce le teorie scientifiche, ma spiega perché, nel XXI secolo, la conoscenza è diventata una questione di governo, di democrazia e di potere strategico. È quindi più vicino agli studi di science policy e science governance che alla storia o alla filosofia della scienza in senso classico.
Chi scrive non poteva certo non interrogarsi su un altro confronto a distanza, quello con il libro Scienza e società nell’Europa della conoscenza di Francesco Coniglione.
Tale confronto può configurarsi come particolarmente interessante perché i due testi affrontano lo stesso macrotema – il rapporto tra produzione del sapere e trasformazione della società – ma da prospettive differenti dato che Scienza e società nell’Europa della conoscenza è un volume collettaneo e più propriamente accademico, mentre il libro di Carrozza è un saggio di riflessione strategico-politica; il confronto evidenzia due modi diversi di concepire il rapporto tra conoscenza e società.
Dal punto di vista strettamente accademico, Quanto vale la conoscenza può essere letto come una sorta di aggiornamento politico-istituzionale dell’idea di “Europa della conoscenza” – per chi ricorda uno dei passati obiettivi: “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica al mondo”.
Se il libro Scienza e società nell’Europa della conoscenza appartiene alla stagione teorica inaugurata dalla Strategia di Lisbona e dalla costruzione dello Spazio Europeo della Ricerca, il libro di Carrozza appartiene alla stagione successiva, segnata da intelligenza artificiale, competizione tecnologica globale, crisi geopolitiche e autonomia strategica europea.
In altre parole, il primo testo si chiede come la conoscenza trasformi la società, mentre il secondo si chiede come una società possa utilizzare la conoscenza per governare il proprio futuro. Questa differenza di prospettiva rappresenta il vero elemento di novità introdotto da Carrozza.
Ed è proprio alla luce di questo passaggio che anche il riferimento a CoARA acquista un significato ulteriore. Se il problema non è soltanto produrre conoscenza, ma costruire le condizioni affinché essa possa essere condivisa, riconosciuta, valutata e utilizzata per orientare il futuro, allora la valutazione della ricerca diventa essa stessa una componente della politica della conoscenza. CoARA, in questa prospettiva, non rappresenta semplicemente una riforma degli indicatori, ma una riflessione sul modo in cui il sistema scientifico decide che cosa meriti di essere riconosciuto, sostenuto e trasmesso. L’obiettivo dichiarato dell’Agreement è infatti massimizzare qualità e impatto della ricerca attraverso un sistema di valutazione più ampio, inclusivo e coerente con la diversità delle attività e dei contributi scientifici (CoARA: https://coara.eu/agreement/the-agreement-full-text/).
Questo permette anche di comprendere meglio il rapporto fra conoscenza, autonomia e democrazia che attraversa il libro. Una società che vuole essere autonoma non deve soltanto possedere infrastrutture tecnologiche, finanziamenti e competenze: deve essere capace di riconoscere e valorizzare la propria produzione di conoscenza, evitando che i meccanismi di valutazione finiscano per orientare la ricerca esclusivamente verso ciò che è più facilmente misurabile o immediatamente spendibile.
Quanto vale la conoscenza è un libro che si colloca intenzionalmente oltre la tradizionale distinzione tra saggio scientifico, riflessione politica e divulgazione. La sua forza non risiede nella costruzione di un nuovo paradigma teorico, ma nella capacità di ricomporre, assieme agli immancabili elementi autobiografici che ne tessono l’ordito, in una visione unitaria, temi spesso frammentati come la ricerca, l’innovazione, la politica, l’educazione e la trasformazione tecnologica.
Il suo contributo più rilevante consiste nell’aver spostato il focus dal problema della società della conoscenza a quello della conoscenza come forma di governo della società.
In questo passaggio si colloca la sua originalità, ovvero, nel sensibilizzare i lettori verso un’idea della conoscenza che non sia soltanto ciò che una società produce, ma ciò che le consente di restare autonoma, democratica, capace di visione e, quindi, di futuro.
Nota metodologica. Nella preparazione di questa recensione mi sono avvalsa, in alcune fasi, di strumenti di intelligenza artificiale generativa come supporto alla lettura, alla verifica interna dell’argomentazione e alla revisione della forma espositiva. L’impiego di tali strumenti non ha sostituito l’analisi dell’opera né la responsabilità autoriale delle interpretazioni, dei giudizi e dei riferimenti proposti, che rimangono integralmente dell’autrice. L’AI è stata utilizzata, in questo caso, come strumento dialogico e redazionale: una tecnologia con cui sottoporre le mie ipotesi a un confronto ulteriore, individuare eventuali ripetizioni o passaggi poco perspicui e verificare la coerenza complessiva del testo.
