Il lavoro nel Fantastico e nella Fantascienza

[ndr: una filosofia critica del lavoro attraverso tre metafore narrative]

Le macchine condizionano i loro utenti a servirsi gli uni

degli altri nello stesso modo in cui si servono

delle macchine stesse.

(Frank Herbert, L’imperatore-dio di Dune, 1981)

Diritti in capo agli autori

Filippo [Jedifil] Rossi, saggista

info: https://jedifil.wixsite.com/filipporossi/biografia-filippo-rossi-jedifil

doi: 10.66565/voci.2026.7.IP.30

(https://levocidisophia.it/2026/08/14/il-lavoro-nel-fantastico-e-nella-fantascienza/)

(https://doi.org/10.66565/voci.2026.7.IP.30)

First online: August 14, 2026

Intero numero qui

Abstract eng

This article offers a critical reading of work through three major narrative universes of fantasy and science fiction: J.R.R. Tolkien’s Middle-earth, Frank Herbert’s Dune Imperium, and the galaxy of Star Wars. The Elves, the Spice Melange, and the productive machinery of the Galactic Empire are interpreted as metaphors for three different forms of the subordination of human activity: conservation, the maintenance of a systemic flow, and coercion. Drawing on Marx’s theory of alienation, Hannah Arendt’s distinction between labor, work, and action, Self-Determination Theory, and contemporary analyses of the performance society, the article challenges the identification of human value with productivity and remuneration. Its focus shifts from the quantity of work to the relationship between the subject, the activity, and its purpose, distinguishing effort from alienation and intrinsic motivation from external reward. Work is thus reconsidered in its necessary dimension without being treated as the comprehensive measure of human existence. The article ultimately argues for the preservation of spaces for life, creativity, relationships, contemplation, and activities not subordinated to monetization, while questioning the meaning of time liberated by technology and the possibility of a different hierarchy of social values.

Keywords: work; alienation; productivity; fantasy; science fiction

Abstract ita

Il contributo propone una lettura critica del lavoro attraverso tre grandi Universi narrativi del Fantastico e della Fantascienza: la Terra di Mezzo di J.R.R. Tolkien, l’Imperium di Dune di Frank Herbert e la Galassia di Star Wars. Gli Elfi, la Spezia Melange e la macchina produttiva dell’Impero Galattico vengono assunti come metafore di tre differenti forme di subordinazione dell’attività umana: la conservazione, il mantenimento di un flusso sistemico e la coercizione. Attraverso il confronto con la teoria marxiana dell’alienazione, la distinzione arendtiana fra labor, work e action, la Self-Determination Theory e le analisi contemporanee della società della prestazione, il saggio mette in discussione l’identificazione fra valore umano, produttività e remunerazione. L’attenzione si sposta dalla quantità di lavoro al rapporto fra soggetto, attività e fine, distinguendo la fatica dall’estraniazione e la motivazione intrinseca dalla ricompensa esterna. Il lavoro viene così ricondotto alla sua dimensione necessaria, senza assumerlo come misura complessiva dell’esistenza. Il contributo sostiene infine la necessità di preservare spazi di vita, creatività, relazione, contemplazione e attività non finalizzate alla monetizzazione, interrogandosi sul significato del tempo liberato dalla tecnologia e sulla possibilità di una diversa gerarchia dei valori sociali.

Keyword: lavoro; alienazione; produttività; Fantastico; Fantascienza

Il lavoro nel Fantastico e nella Fantascienza

Dalla conservazione degli Elfi tolkieniani al flusso della Spezia duniana, fino alla fabbrica imperiale starwarsiana: metafore del lavoro e critica della società della prestazione

Il taglio interdisciplinare psicologico-sociale serve a provare una tesi critica. I tre Universi narrativi (Terra di Mezzo, Dune, Star Wars) vengono trattati come forme simboliche di subordinazione dell’attività umana a un principio esterno – conservazione, flusso economico, sistemi di potere. Da qui il passaggio alla critica del lavoro contemporaneo, ossia la distinzione fra lavoro come necessità di sopravvivenza e attività dell’espressione di sé. Si tratta di una vera e propria “relativizzazione del lavoro”, ma non certo il semplice elogio dell’ozio: il bersaglio teorico è soprattutto l’identificazione fra valore umano, produttività e remunerazione.

Introduzione

Il lavoro costituisce una delle categorie attraverso cui la modernità ha definito il senso dell’individuo. Essere produttivi, possedere una professione, contribuire economicamente alla collettività e trasformare il proprio tempo in ricchezza sono diventati elementi centrali dell’identità personale e della legittimazione sociale. La fiction fantastica e fantascientifica, tuttavia, offre immagini nelle quali il lavoro appare sotto una luce diversa; l’ipotetica realizzazione naturale dell’essere umano si fa dispositivo di conservazione, sfruttamento, subordinazione e, in ultima analisi, autodistruzione.

Si propone una lettura comparativa di tre modelli narrativi.

Nel mondo dello scrittore britannico J.R.R. Tolkien, cioè la Terra di Mezzo, il lavoro degli immortali Elfi può essere interpretato come attività orientata prevalentemente alla conservazione della forma del mondo: l’arte, la memoria e la fabbricazione degli oggetti preziosi tentano di sottrarre la realtà al deterioramento dato dal passare del tempo. Per lo scrittore americano Frank Herbert, la società fantascientifica di Dune appare invece organizzata intorno al flusso della Spezia: l’intero sistema politico, economico e sociale dipende dalla disponibilità di una risorsa unica, trasformando il lavoro in una funzione subordinata alla riproduzione di un ordine decadente. Nell’Universo cinematografico e televisivo di Star Wars, infine, l’Impero Galattico porta questa logica alla forma più esplicita: la costruzione della Morte Nera e, nella rappresentazione canonica più recente, il lavoro coatto delle strutture penitenziarie imperiali mostrano l’attività produttiva come puro strumento del potere assoluto.

I tre modelli consentono di formulare una tesi più generale. Il problema del lavoro non coincide necessariamente con la fatica, con la disciplina o persino con la produzione in quanto tale, ma con la subordinazione dell’attività umana a un fine estraneo al soggetto. In questa prospettiva, la critica marxiana dell’alienazione, la distinzione arendtiana fra labor (“lavoro biologico”), work (“opera/fabbricazione”) e action (“azione politica”), la teoria dell’autodeterminazione [In termini psicologici, questo punto può essere avvicinato alla teoria dell’autodeterminazione elaborata da Edward L. Deci e Richard M. Ryan a partire dagli anni Ottanta e successivamente sviluppata nella Self-Determination Theory. La teoria individua nell’autonomia, nella competenza e nella relazione tre bisogni psicologici fondamentali, ndr] e le più recenti analisi della società della prestazione convergono nell’indicare una medesima frattura: quando il lavoro cessa di essere esperienza di autonomia, competenza, relazione e significato, diviene mezzo per ottenere una ricompensa esterna e si trasforma in una forma devastante di estraniazione.

Il Fantastico e la Fantascienza permettono così di relativizzare il lavoro. Non ogni attività produttiva possiede un valore intrinseco, non ogni forma di impegno merita di essere elevata a principio morale. Il problema non consiste nel sostenere romanticamente che nessuno debba lavorare, ma nel riconoscere che la vita umana non può essere esaurita dalla categoria della produttività. Esprimere una capacità, creare, prendersi cura, studiare, contemplare, giocare o costruire relazioni possono costituire attività dotate di significato anche quando non vengono convertite in salario. La vera alternativa all’alienazione, lungi dall’ozio, è una diversa concezione del lavoro umano, nella quale la motivazione intrinseca non dipenda esclusivamente dalla monetizzazione della resa.

Quando il lavoro diventa una misura dell’Uomo

Nelle società industriali e post-industriali il lavoro è progressivamente passato da necessità economica a categoria antropologica. Attraverso il lavoro l’individuo viene identificato, valutato e collocato nello spazio sociale. La domanda “che lavoro fai?” non chiede solo quale attività permetta a una persona di procurarsi un reddito; chiede implicitamente chi quella persona sia. Il mestiere diventa identità, il curriculum biografia condensata, la produttività virtù, l’efficienza qualità morale.

Questa sovrapposizione fra essere e produrre è talmente penetrante da rendere difficile immaginare una società nella quale il valore dell’individuo possa essere separato dalla sua prestazione. La disoccupazione viene percepita come perdita di status oltre che di reddito; il pensionamento come uscita dalla piena partecipazione sociale; la parte non produttiva della giornata come qualcosa che debba essere giustificata. Persino il tempo libero tende a essere sottoposto alla medesima grammatica: bisogna comunque allenarsi, migliorarsi, formarsi, coltivare relazioni, imparare lingue, sviluppare competenze; il riposo passivo o la cura disinteressata delle passioni sono considerati calamità. La produttività non si arresta davanti alla porta dell’ufficio ma tende a colonizzare l’intera esistenza.

Il problema filosofico diventa allora quello della proporzione. Quanto della vita deve essere subordinato al lavoro? E, soprattutto, perché il lavoro dovrebbe possedere una superiorità morale rispetto alle altre forme dell’attività umana?

La tesi di questo testo è che tre grandi Universi narrativi del Fantastico e della Fantascienza (la Terra di Mezzo di J.R.R. Tolkien, l’Imperium interstellare nel Dune di Frank Herbert e la Galassia delle Star Wars ideate da George Lucas) possano essere letti come tre metafore differenti del rapporto fra lavoro, potere e senso della vita. In effetti, i “generi della fantasia” costituiscono un osservatorio privilegiato per porre questo tipo di domande, poiché essi possono costruire società nelle quali le strutture economiche e politiche vengono rese visibili attraverso fantasie radicali. Un mondo immaginario può trasformare la creatività in un’arte strumentale utile a immortali Elfi che intendono contrastare il cambiamento; oppure, la dipendenza socio-economica si incarna in una Spezia Melange che deve continuamente fluire; oppure, la produttività a tutti i costi si esplicita in un’immensa stazione da guerra costruita da prigionieri schiavizzati [il lavoro coatto di Narkina 5 viene successivamente ricondotto alla più ampia macchina industriale che alimenta il programma della Morte Nera, ndr].

Il primo modello è quello della conservazione. Gli Elfi di Tolkien lavorano per preservare ciò che esiste [Una componente significativa dell’attività elfica può essere letta come un’attività di conservazione della bellezza, della memoria e della forma del mondo, ndr], contrastando il decadimento. Il loro lavoro è profondamente creativo, ma la creatività è orientata verso la pericolosa resistenza al tempo che passa.

Il secondo è quello del flusso. In Dune, la Spezia Melange rappresenta il centro economico, politico e strategico di un’intera civiltà. Se il complesso sistema può continuare a funzionare, la Spezia deve continuare a scorrere. L’attività dei singoli viene così inserita in un gigantesco ma fragilissimo metabolismo cosmico.

Il terzo è quello della coercizione. In Star Wars, la forma estrema del lavoro è quella imposta dal potere, centrale e assoluto. Produrre significa costruire passivamente l’apparato attraverso cui la classe dominante potrà dominare ulteriormente.

Conservazione, flusso e coercizione sono dunque tre immagini di una medesima questione: che cosa accade quando l’attività umana non trova il proprio fine nell’individuo che la compie, ma in un ordine che lo precede?

La domanda è particolarmente attuale perché il capitalismo ha reso sempre meno evidente il problema. Il lavoratore moderno, nella maggior parte dei casi, è invitato a essere autonomo, motivato, competitivo, flessibile e responsabile della propria realizzazione; l’individuo quindi si trasforma nel proprio supervisore e misura continuamente la distanza fra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. Da questo punto di vista, la distanza fra la distopia fantascientifica e la società contemporanea può risultare minore di quanto sembri.

Prima metafora: gli Elfi e il lavoro della conservazione

Nel mondo di Tolkien, il lavoro di tipo elfico vanta caratteristiche che lo distinguono radicalmente dal moderno concetto di produttività. Gli Elfi sono esseri non soggetti alla mortalità ordinaria. Vivono all’interno di una relazione con il tempo e con lo spazio completamente diversa da quella degli uomini. Questo elemento modifica anche il significato del “fare”.

L’uomo mortale produce anche perché sa che il proprio tempo è limitato. L’opera può sopravvivere all’artefice, diventando una forma di continuità oltre la fine di fisico e coscienza. L’Elfo, invece, vive un rapporto paradossale con la durata: possiede tempo ma, proprio per questo, sperimenta più intensamente il deterioramento del mondo che lo circonda. L’immortalità personale non coincide con l’immutabilità del contesto. La realtà esterna cambia, le civiltà decadono, i paesaggi vengono trasformati, la memoria si accumula. Il lavoro elfico può quindi essere interpretato come un tentativo di fermare il mondo senza poter fermare il tempo.

La lavorazione delle materie, la tessitura, la musica, la poesia, la costruzione architettonica e soprattutto la produzione di oggetti dotati di potere estetico e simbolico sono tentativi pratici per sottrarre la forma alla consumazione. La creazione artistica non è finalizzata al mercato, non serve a generare un salario. La domanda “quanto denaro guadagna un Elfo per ciò che produce?” è priva di significato. Ed è proprio questa irrilevanza della ricompensa monetaria a rendere il modello interessante per una teoria critica del lavoro.

L’Elfo lavora perché il fare è parte del suo modo di essere. La separazione moderna fra lavoro e vita gli appare meno netta. Tra le comunità elfiche, il fabbro, il tessitore, il musicista, il poeta e l’artista producono manufatti che contengono una parte della soggettività del produttore.

È possibile dunque individuare una prima distinzione fondamentale: quella fra attività espressiva e prestazione eterodiretta. La prima nasce dal soggetto e ritorna al soggetto attraverso l’opera; la seconda nasce invece da un fine esterno, utilizza il soggetto come risorsa e valuta il risultato attraverso criteri stabiliti altrove. La differenza non è quantitativa, non dipende dal fatto che una persona lavori venti ore o due ore, né che lo sforzo sia superiore o minore… ma dipende dalla relazione psicologica fra l’individuo e ciò che fa. La variabile decisiva è il grado di appropriazione soggettiva dell’attività. Un artista può lavorare dozzine di ore di seguito, duramente, senza mangiare né dormire, senza percepire il proprio lavoro come alienante; un impiegato può trascorrere poche ore seduto davanti a un computer vivendo ogni minuto come una tortura straniante.

In termini psicologici, questo punto può essere avvicinato alla teoria dell’autodeterminazione (1985) di Edward L. Deci e Richard M. Ryan. Vi si individua nell’autonomia, nella competenza e nella relazione i tre bisogni psicologici fondamentali – quando essi vengono sostenuti, aumentano la motivazione e il benessere; quando vengono frustrati, possono incrinare e spezzare il funzionamento psicologico. L’immagine degli Elfi consente di radicalizzare l’intuizione. L’attività può avere valore anche quando non viene convertita in una ricompensa esterna perché il suo significato è già incorporato nell’atto stesso.

Il lavoro elfico è in effetti un paradosso. Da una parte è “conservatore”: vuole mantenere la bellezza preesistente, la memoria e la forma primigenia del mondo. Dall’altra è “rigenerativo”: conserva proprio attraverso la creazione di nuove forme, che permettano il perdurare. Introduciamo una prima critica alla moderna concezione produttivistica. La produttività misura quanto nuovo valore viene generato, mentre l’arte elfica suggerisce che una parte fondamentale dell’attività umana possa avere come scopo la cura della forma esistente. L’incremento è sopravvalutato. Conservare un bosco, restaurare un edificio, trasmettere la conoscenza di una lingua, insegnare il folklore, mantenere una relazione, custodire un archivio storico o, semplicemente, dedicarsi a un’attività artistica personale non devono generare un potenziamento economico misurabile – eppure possono regalare un valore incommensurabile. La modernità tende a considerare “utile” ciò che aumenta qualcosa, ma il modello elfico ricorda che può essere altrettanto importante ciò che impedisce a qualcosa di prezioso di scomparire.

Elfi/2: l’arte contro la monetizzazione

L’interpretazione degli Elfi di Tolkien come “lavoratori idealisti della conservazione” permette di compiere un passo ulteriore: distinguere il valore dell’attività dal valore di scambio del suo prodotto.

L’economia di oggi tende a trasformare le capacità in competenze (skills) e le competenze in capitale umano. Una persona che sa dipingere possiede una competenza; se e solo se questa competenza è vendibile, diventa una risorsa economica che può generare reddito, quindi una “professione”. L’attività viene così inserita in una catena di equivalenze monetarie. Il grafico, il musicista, lo scrittore possono diventare content creator, come il ricercatore deve produrre pubblicazioni o l’insegnante deve raggiungere indicatori di performance.

Non è necessariamente negativo che tali attività possano generare reddito, ma il problema nasce quando il reddito diventa la misura, ultima e unica, del loro valore. Per colpa della monetizzazione, un’attività amata può perdere il proprio significato proprio quando diventa professionalmente obbligatoria. Ciò che prima era scelto diventa necessario, ciò che prima era espressione diventa prestazione, ciò che prima era gioia diventa risultato.

L’artista elfico costituisce, in questo senso, una figura limite di attività non completamente assorbita dalla logica della merce. La sua opera ha valore perché incarna una forma, una memoria, una sensibilità e una relazione con il mondo. Non ha bisogno di essere redditizia per essere significativa. Questo punto è decisivo per la critica del lavoro moderno: oltre ogni possibile confusione interessata, non tutto ciò che vale deve essere venduto e non tutto ciò che viene venduto vale per il solo fatto di essere venduto.

Il salario è necessario per la sopravvivenza materiale della maggioranza degli individui; ma da questa necessità non può derivare che ogni attività remunerata sia psicologicamente o antropologicamente superiore a un’attività non remunerata. Leggere, scrivere, coltivare un orto, suonare, costruire oggetti, occuparsi dei figli, assistere un familiare, studiare per curiosità, partecipare come volontario alla vita di una comunità o creare qualcosa senza alcuna intenzione di venderlo possono essere attività fondamentali sia per la formazione dell’identità, sia per l’inserimento positivo di quell’identità nel contesto sociale. Se una società non riconosce valore a un qualsiasi “lavoro” solo perché non produce reddito, rischia di adottare una definizione estremamente povera dell’umano.

Seconda metafora: Dune e la civiltà del flusso

Se Tolkien offre una rappresentazione del lavoro come conservazione, Frank Herbert propone nella saga letteraria di fantascienza Dune una metafora quasi opposta: quella del lavoro come mantenimento di un flusso indispensabile.

La Spezia, o Melange, è una “materia prima” posta come centro gravitazionale dell’intero sistema politico, economico e tecnologico dell’Imperium, unico sfondo della narrazione. Essa è legata alla navigazione spaziale, agli scambi, alla longevità e alle capacità percettive; il suo controllo produce ricchezza e potere. La Spezia concentra, nella costruzione di Herbert, dimensioni economiche, ecologiche, politiche e psicologiche – in Dune tutto dipende da una singola sostanza, i cui vantaggi sono inseparabili dai costi individuali ed ambientali. La formula “la Spezia deve fluire” [da Dune di Lynch 1984, ndr] sintetizza dunque un principio sistemico: il Mondo non può fermarsi.

L’immagine è vicina alla logica perversa delle economie contemporanee. Anche il capitalismo avanzato vive attraverso flussi – di denaro, merci, informazioni, energia, investimenti, dati, persone. Un’interruzione viene interpretata come crisi. Il sistema deve assolutamente continuare a funzionare, cioè crescere; la produttività deve aumentare, il consumo dev’essere alimentato e l’innovazione deve accelerare. Il lavoro dell’individuo è allora necessario, nella misura in cui è percepito come componente base del funzionamento della macchina.

In Dune, il singolo lavoratore non ha bisogno di comprendere l’intero sistema. È sufficiente che il processo complessivo continui. La raccolta della Spezia alimenta il commercio, quindi fornisce il potere, che garantisce un Imperium organizzato per depredare la stessa Spezia. Il circuito è così auto-riproduttivo. La domanda “perché lavoriamo?” è sostituita dalla più elementare “come possiamo continuare a far funzionare il sistema?”; nel primo caso l’attività viene giustificata attraverso un significato umano, nel secondo attraverso la continuità di un processo disumanizzato, meccanico e in ultima analisi mostruoso perché decadente.

La persona può accettare una fatica considerevole se comprende e condivide il fine dell’attività. È molto più difficile trovare senso quando il fine ultimo è solo mantenere in movimento un dispositivo macro-sociale privo di un vero obiettivo.

Dune/2: la Spezia è metafora della produttività contemporanea

Ogni sistema capitalista moderno possiede la propria “Spezia”: fatturato, vendite, clienti acquisiti, pratiche concluse, materie prime. Il problema nasce quando l’indicatore, nato per misurare un’attività, diventa il fine dell’attività stessa. Non si lavora più per ottenere ciò che la metrica dovrebbe rappresentare: si lavora per far crescere la metrica. È l’assurdità del sistema duniano (pronto per essere rivoluzionato dal profeta Muad’Dib): una risorsa che dovrebbe servire il sistema finisce per determinarlo. La misurazione rende comparabili attività complesse ma quando diventa il criterio dominante rischia di deformarle, si finisce per produrre solo ciò che è misurabile mentre ciò che sarebbe davvero importante diventa un corollario. La metafora di Dune è efficace perché la ricchezza della Spezia non rende l’Impero autonomo e in progresso, ma lo rende dipendente e stagnante. Quanto più un sistema dipende da una sola risorsa, tanto più quella risorsa acquista potere su di esso. Allo stesso modo, quanto più un’organizzazione dipende da un indicatore, tanto più quell’indicatore diventa tirannico.

La stessa logica perversa caratterizza la società contemporanea della prestazione. Non è sufficiente essere produttivi, né è necessario esserlo per prodotti davvero interessanti o fecondi; bisogna esserlo sempre di più, non importa per che cosa. Il curriculum deve ingigantirsi a prescindere, le competenze devono aggiornarsi in un loop, la carriera deve sempre avanzare non si sa verso dove, il corpo deve migliorare oltre impossibili limiti superumani, la performance deve aumentare a dismisura. Non esiste una soglia naturale oltre la quale poter dire che sia sufficiente – la Spezia deve continuare a fluire… senza fine. Qui emerge la differenza fra “lavoro necessario” e “lavoro infinito”. Il primo risponde a un bisogno e può concludersi quando quel bisogno è soddisfatto. Il secondo non possiede una soglia interna: se l’obiettivo è aumentare la produttività, ogni risultato diventa semplicemente il punto di partenza del risultato successivo. Il lavoro si emancipa così dal bisogno originario e diventa un processo di incremento permanente.

È anche una trasformazione psicologica. La persona non deve soltanto produrre, ma è necessario che si percepisca come produttiva, vale a dire capace, efficiente, in continua crescita. Come osserva il filosofo sudcoreano Byung-chul Han, lo si può assimilare al sistema neoliberale per il quale l’individuo si crede emancipato ma si trasforma in carnefice di sé stesso, votato alla massima produttività ed efficienza. Quindi la coercizione non scompare, ma viene interiorizzata: il soggetto diventa contemporaneamente auto-imprenditore e auto-sfruttatore.

La differenza rispetto all’Impero tirannico di Star Wars è allora significativa: se l’Impero di Lucas ordina, la società della prestazione di tipo duniano persuade. Il primo dice “devi”; la seconda dice “puoi”; ma quel “puoi” può trasformarsi in un imperativo ancora più pervasivo: “se puoi fare di più, allora devi fare di più”. La logica della Spezia raggiunge così la forma compiuta dell’Imperium impersonale, diffuso, onnipresente, nel quale l’obbligo dell’incremento viene interiorizzato fino a sembrare, tragicamente, una libera volontà.

Terza metafora: Star Wars e il lavoro come apparato del potere

La terza figura è quella dell’Impero della saga multimediale di Star Wars. Qui la relazione fra lavoro e potere diventa esplicita. La fantascientifica stazione da battaglia “grande quanto una piccola luna” denominata Morte Nera rappresenta [La Morte Nera può essere letta come una rappresentazione estrema di, ndr] una gigantesca concentrazione di capitale (materiale e umano), tecnologia, organizzazione e impiego finalizzata al monopolio imperiale della violenza. Il significato simbolico della struttura è evidente: milioni di unità di lavoro vengono aggregate [un’enorme quantità di lavoro, progettazione, organizzazione e risorse viene aggregata, ndr] per produrre un oggetto che non serve a migliorare la vita di coloro che lo costruiscono, ma a renderli ulteriormente governabili. Il lavoro è separato dal proprio significato umano. La persona che produce una componente non ne determina la finalità, il suo contributo viene incorporato in una macchina immensamente più grande di lei. L’oggetto finale può essere moralmente opposto ai valori del singolo costruttore e tuttavia il suo lavoro continua a essere necessario alla costruzione. È un modello paradigmatico dell’alienazione.

La versione più recente dell’Universo narrativo rende la metafora ancora più esplicita. Nella recente serie televisiva Star Wars: Andor (2022-2025), il sistema carcerario imperiale presenta il lavoro coatto come una tecnologia ordinaria di produzione. I detenuti vengono organizzati in squadre, sottoposti a ritmi produttivi da catena di montaggio e costretti, pena la morte [sottoposti, attraverso un sistema di coercizione e punizioni anche letali, a ritmi produttivi da catena di montaggio, ndr], a realizzare componenti industriali; il fatto è che, a loro insaputa, la produzione dei custoditi nel penitenziario è direttamente collegata alla macchina bellica dell’Impero e, lo vedremo nel corso della narrazione, al macro-progetto della Morte Nera. La forza della metafora consiste nel fatto che il lavoro è il sistema stesso. Il prigioniero, che resta pur sempre persona, viene punito sottraendogli la conoscenza e la libertà, che sono trasformate in forza lavoro, cioè l’uomo viene ridotto alla sola capacità produttiva.

Questa riduzione costituisce uno dei punti centrali della teoria marxiana dell’alienazione. Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, pubblicati postumi nel 1932, Karl Marx descrive il lavoro estraniato come una situazione nella quale l’attività non appartiene più al lavoratore. L’individuo dimentica l’affermazione attraverso il proprio lavoro e arriva addirittura a negarsi. La metafora imperiale porta questa logica al limite: il lavoratore non possiede il prodotto né il processo, non decide il fine come non può rifiutare l’attività, e, soprattutto, il prodotto del suo lavoro sarà utilizzato contro di lui [La metafora imperiale porta questa logica al limite: il lavoratore non possiede il prodotto e, nel lavoro alienato, la propria attività gli appare come estranea, ndr]. La costruzione della Morte Nera è dunque il simbolo perfetto di un lavoro che ha perso ogni relazione con la realizzazione di sé.

Star Wars/2: La Morte Nera come allegoria dell’impersonale

La potenza, assoluta e devastante, della metafora della costruzione della Morte Nera non dipende soltanto dalla schiavitù. Ridurre il problema al lavoro forzato permetterebbe infatti di considerare l’esempio imperiale come una condizione eccezionale e moralmente riprovevole, ma distante dalla vita ordinaria.

Il punto più interessante è invece la distanza fra il singolo gesto lavorativo e il risultato complessivo. Una persona avvita una componente, un’altra controlla un circuito, un’altra trasporta materiali, un’altra progetta, supervisiona o amministra, il tutto in perfetto ordine gerarchico e con ammirevole professionalità. Ognuno svolge correttamente il proprio compito, ma nessuno nella singola fabbrica è a conoscenza dell’intero significato dell’opera.

È il paradosso della specializzazione nelle organizzazioni complesse: aumenta l’efficienza, ma può allontanare il lavoratore dal senso di ciò che contribuisce a produrre. Deresponsabilizza. Più il sistema si articola, più diventa possibile svolgere bene il proprio segmento senza comprendere, né tanto meno condividere o avversare, il fine complessivo [Una crescente specializzazione può allontanare il lavoratore dal significato complessivo del prodotto e, in determinate condizioni organizzative, favorire una frammentazione della responsabilità, ndr].

La Morte Nera in Star Wars porta questo fenomeno all’estremo, rendendo perfettamente visibile la malvagità intrinseca del risultato finale: una macchina costruita per distruggere interi mondi. Nella realtà, il prodotto può essere molto meno spettacolare… un documento inutile o una procedura burocratica, una presentazione che nessuno leggerà o report destinati ad alimentare altri report, come anche riunioni convocate per preparare la riunione successiva. Il sistema continua a produrre, mentre il significato si assottiglia. Così il lavoratore può percepire la propria attività come necessaria e, allo stesso tempo, profondamente priva di senso. È proprio qui che la metafora fantascientifica smette di essere fantastica.

Dall’imposizione esterna all’autosfruttamento, non la fatica ma l’estraneità

La distinzione fra i tre modelli può ora essere precisata.

Gli Elfi di Tolkien rappresentano il lavoro come conservazione di un mondo amato. La società di Dune rappresenta il lavoro come mantenimento di un flusso sistemico indispensabile. L’Impero di Star Wars rappresenta il lavoro come strumento di potere e coercizione.

Queste forme non sono mutuamente esclusive. Possono essere considerate tre livelli di una stessa scala.

Al primo livello, l’attività possiede ancora un rapporto significativo con il soggetto, per quanto arido: l’Elfo crea perché la forma che produce ha valore (statico). Al secondo livello, l’attività è relativizzata alla riproduzione passiva di un sistema: il lavoratore deve contribuire perché la Spezia non può non fluire. Al terzo livello, l’attività è direttamente subordinata a un super-potere esterno: il prigioniero produce perché l’onnipotente Impero lo obbliga.

La società contemporanea può contenere elementi di tutti e tre. Esistono lavori creativi realmente espressivi, per quanto moralmente discutibili. Esistono lavori necessari alla riproduzione economica, per quanto fine a sé stessa. Esistono condizioni di sfruttamento, precarietà e coercizione anche violente e distruttive.

La conseguenza è più sottile e più spaventosa: l’individuo che interiorizza il sistema e diventa simultaneamente lavoratore, controllore e giudice di sé stesso. Il passaggio dalla coercizione esterna a quella interna è fondamentale. Non è più necessario che qualcuno ordini di lavorare di più se il lavoratore considera spontaneamente il riposo una colpa, non è necessario un sorvegliante se il lavoratore controlla continuamente le proprie performance, non è necessario un padrone che ordini la produzione se la persona ha interiorizzato l’idea che il proprio valore dipenda dalla quantità di risultati che riesce a generare. La libertà può diventare così ambigua… Si può essere formalmente emancipati e psicologicamente subordinati.

A questo punto è necessario correggere un possibile equivoco: criticare il lavoro permette di ritenere che la fatica possa essere profondamente significativa. Un atleta affronta volontariamente allenamenti estenuanti, un musicista ripete per ore lo stesso passaggio musicale, un ricercatore dedica anni a un problema sperimentale, un genitore sacrifica tempo e sonno per un figlio, un artigiano trascorre una giornata su un manufatto anche se nessuno lo comprerà. Sono attività faticose, ma non per questo alienanti. La variabile decisiva è il rapporto fra sforzo (senza contarne la quantità) e significato.

Marx individua il problema quando distingue il tipo di lavoro attraverso cui l’individuo si realizza da quello che gli è estraneo [Marx individua il problema nella distinzione fra attività vitale e lavoro estraniato: nei Manoscritti del 1844 il lavoro, quando diventa esterno al lavoratore, non appare più come libera affermazione della sua attività, ma come attività estranea, ndr]. Nell’attività alienata il lavoratore non si sente a casa nel proprio posto di lavoro. Il problema psichico deriva dall’estraneità rispetto a ciò che si fa, non è certo dovuta alla fatica. Per questo il “duro lavoro” è una formula filosoficamente insufficiente. Si può lavorare molto duramente per qualcosa che si ama ed essere felici, come lavorare pochissimo per qualcosa che si odia ed essere comunque infelici; si può lavorare gratuitamente a un progetto sentito come proprio e sentirsi realizzati, come essere pagati profumatamente per sfornare un oggetto privo di significato e, nonostante la ricchezza conquistata, sentirsi depressi.

La domanda, allora, non è semplicemente “quanto lavori?”, ma diventa multipla. Per chi e per quale fine lavori? Chi decide quel fine? Quanto di te puoi riconoscere in ciò che fai? E che cosa rimane di te, quando il lavoro è finito?

Sulla motivazione

La contemporanea società della prestazione aggiunge una dimensione ulteriore: la ricompensa del lavoro compiuto non è necessariamente economica, ma può essere reputazionale. Like, promozioni, titoli, follower, riconoscimenti, ranking, certificazioni funzionano come equivalenti simbolici del salario. Il soggetto può così continuare a svolgere un’attività che pure non ama non tanto per il reddito che ne ricava, quanto per la conferma identitaria che essa gli offre. La produttività diventa una fonte contorta di valore personale. Si lavora per ottenere il riconoscimento pubblico, sociale, della propria capacità, o competitività, o riconoscibilità. L’anti-logica psichica è ora più sofisticata: l’individuo è ricompensato dal sentirsi produttivo.

L’anti-logica non può che scatenare catastrofi mentali. Il burnout è uno dei sintomi più evidenti della frattura fra soggetto e lavoro. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo definisce come un fenomeno occupazionale derivante da stress cronico sul luogo di lavoro non gestito efficacemente, caratterizzato da esaurimento, distanza mentale o cinismo, con ridotta efficacia professionale.

Questa definizione impedisce clamorosamente di interpretarlo come semplice debolezza individuale.

Quando una persona crolla dopo anni di lavoro, la domanda non dovrebbe essere soltanto “che cosa c’è che non va in lei?”, ma anche: “quale organizzazione professionale ha prodotto quelle condizioni di esaurimento?”. La psicologia mostra che il benessere individuale non può essere separato dalle condizioni lavorative. La resilienza e la disciplina sono riassumibili nella parola motivazione, che è una risorsa preziosa ma limitata. Un sistema che richiede adattamento continuo può consumare proprio le qualità da cui inizialmente trae la propria efficienza.

È ancora una volta la logica autodistruttiva alla base dell’impianto fanta-sociale di Dune: la risorsa Spezia deve fluire incessantemente, fino a consumare chi ne garantisce il flusso e ne sfrutta l’abbondanza. E insieme emerge la logica malefica dell’Impero Galattico starwarsiano: il sistema può continuare a funzionare anche quando i singoli vengono esauriti, dato che possono essere sostituiti da altri prigionieri schiavizzati. Uno dei paradigmi più inquietanti del lavoro organizzato è che si può essere utili alla funzionalità e, allo stesso tempo, perfettamente sostituibili. La macchina non si spegne, la Spezia continua a scorrere, la Morte Nera non smette di essere assemblata, ma per quanto motivato (o non motivato) il singolo ingranaggio umano, purtroppo, non può che consumarsi, incepparsi, svanire.

Arendt e la necessità di distinguere le attività umane

Un ulteriore strumento concettuale proviene da Hannah Arendt. In Vita activa (1958) distingue, come già accennato, fra labor, work e action. Ciò consente di separare le attività legate alla necessità biologica, o alla produzione di un mondo artificiale durevole, o all’azione politica fra esseri umani [labor, legato alla necessità e alla riproduzione della vita; work, relativo alla fabbricazione di un mondo durevole; action, relativa alla pluralità e alla dimensione politica, ndr].

La modernità tende a ricondurre (e ridurre) attività profondamente diverse alla stessa categoria economica: “lavoro” [La distinzione arendtiana consente di mettere in discussione la tendenza moderna a ricondurre attività profondamente diverse alla medesima categoria di “lavoro”, ndr]. Produrre cibo, costruire una casa, scrivere un romanzo, assistere un debole, insegnare, amministrare un’azienda o partecipare alla vita pubblica vengono così trattati come forme equivalenti di attività fruttuosa ma, antropologicamente, non lo sono. La distinzione arendtiana mostra che una società può essere altamente produttiva e, al tempo stesso, povera di mondo: elaborare e proporre enormi quantità di beni può non generare significato; accrescere il PIL minimizza il tempo per vivere; rendere più efficienti i processi restringe spesso lo spazio della libertà.

Bisognerebbe chiedersi quanto spazio la società lascia all’azione, alla contemplazione, alla relazione, alla creazione, alla maturazione personale e pubblica. Emerge il modello elfico, un popolo fantastico che non organizza l’esistenza intorno all’accumulazione indefinita di prodotti – come invece sembrano fare i Nani tolkieniani [come invece, in forme assai diverse e non prive di ambivalenze, fanno i Nani tolkieniani, fortemente associati all’artigianato, alla lavorazione dei metalli e al possesso di oggetti preziosi, ndr]. La creatività degli Elfi mira alla contemplazione di un mondo dotato di significato, mettendo da parte la quantità possibile ma guardando con più attenzione all’aspetto reale.

Anche nella distinzione di senso abbondano gravi pericoli. Il lavoro come identità è una trappola psicologica per menti vulnerabili. Se il lavoro è il centro dell’essere, perdere il lavoro significa perdere una parte del proprio sé. Se la performance è identità, fallire significa essere un fallimento. Se la carriera è la misura della crescita personale, rallentare equivale a regredire. Il soggetto finisce così per proteggere il proprio ruolo anche quando quel ruolo lo danneggia. Nell’Universo oscuro di Star Wars è certamente possibile continuare a costruire la Morte Nera perché ammettere che il progetto non ha senso significherebbe mettere in discussione anni di identità professionale. Nell’Imperium involutivo di Dune è possibile continuare a estrarre la Spezia perché fermarsi significherebbe non sapere più chi si è. È possibile insistere nel mantenere vivo un mondo già morto, come fanno e farebbero gli Elfi di Tolkien, perché la propria identità è costruita sulla conservazione.

Le grandi metafore di Fantastico e Fantascienza mostrano qualcosa che la psicologia conferma: l’individuo non si lega al lavoro soltanto attraverso il denaro, ma attraverso il significato, il riconoscimento e l’identità e, per questo, la liberazione dal lavoro alienato non può essere ottenuta semplicemente cambiando stipendio. Un aumento salariale può migliorare la condizione materiale o il prestigio senza risolvere l’estraneità.

Meglio creare senza guadagnare?

A questo punto emerge la tesi normativa più radicale del presente contributo: un’attività può essere tanto più umanamente significativa quanto meno è subordinata a una ricompensa economica.

La proposizione va però intesa con cautela. Il denaro è oggi certamente rilevante, una prestazione deve essere ricompensata in qualche modo, la gratuità non deve diventare un pretesto per sfruttare le persone. Una società giusta deve garantire condizioni materiali tali da permettere a ciascuno di vivere senza essere costretto ad accettare qualsiasi forma di lavoro.

Il punto è un altro. Una volta garantita la sicurezza materiale, il valore di un’attività non può essere ricondotto interamente al suo prezzo.

Si può scrivere un libro che non vende, dipingere un quadro che nessuno compra, suonare uno strumento senza esibirsi, studiare senza ottenere un titolo, costruire qualcosa per il semplice piacere di farlo, aiutare qualcuno senza trasformare l’aiuto in un servizio professionale. Si può passeggiare senza contare i passi, leggere senza elaborare una recensione professionale, pensare senza trasformare ogni idea in contenuto.

Sono tutte attività che resistono alla monetizzazione totale dell’esistenza. Non hanno bisogno di giustificarsi attraverso un risultato economico, perché il loro valore risiede nell’esperienza stessa. È una logica profondamente vicina alla più pura espressione elfica.

La critica della centralità del lavoro rischia di produrre una falsa alternativa: da una parte il lavoro forsennato, dall’altra l’ozio assoluto. Al di là degli inganni dei Luciferi di turno, l’opposizione più significativa è piuttosto quella tra attività alienata e attività appropriata.

Una persona sana può essere estremamente attiva senza essere produttivista. Un cittadino maturo deve dedicare energie a qualcosa anche senza trasformarle in capitale, impegnandosi senza obbedire all’imperativo dell’incremento, faticare senza sentirsi sfruttato, creare senza vendere.

L’essere umano può essere contento se non fa nulla, ma non è necessariamente appagato quando non fa nulla. La passività assoluta può essere devastante quanto l’iperattività: abbiamo per natura bisogno di esercitare capacità, sviluppare competenze, costruire relazioni e lasciare tracce nel mondo. Chi stabilisce il significato di ciò che facciamo? Se lo stabilisce il mercato, l’individuo diventa produttore; se lo stabilisce l’organizzazione, il singolo diventa ingranaggio; se lo stabilisce la metrica, l’Uomo diventa performance. Se invece la parte essenziale del significato rimane sempre nella persona, l’attività può diventare estrinsecazione.

La libertà vitale di non trasformare tutto in capitale

La vera alternativa al lavoro alienato è la libertà di non capitalizzare ogni propria capacità. La logica moderna appare liberatoria: finalmente ogni talento può diventare una fonte di reddito. Ma se ogni interesse deve essere convertito in valore economico, scompare lo spazio in cui si può semplicemente fare qualcosa perché lo si desidera. Il mercato, infatti, incorpora l’espressione secondo una forma di colonizzazione psicologica nel nome del vantaggio competitivo sul prossimo. L’individuo comincia a trattare sé stesso come un progetto economico di investimento per la conquista di sfere di influenza. La società della prestazione rappresenta così un’evoluzione della più retriva società industriale: non assorbe soltanto lo sforzo del corpo, ma anche immaginazione, creatività, personalità, reputazione e tempo libero.

Il problema del lavoro è, in ultima analisi, un problema di tempo.

Il denaro può essere recuperato. Il tempo no: è la risorsa che nessuna Spezia duniana può restituire.

Questa asimmetria dovrebbe occupare un posto centrale nella filosofia sociale. Quando una persona lavora tot ore alla settimana, non vende semplicemente una prestazione: cede una parte irreversibile della propria esistenza. Per quanto gonfio, il salario è una minima, insufficiente, quasi offensiva compensazione. Può ricomprare beni e servizi ma non restituirà mai le ore trascorse.

Sono sempre gli Elfi a rendere evidente questa differenza. Solo degli esseri immortali possono concepire l’attività in rapporto a un tempo inesauribile; gli esseri umani, invece, agiscono dentro un’esistenza finita e per loro qualsiasi tipo di lavoro significa, inevitabilmente, consumare vita. Uccidersi prima del tempo. La misura economica del lavoro tende a nascondere la proporzione “lavoro uguale suicidio” ma, del resto, se il salario è visibile, non lo è il tempo irreversibilmente ceduto.

Diritto alla lentezza e al non fare, significato appropriato

La critica della produttività implica una rivalutazione della lentezza. Una società organizzata intorno alla “Spezia” teme ogni rallentamento del flusso. Eppure molte attività umane hanno bisogno proprio di tempo non strumentale. L’arte richiede incubazione esattamente come la ricerca necessita dell’errore, l’apprendimento è basato sulla ripetizione esattamente come il pensiero prospera nella passività silenziosa. Anche la creatività attraversa periodi nei quali, apparentemente, non accade nulla. Se la pausa lavorativa diventa una perdita, allora la semplice contemplazione non lavorativa sarebbe uguale all’inefficienza socialmente più distruttiva.

La cultura produttivistica tende a riconoscere valore soprattutto a ciò che è immediatamente osservabile e misurabile. Considera il pensare, il leggere per piacere personale, il fare una passeggiata come sprechi che minacciano la catastrofe finale. Il risultato è una progressiva erosione degli spazi psichici non finalizzati e la mente stessa viene trattata come una macchina chiamata a produrre continuamente output. Il fatto è che l’essere umano non può essere ridotto a un sistema di produzione continua senza perdere una parte essenziale della propria esperienza.

La tecnologia (automazione, intelligenza artificiale) potrebbe ridurre significativamente il lavoro necessario; nulla garantisce, però, che il tempo risparmiato venga restituito agli individui. Nel capitalismo sfrenato i guadagni di produttività possono tradursi nell’intensificazione del lavoro anziché in maggiore libertà. La domanda politica diventa allora: chi possiede il tempo liberato dalla tecnologia? Se il tempo risparmiato viene redistribuito come tempo di vita, può diventare emancipazione. Il progresso tecnologico accresce la nostra capacità di fare, ma la libertà deve comprendere anche la possibilità di non fare.

Ogni grande sistema lavorativo tende a creare una gerarchia tra mezzi e fini. Il rischio nasce quando i mezzi acquistano autonomia e finiscono per determinare i fini stessi. In una qualunque organizzazione gli obiettivi diventano allora identità e si finisce per lavorare soprattutto alla perpetuazione, con l’efficienza come unica variabile rimasta. È la logica della Morte Nera. Una volta deciso di costruire una stazione bellica grande quanto una piccola luna, l’intero apparato organizzativo si mobilita per renderla possibile; nessuno mette più in discussione il senso dell’opera, ma soltanto la sua realizzazione. La produttività appare così neutrale rispetto al significato ma ciò è un assurdo: creare qualcosa significa contribuire a rendere reale un determinato mondo.

Risulta la necessità di un criterio alternativo alla sola produttività. Un’attività possiede significato appropriato quando chi la svolge può riconoscere, almeno in parte, il proprio scopo nel fine a cui contribuisce. Ciò non significa fare soltanto ciò che piace; molte attività necessarie sono faticose o noiose, difficili, ripetitive, poco prestigiose o poco remunerate… ma possono essere vissute come proprie se sono inserite in un progetto che la persona riconosce come significativo.

Questa distinzione evita anche di sostituire il culto della produttività con quello dell’autorealizzazione. Imperativi come “rendere lavoro la passione che si ama” possono diventare nuove forme di pressione psichica. La libertà non consiste allora nel dover trovare il lavoro perfetto, ma nella possibilità di non essere definiti né dal lavoro, né dalla passione. Significa poter fare qualcosa senza doverlo necessariamente trasformare in identità, carriera o fonte di reddito.

Conclusioni: lavorare meno e vivere di più

I tre Universi analizzati offrono tre immagini complementari dell’attività umana.

Gli Elfi nel Fantastico di J.R.R. Tolkien rappresentano un fare inseparabile da cultura, arte e conservazione. Il lavoro non è guidato primariamente dal salario, ma dal desiderio di dare nuova forma al mondo e sottrarlo, per quanto possibile, all’inevitabile distruzione del tempo umano.

La costruzione fantascientifica del Dune di Frank Herbert mostra una civiltà organizzata attorno a una risorsa indispensabile. La Spezia è la metafora di un sistema che non si può interrompere, nel quale ogni individuo è chiamato a contribuire alla continuità. La produttività diventa sopravvivenza.

Nella Galassia lucasiana e post-lucasiana di Star Wars il lavoro assume una forma coercitiva. L’Impero Galattico di Palpatine trasforma il lavoro in tecnologia del dominio politico assoluto. Il soggetto non produce per realizzarsi, ma per alimentare l’apparato che lo domina.

La condizione contemporanea dell’Occidente si colloca in una posizione intermedia, forse più ambigua. Se facciamo arte per noi stessi non siamo comunque Elfi tolkieniani, liberi di sottrarre il loro tempo infinito a una qualsiasi logica della produzione; se sottostiamo all’unica risorsa dei carburanti fossili non siamo intrappolati in un macrosistema schiavista di lavoro coatto come l’Imperium duniano; se pure ci capita di vivere per costruire Morti Nere starwarsiane non siamo prigionieri politici in un penitenziario. Dobbiamo però accettare di essere immersi nelle società neo-liberali, ultra-liberali, capitaliste, post-capitaliste, turbo-capitaliste per le quali la logica della produttività non può che trasformarsi in comando interiorizzato. Il problema, dunque, è l’assolutizzazione del lavoro. Alla fine, non esiste più un vero “fuori dal lavoro” e il tempo libero diventa recupero, l’istruzione è investimento, la creatività è competenza, la relazione è networking, il corpo è capitale, la personalità è brand, ecc. La critica deve allora recuperare una distinzione tanto elementare quanto rivoluzionaria: l’essere umano è più grande della propria prestazione.

La domanda più radicale che Fantastico e Fantascienza possono rivolgere alla società contemporanea è dunque: perché nel futuro dovremmo continuare a considerare il lavoro la misura principale della nostra esistenza?

La risposta non implica una società senza attività o senza impegno, ma una diversa gerarchia dei valori. La possibilità umana di scegliere per che cosa valga la pena impegnarsi, come anche la libertà ribelle di sottrarsi alla fatica priva di significato e di disporre di un tempo che non debba continuamente giustificarsi attraverso la sua utilità. Serve, in sintesi, preservare una parte della vita dalla logica della ricompensa.

Non deve essere necessario il flusso di un’unica Spezia, non si può assumere la costruzione di una Morte Nera come il senso della vita, né ci si può illudere di essere Elfi immortali, illimitati, onnipotenti e conservatori. È qui che la Fantasia cinematografica, letteraria, televisiva, ecc. smette di essere evasione e diventa ammonimento, nel perfetto solco della filosofia sociale. Attraverso l’esagerazione e il simbolo, rende visibili i problemi di strutture che nella realtà appaiono inevitabili e ci ricorda che il lavoro è solo una delle tante forme storiche possibili di organizzazione civile, non una legge assoluta dell’esistenza.

L’obiettivo è una vita in cui il lavoro occupi soltanto il poco spazio che merita. Nel resto del tempo, l’essere umano dovrebbe poter fare qualcosa che non debba diventare utile per essere prezioso.

Filippo Rossi

Trieste, 11 agosto 2026

Nella mia vita ho scritto di una sola cosa:

il fatto che noi esseri umani abbiamo una responsabilità gli uni verso gli altri,

che è importante entrare in empatia con il prossimo e organizzare

la società in modo che tutti possiamo essere più felici

e ottenere la vita che desideriamo davvero.

(Roger Waters, intervista a Rolling Stone, 2017)

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