Vico e la crisi della modernità

Diritti in capo agli autori

Manuela Sanna, CNR

E-mail: manuela.sanna@cnr.it

doi: 10.66565/voci.2026.7.IP.31

(https://levocidisophia.it/2026/08/24/vico-e-la-crisi-della-modernita/)

(https://doi.org/10.66565/voci.2026.7.IP.31)

First online: August 24, 2026

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Abstract eng

This article examines Giambattista Vico’s reflection on the crisis of modernity, tracing its roots in the complex cultural and political environment of seventeenth – and eighteenth-century Naples and, in particular, in his confrontation with Cartesianism and the new forms of scientific knowledge disseminated through the Neapolitan academies. It argues that Vico’s criticism is not directed against modern science as such, but against the claim that knowledge can be grounded in intuitive evidence, abstraction, and the separation of cognitive faculties. Against the Cartesian paradigm, Vico develops a conception of knowledge based on the verum-factum, inventio, and the cooperation of memory, imagination, and ingenuity. From this perspective, myth, language, symbols, and technology constitute original and creative forms through which human beings construct the civil world. Particular attention is devoted to the relationship between imagination and technology: the instrumenta that enable the transition from savagery to civilization are products of human ingenuity, yet they may become sources of impoverishment when homo faber is reduced to a mere homo technicus. Vico’s critique of modernity thus emerges as an internal critique of modernity itself, one that recognizes its scientific and inventive drive while preserving the historical, symbolic, and social dimensions of knowledge.

Keywords: Giambattista Vico; crisis of modernity; verum-factum; imagination; technology.

Abstract ita

L’articolo analizza la riflessione di Giambattista Vico sulla crisi della modernità, ricostruendone le radici nel complesso ambiente culturale e politico della Napoli tra Sei e Settecento e, in particolare, nel confronto con il cartesianesimo e con le nuove forme di sapere scientifico diffuse attraverso le accademie napoletane. Il contributo mostra come la critica vichiana non si rivolga alla scienza moderna in quanto tale, ma alla pretesa di fondare la conoscenza sull’evidenza intuitiva, sull’astrazione e sulla separazione delle facoltà cognitive. Al paradigma cartesiano Vico contrappone una concezione della conoscenza fondata sul verum-factum, sull’inventio e sulla cooperazione di memoria, fantasia e ingegno. In questa prospettiva, mito, linguaggio, simbolo e tecnica costituiscono forme originarie e creative attraverso le quali l’uomo costruisce il mondo civile. Particolare attenzione è dedicata al rapporto tra immaginazione e tecnica: gli instrumenta che consentono il passaggio dalla ferinità alla civiltà sono prodotti dell’ingegno umano, ma possono trasformarsi in fattori di impoverimento quando l’homo faber si riduce a mero homo technicus. La critica vichiana della modernità emerge così come una critica interna alla modernità stessa, capace di valorizzarne la spinta scientifica e inventiva senza rinunciare alla dimensione storica, simbolica e sociale della conoscenza.

Keyword: Giambattista Vico; crisi della modernità; verum-factum; immaginazione; tecnica.

Introduzione

L’originalità indiscutibile delle tesi filosofiche di Giambattista Vico e il suo contributo all’attuale discussione sull’avvento tecnologico hanno radici solide nel territorio storico-culturale nel quale si mosse, dal quale non si può prescindere. Con la ripresa civile e culturale di Napoli dopo la sciagura dell’epidemia di peste – che aveva immobilizzato il movimento a partire dal 1656 –, l’Accademia degli Investiganti, cui Vico aveva aderito subito dopo il ritorno di Tommaso Cornelio a Napoli, conobbe il momento di massima espansione, come tutto il movimento dei cosiddetti “moderni”. Moderno fra i moderni, Vico seppe prendere posizioni impopolari verso il sapere circolante: particolarmente difficile pare individuare un’unità speculativa e politica dell’Accademia, che assunse come proprio il rinnovato cartesianesimo del primo Settecento che, in funzione antiaristotelica, si rifaceva a Pitagora, Socrate e Platone, e pianificò un tentativo di individuare un rapporto diverso tra universale e particolare. Tale trasformazione finisce per influenzare anche l’atteggiamento politico, che mette a punto un analogo tipo di relazione tra individuo e collettività. Il ceto intellettuale si fa portatore di una nuova accezione scientifica e positiva della politica al fine di caratterizzare la classe politica antagonista, cioè l’aristocrazia feudale. Così, nella ricerca di una nuova nozione di scienza si passa da una visione del mondo antimetafisica alla possibilità di fare ricorso alla logica. L’ambiente culturale e politico nel quale il pensiero di Vico andò maturando e precisandosi si presenta dunque complesso ed estremamente variegato, nonché sofferente di una particolare arretratezza sociale e politica. La crisi del vecchio impianto universalistico e metafisico spinse un intellettuale per certi versi “provinciale” e isolato a fornire le risposte più interessanti e nuove alle grosse questioni sorte nei primi decenni del ‘700. Cartesianesimo, e poi empirismo europeo, spinozismo e newtonianesimo penetrano dall’Europa e vengono diffusi proprio all’interno delle accademie napoletane.

Svolgimento

Definire esaustivamente o solo correttamente il cosiddetto moderno è impresa difficile e comporta la presa in carico di categorie già precedentemente presenti in epoca rinascimentale, ma soprattutto significa affrontare la rilettura di un metodo naturalistico-scientifico che corre in parallelo rispetto alla scienza galileiana. La nuova scienza viene indagata avendo sempre ben chiaro il dibattito tra la supremazia degli antichi e dei moderni e il problema del metodo, che trova antecedenti nella famosa Querelle esplosa nel 1688 con la divulgazione della Digression sur les anciens et les modernes, che caratterizza il diciassettesimo e diciottesimo secolo in Inghilterra, Francia e Italia. E che si unisce suggestivamente alla certezza che il sapere sia in costante e progressivo accrescimento, che non si esaurisca mai, perché per Vico il mondo è – contro ogni possibile metafora di vecchiaia – ancora e sempre giovane.

L’attività delle accademie costituì sicuramente il centro da cui s’irradiava l’attività intellettuale italiana e Vico, come abbiamo detto, sappiamo che vi partecipò intensamente[1]. E, all’interno di questi centri culturali, la bandiera della libertas philosophandi viene sventolata anche attraverso una ripresa della tradizione atomista e materialista con l’assunzione dei testi di Democrito e Lucrezio. Garin[2] sostiene che il ritorno agli autori antichi non è in sé il fattore che determina un nuovo clima intellettuale, ma è la forte esigenza di fornire risposte alla crisi che spingono a interrogare gli antichi. Lucrezio, per esempio, viene recuperato perché l’atomismo ripreso da Gassendi risponde ai bisogni della scienza e a questioni che il regno napoletano deve con urgenza affrontare. Così come Cartesio rappresenta il vero e proprio simbolo della libertas philosophandi, a prescindere dal fatto che lo si leggesse o meno; e Vico fu particolarmente abile a comprendere il retroscena scientifico sotteso dalla geometria analitica cartesiana e dalla sua propensione all’astrazione geometrica. L’entroterra speculativo nel quale Vico lavorò ci appare fortemente dominato dalla ridiscussione delle tesi filosofiche di Descartes, che proprio a Napoli avevano trovato grande spazio di dibattito, e il rapporto di Vico con l’Accademia degli Investiganti dice molto sulla sua formazione, sull’assorbimento di tematiche complesse e sulle posizioni teoriche che egli stesso ebbe a prendere. Ed è infatti sul tema dell’astrazione che Vico dichiara guerra a Descartes, per i pericoli intravisti precisamente in campo culturale piuttosto che matematico[3]. La capacità astrattiva, che nasce da un difetto dell’umana mente[4], arriva tardi nel processo evolutivo umano ricostruito da Vico, interrompe la capacità di relazione simbolica e mimetica con l’esterno, quella capace di identificazione con l’oggetto esterno, emozionalmente legata al sentire dei primi uomini e dell’umanità fanciulla.

Giambattista Vico offre una potente critica al razionalismo moderno, cartesiano ed illuminista, opponendovi una “ragione storica” che integra la fantasia e il sentimento e denuncia in questo modo il rischio di una modernità impoverita, capace di ridurre l’uomo a mero calcolo, proponendo invece un’alternativa. Vico mette in crisi prima di tutto il concetto cartesiano di ragione, polemizzando con l’idea che la conoscenza derivi solo da “idee chiare e distinte” o dalla matematica, e sostenendo di contro il principio del verum-factum: l’essere umano può comprendere appieno solo ciò che ha creato – la storia, le istituzioni, il linguaggio –, mentre la conoscenza della natura appartiene solo a Dio. Mettendo avanti un originale concetto di artificio, Vico descrive come attraverso la tecnica l’uomo non abbia più una posizione contemplativa della verità, ma del tutto attiva: la realtà può essere costruita e modificata creativamente dal soggetto. Il tema dell’artificio e la distinzione tra un Dio in sé artefice e un uomo dio degli artifici, nella convinzione che,

come la natura produce la fisica, così l’ingegno umano produce la meccanica, cioè come Dio è artefice della natura, l’uomo è dio degli artifici[5],

propone un processo di avvicinamento alla verità che si dilata in tutti i campi del sapere, e lo fa muovendosi tra un processo creativo tipicamente umano – vale a dire la possibilità umana di fare il vero solo a condizione di conoscerne i meccanismi interni di riproduzione –, e un complesso concetto di finzione[6], ugualmente umano ma legato a una fase particolare dell’età dell’uomo, quella fondativa dei primi uomini potentemente creatori, e poi utilizzato in maniera mirata per alcuni tipi di conoscenza. Il conoscere vichiano mantiene intatto un forte senso inventivo tipico della discussione del secolo cui appartiene, e fingere viene strettamente collegato a fare, a fare con artificio.    

Nella sua opera principale, la Scienza nuova, Vico – attraverso il concetto chiave di universale fantastico, che nasce propriamente da “quell’innata proprietà della mente umana di dilettarsi dell’uniforme”[7] e permette di utilizzare la fantasia al posto di una ancora immatura capacità di astrazione – riscatta il mito e la fantasia, considerandoli strumenti fondamentali di conoscenza delle epoche primitive, piuttosto che errori da superare, e caratterizza l’essere umano come un agente in grado di trasformare sia il mondo naturale che quello civile. In questo senso, si può dire che l’uomo è, nelle mani di Vico, faber e technicus al tempo stesso. Questo sta anche a significare che la civiltà umana nasce dall’elaborazione creativa di instrumenta, strumenti in grado di organizzare la conoscenza, congiuntamente ai linguaggi e alle narrazioni mitologiche, e di governare il caos. Ma anche strumenti in qualche maniera tecnologici, veri instrumenta culturae, come il timone e l’aratro o la bussola, che sono frutti di inventio creativa per il passaggio alla civiltà, di progresso destinato a finire per intervento dell’eccesso, di quella hybris prometeica che in parte Vico imputa anche a Bacon, uno dei suoi autori. Questi strumenti permettono di scoprire o inventare nuovi mondi, ma ci si ritorcono contro quando contribuiscono a spegnere la vis poetica ancestrale, quando traducono l’homo faber in homo esclusivamente technicus, essendo quest’ultimo un mero fruitore di qualcosa che è stato partorito dall’operazione dell’ingegno, per Vico faber per antonomasia, tanto che

fantasia altresì prendesi per l’ingegno (…). E prende tali tre differenze; ch’è memoria, mentre rimembra le cose; fantasia, mentre l’altera, e contrafà; ingegno, mentre le contorna e pone in acconcezza, ed assettamento[8].

Tre congiunte operazioni che aiutano l’uomo ad aprirsi a una conoscenza attiva e alla costruzione di una storia tutta sua, concessa anche fortemente dalla faccia memorativa dell’ingegno, che garantisce la continuità e l’uniformità del processo.

Se si pensa aquel che succede con l’invenzione dell’aratro e con la possibilità di prendersi cura della terra per mezzo di un ritrovato tecnico ci si accorge che ci troviamo di fronte a una vera e propria svolta epocale: fine del nomadismo, monogamia, religione monoteista, nascita degli stati regolati da leggi. La tecnica prende consistenza solo grazie alla spinta dell’immaginazione, e attraversoquel tipo di competenza l’uomo esce dallo stato di natura, che è di per sé uno stato eslege, e può darsi leggi e norme condivise. Tutto prende forma, dunque, dall’aratro e dalla sua prima utilizzazione, perché viene avviato quel moto agrario e urbano, determinato dalla fuoriuscita dai boschi originari e dall’abbandono dello stato di vagabondaggio, che permette il passaggio da una concezione primitiva allo stato civile, quindi allo stadio culturale.  È stato detto, “dalla natura alla ragione si trasforma in dalla ferinità alla civiltà”[9]: cultura e natura vengono separati anche dal fatto che la natura, in sé inconoscibile, può essere affrontata solo attraverso l’interpretazione che utilizza forme culturali[10]. L’avanzamento delle scienze sostenuto da Bacon, e l’invenzione di strumenti nuovi e sempre più efficaci dimostrano la possibilità di una crescente implementazione e di un progressivo miglioramento, dichiarano che è possibile garantire, insieme allo sviluppo della cultura, la realizzazione di una società più giusta.

La polemica che nel De ratione Vico apre contro la ratio studiorum, e nello specifico contro l’inaridimento che viene causato nelle menti giovanili dal precoce apprendimento della critica, è funzionale all’introduzione in campo pedagogico di capacità mentali diverse da quelle logiche. Intendendo per Logica la filosofia di Antoine Arnauld, la logica di Port Royal, che aveva demolito l’uso dell’invenzione topica attraverso la quale Vico attacca il modello scientifico cartesiano basato su un modello di certezza derivato dall’autocoscienza e dall’autoevidenza. Da qui la spietata critica alla modernità fondata sull’idea chiara e distinta. Ma soprattutto, è nel De ratione che viene fuori esplicitamente la critica al sistema cartesiano, che simbolicamente si può raffigurare con la messa in campo dell’inventio come strumento di conoscenza, e la dichiarazione di superiorità della geometria euclidea sull’analitica cartesiana. La speranza è riposta in quella “nuova critica” che per Vico costituisce lo “strumento comune di tutte le scienze e delle arti”[11] e che, sotto la penna di Bacon, “mentre svela un nuovo mondo delle scienze, si dimostra degno più del nuovo mondo che del nostro”[12]. Uno degli obiettivi della scrittura del De ratione è di definire un metodo che abbia precisi fini, sussidi e strumenti, laddove

nuovi strumenti delle scienze sono alcuni le scienze medesime, altri le arti, altri le pure e semplici opere dell’arte o della natura. Strumento comune di tutte le scienze e delle arti è la nuova critica[13].

Affermazione che mira anche a sanare i rischi connessi alla totale frantumazione dei saperi venuta fuori dalla specializzazione e quindi dalla divisione delle conoscenze, che chiedono invece la capacità di utilizzare congiuntamente tutte le facoltà umane e che confidano sulla loro collaborazione e alleanza.  La critica al metodo algebrico non è però al contempo un attacco alla fisica moderna, che deve solo essere congiunta alla filosofia e spiegare le cause naturali delle cose. Mentre la geometria siamo in grado di dimostrarla, dal momento che la facciamo, non così si può dire della fisica, che non possiamo dimostrare perché non ne siamo facitori. L’unica maniera per l’uomo di occuparsi della fisica è utilizzando l’occhio della filosofia. In questo modo la fisica può addirittura essere utile a una logica poetica, anche e soprattutto perché utilizzano espressioni “immaginose”, così che

Poiché la fisica moderna descrive le immagini più sensibili delle cause soprattutto a partire dalla meccanica, della quale si serve come strumento, essa comodamente potrebbe provvedere i poeti di una classe di nuove espressioni[14].

I poeti traggono proprio dalla fisica gran parte delle espressioni con le quali spiegano la natura delle cose, perché i primi fisici furono poeti e di questi mutuarono il linguaggio. I potenti strumenti che determinano la nascita della civiltà possono essere messi a punto solo facendo scendere in campo una logica di tipo inventivo, sostituendo il principio cartesiano di evidenza con l’inventio, frutto della sola attività ingegnosa dell’uomo. La logica dell’inventio permette a Vico di spiegare con efficacia l’evoluzione umana dalla preistoria alla civiltà, dato che i topoi sono la forza propulsiva di questo processo, e rappresentano quel che ci ha condotto ad essere quel che siamo: l’inventio produce una vera e propria mutazione della coscienza di sé[15], che viene violentemente messa in crisi con l’adozione della fisica meccanica e la conseguente disattenzione verso i signa. In un mondo, come quello vichiano, dove tutte le cose sono segni, tutte le realtà hanno un carattere simbolico, come ben dimostra la Dipintura messa in apertura alla Scienza nuova fin dal 1730, questo carattere semiotico è in sé un dialogo critico con la modernità e una maniera efficace per introdurre i segni più specifici del corpo. Linguaggio originario che, in maniera del tutto inedita, parla attraverso segni che hanno un rapporto naturale con le cose che vogliono significare, per dirla con le parole di Vico. Arnauld aveva distrutto questa profonda relazione, e in più aveva impedito l’introduzione, in campo scientifico, dell’esperienza basta sul modello baconiano, quell’esperienza che combina e contestualizza cose fra loro slegate e isolate[16].

Si tratta in primo luogo di pensare l’unità dell’individuo all’interno di un concetto di scienza che mette in luce modelli nuovi nel momento in cui ipotizza un dualismo “interazionistico” tra mente e corpo, e insieme la rivendicazione di una dimensione sociale e simbolica dell’uomo. Che è il tratto di maggiore originalità delle teorie vichiane, reso possibile anche dalla negazione di una gerarchia delle facoltà mentali attraverso le quali l’uomo conosce. Insieme alla descrizione di una capacità immaginativa che, ancora prima di memoria, percezione e intelletto, si costituisce come attività conoscitiva necessaria, dalla quale prendono le mosse tutte le arti, soprattutto quelle visive[17]. Perché è dall’immaginazione che la cultura trova l’origine, contro la moderna filosofia cartesiana e contro la sua propaganda di algebra e matematica. Affrontare le grandezze con il metodo algebrico è per Vico un errore vistoso, dal momento che l’algebra

assidera tutto il più rigoglioso delle indoli giovanili, lor accieca la fantasia, spossa la memoria, infingardisce l’ingegno, rallenta l’intendimento, le quali quattro cose sono necessarissime per la coltura della miglior umanità[18],

vale a dire che mette fuori uso, e questo è il più grave degli effetti, il processo della memoria (“perché, ritrovato il secondo segno, non bada più al primo”) e insieme quello della fantasia (“perché non immagina affatto nulla”). Contravviene cioè alle regole di utilizzazione dell’inventio e delle sue concatenazioni, bloccando qualsiasi intervento creativo della conoscenza e proponendo soltanto la pratica dell’evidentia, dal momento che “non vede se non quello che li sta avanti i piedi”. Dando così un’assai efficace descrizione di come funzioni il processo intuitivo dell’evidenza, che avviene con lo sguardo e con una presenza ravvicinata; per Vico il metodo autoevidente non può funzionare, perché non mette in moto il processo creativo.

Il concetto di evidenza è un concetto noto ai percorsi storico-filosofici ed ermeneutici e caratterizza in età moderna il processo epistemologico. Differenziandosi dall’opinione, mette in campo un concetto di verità che non necessita di altro se non di sé stessa: ogni verità si fonda su un atto di evidenza, dal momento che si fonda su un atto puramente intuitivo, su un’esperienza meramente intellettuale derivante dalla radice etimologica del termine legata al videre e alla corrispondenza tueor, intueor, intuitus e quindi fortemente modellata sulla vista sensibile. L’intuizione coincide per Cartesio direttamente con la visione, come viene esplicitato nella IX delle Regulae, e viene messa in collegamento diretto con l’intus videre della nona regula. Il processo intuitivo è per antonomasia legato dalle declinazioni e le sfaccettature del videre, della dimensione visiva e simbolica di quel che ci si para davanti agli occhi, e che in un momento successivo può anche essere toccato. Modellato sulla corrispondenza tra tueor, intueor, intuitus trova la propria matrice nell’organo sensibile della vista[19]. L’evidenza presuppone che la certezza che caratterizza lo stadio iniziale della conoscenza prosegua con la stessa determinatezza, a differenza del processo scientifico tout court, dove il risultato finale è garantito da processi che superano il livello immediato. In molti contesti l’atto intuitivo che coglie una realtà in maniera immediata viene chiamato insieme “evidenza” o “visione”. Il giudizio percettivo è giudizio visivo, e viceversa. Ma questa capacità visiva richiede un equilibrio tra le condizioni di visibilità dettate dall’oggetto e la capacità visiva del soggetto. Una realtà evidente, nel senso di una propositio per se nota, conserva un forte rapporto con la verità, ed è questo che la distingue dall’apparenza. La questione del riconoscimento di un oggetto che vediamo come piccolo solo perché è distante e non piccolo in realtà, è il fenomeno che contraddistingue la differenza tra evidenza e apparenza[20].

Conclusione

È con Cartesio, innegabilmente, che l’evidenza intellettuale viene a coincidere con l’intuizione, ed è la moderna filosofia post-cartesiana che, a partire da Vico, mette in crisi questo concetto di evidenza, e con esso la componente intuitiva in quanto elemento fondativo del vero.  La spiegazione cartesiana del concetto di intuito procede in stretta analogia con il senso della vista e con l’acutezza che si conquista nel guardare le cose distintamente e nella loro singolarità, perdendo sì la visione d’insieme, comprensione confusa, ma acquistando di contro una visione attenta e lucida delle cose, che ci permette di distinguerle perfettamente.La trattazione del problema prende le distanze, in età moderna, dall’intera tradizione teologica, che tende a far equivalere intuitus ed esperienza, di per sé fortemente fallace, indicando la produzione di errori nel lumen naturale, per Cartesio autentica possibilità di distinguere vero da falso e non – come gran parte della tradizione filosofica – inclinazione o disposizione. La rottura che provoca, all’interno della riflessione sul cartesianesimo, il pensiero di Giambattista Vico si fonda su una definizione di verità come qualcosa che si fa, che possiede una genesi tutta interna, fa emergere con forza il problema dell’inserimento del fatto all’interno di una verità che necessita di prova; la contrapposizione al pensiero dogmatico e scettico presente nel De antiquissima viene colta attraverso la risposta a cosa sia il “primo vero”, nella quale Vico propone la sola via che a lui pare percorribile, cioè che “criterio e regola del vero consistono nell’aver fatto quel vero”, al pari di quel che nel De ratione suonava “dimostriamo la geometria perché la facciamo; se potessimo dimostrare la fisica, la faremmo”. Quel che Vico sembra rifiutare nel criterio di evidenza è il suo aspetto intuitivo, che non offre garanzie epistemologiche e che risulta sganciato dall’empiricità, che è invece per il filosofo una componente essenziale della produzione di conoscenza. Così come a questa posizione si affianca il rifiuto, contro Cartesio, di una spiegazione del mondo naturale che non riceve conferma dall’esperienza; così la critica al metodo geometrico è critica a una metodologia che parte deduttivamente da premesse ritenute certe ma non verificate dall’esperimento. Insieme a una nuova concezione della definizione che richiede evidenza, deducibilità e certezza.

Una nuova proposta, quella avanzata da Vico, che risulta critica nei confronti di una filosofia fondata sull’assenza di empiricità, sul silenzio su quell’approccio che richiede l’intervento di tutte le facoltà sensoriali insieme, nessuna esclusa, nemmeno quelle fino a quel momento ritenute portatrici di errore. Se l’immaginazione è in sé creatrice, allora collabora a schiudere mondi, non a chiudere frontiere cognitive, e ad espandere le possibilità del contatto con l’esterno, contribuisce a “mettere la sapienza al servizio della felicità del genere umano”[21].

Bibliografia essenziale

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[1] Si veda l’esauriente Girard, Pierre. «Comme des lumières jamais vues». Matérialisme et radicalité politique dans les premières Lumières à Naples (1647–1744). Paris: Champion, 2016.

[2] Garin, Eugenio. Il ritorno dei filosofi antichi. Napoli: Bibliopolis, 1983.

[3] “Vico hardly understood the complex intellectual intinary thet led to Descartes’ invention of analytical geometry, or the peculiar character of the mental operations involved in the application of it”. Gianturco, Elio. Introduction to Giambattista Vico’s On the Study Methods of Our Time. New York: Bobbs-Merrill, 1965, XXIV.

[4] Vico, Giambattista, Manuela Sanna (cur.). De antiquissima Italorum sapientia. Roma: Edizioni di Storia e Letteratura, 2005, 23.

[5] Vico, Giambattista, Manuela Sanna (cur.), De antiquissima Italorum sapientia, 119.

[6] Si veda Evangelista, Roberto. Finzione e storia. La filosofia dell’ideologia in Spinoza, Locke e Vico, Roma: Carocci, 2025.

[7] Giambattista, Vico, Paolo Cristofolini (cur.) e Manuela Sanna (cur.). Scienza nuova 1744. Roma: Edizioni di Storia e Letteratura, 2013, 282.

[8] Vico, Giambattista. Scienza nuova 1744, 267.

[9] Caporali, Riccardo. “Ragione e natura nella filosofia di Vico,” in Bollettino del Centro di studi vichiani XII–XIII (1982–1983), 175. “La naturalità, come categoria ontologica, resta sullo sfondo della storia e opera quale garanzia provvidenziale per le stesse possibilità gnoseologiche della scienza” (Caporali, “Ragione e natura nella filosofia di Vico,” 195).

[10] Si veda Evangelista, Roberto. “Le civiltà mortali, ovvero l’unità della storia umana. Un de Martino vichiano?,” in Bollettino del Centro di studi vichiani XLIV (2014), 131–164.

[11] Vico, Giambattista, Andrea Suggi(cur). De nostri temporis studiorum ratione. Pisa: ETS, 2010, 29.

[12] Vico, De nostri temporis studiorum ratione, 23.

[13] Vico, De nostri temporis studiorum ratione, 29.

[14] Vico, De nostri temporis studiorum ratione, 84–85.

[15] Si veda anche Luglio, Davide. “Sentimento del vuoto e memoria dell’assenza. La presenza di Vico nella poetica ungarettiana,” Revue des études italiennes 49 (janvier–juin 2003): 63–77.

[16] Si veda Otto, Siegmar. “«Science positive» ou «Theorie de la science»?,” in Recherches sur la pensée de Vico, par P. Girard et O. Remaud, Paris: Ellipses, 2003, 35–51.

[17] Si veda Schapiro, Meyer, Anna Eleanor Signorini(cur.). Vico sur les arts visuels. Paris, Garnier, 2025.

[18] Vico, Giambattista, Andrea Battistini (cur.). “Vita scritta da se medesimo,” in Opere, vol. 1, Milano: Mondadori, 1990, 17.

[19] Si veda Sanna, Manuela. Misurare la distanza. Note sul rapporto tra sguardo e verità nella filosofia moderna, Pisa: ETS, 2020.

[20] La lettura di Kant e la constatazione della non-sinonimia tra illusione e inganno come alleati rivoltisi contro il concetto di verità mette a fuoco che “la distinzione tra inganno e illusione è basata sull’implicito concetto di permanenza. L’inganno, infatti, quando viene scoperto in quanto tale, svanisce; l’illusione invece, essendo basata sulla verità, permane anche quando è stata avvertita la realtà illusoria” (Iacono, Alfonso Maurizio, L’illusione e il sostituto. Riprodurre, imitare, rappresentare, Milano: Mondadori, 2010, 105); si veda anche Sanna, Misurare la distanza.

[21]Vico, Giambattista, Emma Nanetti(cur.). De mente heroica. Pisa: ETS, 2014, 31.