
Diritti in capo agli autori
Stefania Lombardi, CNR, ORCID ID: 0000-0003-3545-1170
E-mail: stefania.lombardi@cnr.it
doi: 10.66565/voci.2026.7.ED.28
(https://levocidisophia.it/2026/08/14/editoriale5call7/)
(https://www.doi.org/10.66565/voci.2026.7.ED.28)
First online: August 14, 2026
Ci sono momenti in cui una rivista non può limitarsi a pubblicare. Deve anche fermarsi, guardare ciò che ha prodotto, riconoscere i fili che uniscono contributi apparentemente diversi e interrogarsi sul percorso che sta compiendo.
È questo, in fondo, il senso di un editoriale di raccordo: non aggiungere semplicemente un’altra voce alle molte che già abitano Le voci di Sophia, ma provare ad ascoltarle insieme.
Gli ultimi quattro editoriali della settima Call sono, da questo punto di vista, particolarmente significativi. Il tema del lavoro vi compare attraverso prospettive differenti, ma progressivamente si rivela come qualcosa di molto più ampio della sola attività produttiva. Il lavoro è rispetto, responsabilità, educazione, relazione, costruzione di sé e della società; ma può diventare anche sfruttamento, perdita di senso, logoramento e sofferenza. È una dimensione nella quale si misura concretamente il rapporto fra individuo e comunità, fra dignità e organizzazione sociale, fra ciò che siamo e ciò che siamo chiamati a fare.
Il lavoro come forma del rispetto, l’editoriale con cui abbiamo aperto questa Call, nasce anche nel ricordo del professor Yaqob Beyene e richiama una dimensione del lavoro che rischia facilmente di essere dimenticata quando esso viene ridotto a prestazione, risultato o valore economico: il riconoscimento dell’altro.
Le riflessioni successive di Beppe Carrella e l’editoriale dedicato al lavoro dell’educatore spostano lo sguardo verso la complessità delle professioni e delle responsabilità che esse comportano. Educare, accompagnare, lavorare con gli altri significa infatti mettere in gioco una parte della propria persona e assumere una responsabilità che non può essere esaurita dalla semplice definizione contrattuale di una mansione.
Poi arriva il burnout. Con Esauriti dal lavoro: la Sindrome da Burnout ed altre storie, Danilo Campanella porta la riflessione sul confine nel quale il lavoro, anziché contribuire alla realizzazione della persona, può consumarla. Il titolo stesso dice qualcosa che la nostra società tende spesso a rimuovere: non sempre la sofferenza lavorativa è una debolezza individuale; talvolta è il sintomo di un’organizzazione, di una cultura o di un modello di lavoro che hanno smarrito la misura dell’umano.
È forse proprio qui che i quattro editoriali si incontrano. Non in una tesi unica, ma nella necessità di tornare a domandarsi che cosa significhi lavorare.
E questa domanda non riguarda soltanto chi lavora. Riguarda la società che organizza il lavoro, le istituzioni che lo regolano, la cultura che lo interpreta e le persone che, attraverso di esso, cercano una forma di autonomia, di riconoscimento e di senso.
La settima Call nasceva esattamente da questa esigenza: non soltanto una filosofia del lavoro, dunque, ma una filosofia nel lavoro e persino una filosofia come lavoro. Il lavoro come oggetto di riflessione, come esperienza concreta e come pratica attraverso la quale anche il pensiero viene prodotto, trasmesso e condiviso.
Ma mentre la Call 7 ci invita a riflettere sul lavoro, c’è un’altra esperienza che in questi mesi abbiamo iniziato a costruire: quella di una rivista che lavora su sé stessa.
Nel marzo 2026 abbiamo inaugurato una nuova forma di comunicazione, la newsletter mensile di Le voci di Sophia. La prima newsletter nasceva raccontando un passaggio apparentemente tecnico – il trasferimento della gestione dei DOI da mEDRA a Crossref – ma dietro quel passaggio c’era qualcosa di molto più importante: la volontà di rendere leggibile il percorso di crescita della rivista, spiegando ai lettori non soltanto ciò che pubblichiamo, ma anche il modo in cui una rivista scientifica si costruisce.
Da allora, mese dopo mese, la newsletter ha assunto proprio questa funzione: mettere in comune i passaggi che normalmente restano dietro le quinte dell’editoria scientifica. Una rivista non è soltanto l’insieme dei suoi articoli. È fatta di persone, revisioni, discussioni, decisioni editoriali, infrastrutture, metadati, archivi, rapporti con gli autori e con i revisori, procedure di valutazione, nuove collaborazioni e, soprattutto, di una continua verifica della propria identità. Le newsletter hanno cominciato a raccontare questa dimensione processuale.
E mentre la rivista procedeva nel suo percorso, arrivavano alcuni passaggi che hanno segnato il 2026: l’ingresso in Crossref, l’indicizzazione in DOAJ dal 15 maggio e in ERIH Plus dal 1° giugno, oltre alla conferma della scientificità per l’Area 11.
Non sono soltanto risultati da elencare. Sono tappe che raccontano un processo. Anche una rivista scientifica è lavoro.
È lavoro intellettuale, naturalmente, ma è anche lavoro editoriale, tecnico, organizzativo e relazionale. È il lavoro degli autori che scrivono, dei revisori che leggono, delle persone che discutono i testi, di chi prepara i metadati, controlla le bibliografie, assegna i DOI, cura l’accessibilità e mantiene un archivio. È il lavoro, spesso invisibile, necessario perché un’idea possa trasformarsi in un contributo scientifico e quel contributo possa rimanere accessibile nel tempo.
La scelta di raccontare questo lavoro attraverso una newsletter nasce proprio dalla convinzione che la trasparenza non debba riguardare soltanto il risultato finale. Deve riguardare, per quanto possibile, anche il percorso che conduce a quel risultato.
Per questo la newsletter non è un semplice strumento promozionale. È diventata una piccola memoria periodica della vita della rivista. E forse anche questo appartiene alla filosofia del lavoro.
Perché il lavoro tende a essere invisibile quando funziona: vediamo il risultato, raramente tutto ciò che è stato necessario per produrlo. Una rivista pubblica un articolo e il lettore vede l’articolo; dietro quell’articolo, però, esiste una rete di attività che normalmente rimane nascosta. Rendere almeno in parte visibile quella rete significa riconoscere il lavoro che la costituisce.
Significa anche dichiarare che Le voci di Sophia non è un oggetto statico, già compiuto una volta per tutte, ma un progetto editoriale che continua a interrogarsi sulla propria identità e sul proprio modo di stare nello spazio della ricerca e della cultura.
Da questo punto di vista, i quattro editoriali della settima Call e le quattro newsletter pubblicate finora raccontano due facce della stessa esperienza. Da una parte, la rivista chiede che cosa stia diventando il lavoro nella società contemporanea. Dall’altra, mostra concretamente che cosa significhi lavorare per costruire, mantenere e far crescere una rivista scientifica. Il punto d’incontro è forse proprio il senso.
Perché quando il lavoro perde il suo senso, può diventare alienazione, sfruttamento o burnout. Ma quando il lavoro conserva una relazione con la responsabilità, con il riconoscimento dell’altro e con la possibilità di costruire qualcosa che abbia valore anche oltre il singolo individuo, può diventare una forma di cura del mondo. È una distinzione che vale per il lavoro in generale e vale anche per il lavoro editoriale.
Le voci di Sophia è nata da un’idea semplice: creare uno spazio di filosofia e scienze umane in Diamond Open Access, senza costi per chi legge e per chi pubblica, nel quale la conoscenza potesse circolare liberamente. Oggi quello spazio è diventato più strutturato, più riconoscibile e più articolato, ma continua a essere sostenuto dalla stessa idea di fondo: la conoscenza non è soltanto un prodotto da distribuire, ma un bene da costruire insieme.
Forse è per questo che, guardando agli ultimi mesi, la parola che più ci sembra adatta non è “crescita” nel senso puramente quantitativo del termine. È costruzione di un luogo di discussione, di relazioni, di affidabilità, di memoria, di una comunità scientifica aperta alla pluralità dei saperi. E, insieme, costruzione di una rivista capace di raccontare anche il proprio percorso.
La newsletter mensile continuerà a farlo, accompagnando i prossimi passaggi di Le voci di Sophia. Gli editoriali continueranno invece a fare ciò che hanno sempre fatto: aprire uno spazio nel quale fermarsi a pensare perché una rivista, prima ancora di essere un contenitore di testi, è uno spazio di pensiero. E pensare, come lavorare, significa continuamente cercare un modo per trasformare ciò che esiste in qualcosa che possa ancora diventare.
[Nota sulle convenzioni editoriali, sulla scientificità e sull’etica della pubblicazione
Una rivista scientifica è anche una comunità editoriale, e come tale adotta convenzioni formali che contribuiscono alla riconoscibilità e alla coerenza dei suoi contenuti. Tali convenzioni non devono tuttavia essere confuse con le regole della lingua né, tantomeno, con i requisiti che definiscono la scientificità di una pubblicazione.
La tipografia italiana dispone di consuetudini consolidate, fra le quali rientra anche l’uso delle virgolette caporali (« ») in determinate circostanze. Una rivista può tuttavia adottare, secondo una propria house style, una diversa convenzione tipografica (nel nostro caso le virgolette sono alte “” per convenzione esplicitata a priori, come hanno già fatto altre riviste scientifiche come la nostra. La nostra scelta delle virgolette alte si colloca, infatti, in una prassi editoriale ampiamente utilizzata anche da riviste scientifiche italiane con vocazione internazionale e da importanti editori accademici; la rivista ha scelto di codificarla nella propria house style), purché questa sia esplicitata, coerente e applicata sistematicamente. La scelta delle virgolette, così come quella relativa a trattini, corsivi, maiuscole, abbreviazioni o altri elementi compositivi, appartiene dunque al livello delle norme editoriali della singola testata e non costituisce, di per sé, un criterio di scientificità.
Questa distinzione è particolarmente importante per una rivista come Le voci di Sophia, che non si colloca esclusivamente nel perimetro della produzione scientifica italiana, ma adotta un modello multilingue e orientato all’internazionalizzazione. La rivista deve pertanto poter armonizzare le convenzioni della tradizione editoriale italiana con quelle proprie della comunicazione scientifica internazionale, senza assumere che una specifica soluzione tipografica sia universalmente obbligatoria.
La scientificità di una rivista si fonda su un insieme molto più ampio di requisiti: qualità e originalità dei contributi, rigore metodologico e argomentativo, adeguatezza della bibliografia, trasparenza delle procedure editoriali, peer review, qualificazione e indipendenza degli organi scientifici, chiarezza delle politiche editoriali, accessibilità e tracciabilità dei contenuti, corretta gestione dei conflitti di interesse e adozione di adeguati principi di integrità della ricerca e dell’editoria scientifica.
Per Le voci di Sophia, tali principi sono parte integrante della propria politica editoriale: la rivista adotta procedure di peer review, norme per autori e revisori, un codice etico, politiche relative ai conflitti di interesse, alla correzione e ritrattazione dei contributi e alla trasparenza delle responsabilità editoriali. La scelta di una determinata convenzione tipografica deve pertanto essere considerata nel quadro complessivo di queste politiche e non isolatamente.
Anche l’etica editoriale richiede una distinzione analoga. Il rispetto delle norme formali è una componente della cura editoriale e contribuisce alla qualità e alla leggibilità della pubblicazione; l’integrità scientifica, tuttavia, riguarda soprattutto la correttezza dei contenuti, la trasparenza dei processi, l’indipendenza delle valutazioni, la corretta attribuzione della paternità scientifica, l’assenza di plagio e manipolazioni, la gestione dei conflitti di interesse e la possibilità di correggere tempestivamente il record della pubblicazione quando emergano errori rilevanti.
In questa prospettiva di trasparenza, la direzione della rivista ritiene opportuno rendere esplicito anche l’uso occasionale di strumenti di intelligenza artificiale generativa nella revisione stilistica di alcuni editoriali redazionali. In tali casi, lo strumento viene utilizzato esclusivamente come ausilio per una revisione della forma espressiva, con l’obiettivo di mantenere, per quanto possibile, uno stile equilibrato e imparziale, soprattutto nei testi che affrontano questioni controverse o che richiedono particolare attenzione nella formulazione. L’impiego dello strumento non comporta delega all’AI delle valutazioni scientifiche o editoriali, della selezione dei contenuti, dell’interpretazione delle fonti o della responsabilità autoriale: il contenuto, le argomentazioni, le fonti e la versione finale del testo rimangono sotto la responsabilità della direzione della rivista. L’eventuale utilizzo di tali strumenti è pertanto concepito come supporto alla revisione linguistica e stilistica e non come sostituzione dell’autore o del processo editoriale.
In questo senso, la scelta editoriale non è contrapposta al rigore scientifico: il rigore comprende anche la capacità di distinguere ciò che costituisce un errore da ciò che costituisce una legittima variante convenzionale. Una house style non può naturalmente derogare alla correttezza scientifica o linguistica; può però stabilire, nell’ambito consentito dalle norme della lingua e della comunicazione scientifica, criteri tipografici propri.
Le voci di Sophia considera quindi le proprie norme editoriali non come un insieme di prescrizioni meramente formali, ma come uno strumento di uniformità, trasparenza e riconoscibilità della pubblicazione scientifica. Il loro rispetto è richiesto a tutti i contributi, indipendentemente dalla lingua nella quale sono redatti e dalla tipologia di autore, nel quadro di una politica editoriale che mira a coniugare rigore scientifico, pluralismo linguistico, apertura internazionale e integrità editoriale.]
