Against the Productive Self:

Greek Scholé as a Critical Lens on Work and Identity in Contemporary Society

Diritti in capo agli autori

Corinna Zaffarana, Centro Studi e Ricerche C.T.A, rivista Temenos

E-mail: corinnazaffarana81@yahoo.it

doi: 10.66565/voci.2026.7.PR.23

(https://levocidisophia.it/2026/08/28/against-the-productive-self/)

(https://doi.org/10.66565/voci.2026.7.PR.23)

First received article: 19 June 2026 First review outcome: 25 June 2026 Second review outcome: 13 August 2026 Third review outcome: 19 August 2026 Final revised article received: 25 August 2026 Final editorial checks for the online version, outcome: 27 August 2026 First online: 28 August 2026 Seventh issue release date: 31 August 2026

[The manuscript underwent three peer-review reports, as it had been randomly assigned to three reviewers within the journal’s peer-review procedure. The three rounds of revisions should therefore not be understood as the result of a request for an additional review following conflicting or inconclusive assessments, but rather as reflecting the fact that the manuscript had been selected for evaluation by three reviewers.]

Intero numero qui

Abstract eng

The contribution investigates the relationship between work, identity, and the formation of the self in contemporary society through the critical lens of the Greek concept of scholé. In late-modern societies, the value of the individual tends increasingly to be measured through productivity, performance, employability, and professional recognition: work is not merely an economic function or a means of subsistence but becomes one of the privileged dispositifs through which the subject understands, narrates, and, above all, legitimizes itself.

Within this framework, the Greek notion of scholé offers a significant theoretical countermodel. Far from designating mere inactivity, empty idleness, or simple free time, this qualified form of time withdrawn from necessity is oriented toward reflection, contemplation, and the cultivation of the human. The article does not aim to reconstruct a linear genealogy from antiquity to modernity, nor to idealize the social conditions of the Greek world – in which the qualitative dimension of time was unevenly distributed and depended on specific exclusions. Rather, it proposes to use scholé as a category of critical alterity: a conceptual tool capable of questioning the apparent self-evidence of productivity as the privileged measure of personal worth.

From this perspective, the contemporary condition of identity grounded in work can be read not only as an economic or sociological phenomenon, but also as a potential symbolic and anthropological loss: namely, the loss of a cultural grammar capable of attributing value to what does not produce immediate output.

Keywords: scholé; work; identity; productivity; self-formation; Greek thought; contemporary society.

Abstract ita

Il contributo indaga il rapporto tra lavoro, identità e formazione del sé nella società contemporanea attraverso la lente critica del concetto greco di scholé. Nelle società tardo-moderne il valore dell’individuo tende sempre più a essere misurato attraverso produttività, prestazione, occupabilità e riconoscimento professionale: il lavoro non è soltanto una funzione economica o un mezzo di sussistenza ma diventa uno dei dispositivi privilegiati attraverso cui il soggetto comprende, narra e soprattutto legittima sé stesso. In questo quadro, la nozione greca di scholé offre un significativo contro-modello teorico. Lungi dal designare mera inattività, ozio vuoto o semplice tempo libero, la forma qualificata di tempo sottratto alla necessità si orienta alla riflessione, alla contemplazione e alla coltivazione dell’umano. L’articolo non intende ricostruire una genealogia lineare dall’antichità alla modernità, né idealizzare le condizioni sociali del mondo greco – nel quale l’aspetto qualitativo del tempo era distribuito in modo diseguale e dipendeva da precise esclusioni – ma propone, piuttosto, di utilizzare la scholé come categoria di alterità critica: uno strumento concettuale capace di mettere in questione l’apparente ovvietà della produttività come misura privilegiata del valore personale. Entro questa specifica prospettiva, la condizione contemporanea dell’identità fondata sul lavoro può essere letta non soltanto come fenomeno economico o sociologico, ma anche come potenziale perdita simbolica e antropologica: la perdita, cioè, di una grammatica culturale capace di attribuire valore a ciò che non produce immediatamente.

Keyword: scholé; lavoro; identità; produttività; auto-formazione; pensiero grego; società contempotanea.

Il soggetto produttivo

Nelle società contemporanee il lavoro non costituisce soltanto una funzione economica ma rappresenta uno dei principali dispositivi attraverso cui il soggetto viene riconosciuto socialmente e, al tempo stesso, impara a riconoscere sé stesso[1]. L’attività professionale tende a funzionare come sintesi identitaria: narra la posizione sociale, il grado di autonomia, il valore percepito, la capacità di produrre e, più in generale, l’appartenenza a una determinata forma di vita. Questa identificazione tra soggetto e lavoro non è priva di conseguenze poiché al venir meno del lavoro ne deriva una potenziale crisi che non riguarda soltanto la sicurezza materiale ma investe la struttura narrativa attraverso cui l’individuo racconta sé stesso[2]. La disoccupazione, il pensionamento, il burnout, la precarizzazione o l’esperienza di un lavoro percepito come alienato possono generare – accanto a un disagio economico – una crisi della soggettività, muovendosi entro i confini del luogo nel quale il soggetto contemporaneo ha imparato a depositare una parte significativa del proprio valore[3].

Alla luce di questa specifica prospettiva, l’emergenza relazionale che lega il soggetto al lavoro può determinare un problema radicale: che cosa accade quando una società perde la capacità di attribuire valore (economico e simbolico) a ciò che non produce? Che cosa accade quando il tempo non monetizzabile, non performativo o non misurabile viene percepito come vuoto, improduttivo o, addirittura, colpevole? In altri termini, che cosa resta del sé quando il suo valore è ricondotto quasi esclusivamente alla capacità di produrre in modo visibile e misurabile?

Il presente contributo propone di interrogare questa configurazione contemporanea attraverso una categoria antica: la scholé greca. L’analisi della distanza storica e concettuale può meglio permettere di utilizzare la categoria più lontana come lente critica e quindi di vedere ciò che il paradigma contemporaneo della produttività tende a rendere invisibile – il fatto che il tempo sottratto alla necessità non coincida necessariamente con l’inutilità, ma possa costituire una condizione fondamentale della formazione e della narrazione del sé. In questa prospettiva, dunque, il confronto con il mondo greco non serve a ricostruire una genealogia lineare o a contrapporre schematicamente un’antichità contemplativa a una modernità produttivistica; piuttosto, il confronto critico con il modello della scholé può mostrare come l’identificazione tra valore personale e produttività non sia un dato antropologico necessario ma una configurazione storicamente determinata che, proprio per questo, può essere pensata, discussa e criticata.

Con “tardo-moderna” si intenderà qui, in senso operativo, la configurazione affermatasi fra tardo Novecento e primo XXI secolo: non l’origine della centralità sociale del lavoro, ben più antica, ma la sua forma recente, nella quale flessibilità, individualizzazione e auto-ottimizzazione intensificano il nesso tra prestazione e identità. Il ricorso alla scholé non oppone dunque un’antichità non produttiva a una modernità lavorista, ma isola per contrasto una diversa possibilità culturale di attribuire valore al tempo[4].

Il tempo greco non è una quantità neutra

È necessario chiarire un punto preliminare: nel mondo greco il tempo non è riducibile a una quantità neutra, omogenea, semplicemente disponibile per essere occupata, misurata o consumata. Esso appare piuttosto come una dimensione qualitativa, morale, politica che non riveste la funzione di contenitore delle azioni umane, ma di modello di forma dell’esperienza umana. Danielle S. Allen ha mostrato come, nella cultura greca arcaica e classica, il tempo sia spesso percepito come instabile, soggetto a variazioni e discontinuità[5]; il tempo può dilatarsi, contrarsi, andare fuori misura: le passioni umane – e in particolare l’ira – incidono profondamente sulla percezione del tempo, alterando il rapporto tra esperienza individuale, ordine morale e ordine politico[6]. Entro questa prospettiva, la misurazione civica del tempo, per esempio attraverso la klepsydra giudiziaria ateniese, non rappresenta soltanto un traguardo tecnologico ma un dispositivo politico di regolazione[7].

Come ha mostrato Remo Bodei nella sua ricostruzione della storia dell’ira, essa costituisce una passione ambivalente, che può esprimere tanto la perdita dell’autocontrollo quanto la reazione a un’offesa percepita come ingiusta. L’ira[8] lega così il soggetto a un passato che continua a essere presente nell’esperienza dell’offesa e, nello stesso tempo, lo orienta verso un futuro nel quale attende una riparazione o una forma di ristabilimento dell’equilibrio. La passione introduce pertanto una particolare temporalità dell’esperienza, nella quale memoria, attesa e azione risultano strettamente intrecciate.

Questa relazione tra temporalità, passioni e costituzione del soggetto trova un ulteriore elemento di confronto nella riflessione di Remo Bodei, che ha mostrato come le passioni non possano essere considerate semplicemente perturbazioni irrazionali della soggettività, ma costituiscano forze attraverso cui gli individui interpretano il mondo, orientano le proprie azioni e vengono, a loro volta, organizzati entro determinati assetti etici e politici. In Geometria delle passioni[9], Bodei ricostruisce infatti il rapporto storico fra ragione e passioni, mostrando come il problema del loro governo riguardi tanto l’autocontrollo individuale quanto le forme di regolazione e di mobilitazione politica.

La relazione tra passioni e temporalità non implica tuttavia una semplice opposizione tra ragione e affettività. La riflessione moderna sulle passioni, e in particolare quella spinoziana ricostruita da Remo Bodei, invita a considerare gli affetti non soltanto come fattori di perturbazione dell’esperienza, ma anche come forze costitutive dell’agire umano. In questa prospettiva, il problema non consiste tanto nell’eliminare le passioni quanto nel comprendere le condizioni attraverso cui ciò che viene inizialmente subito passivamente può trasformarsi in una forma più attiva e consapevole di esistenza.

Tornando al dispositivo politico di regolazione ateniese, la città misura il tempo anche per limitare gli eccessi delle passioni, per introdurre una misura comune là dove le temporalità soggettive rischiano di divergere e confliggere.

Se il tempo greco è già una dimensione qualitativa, articolata e culturalmente organizzata, allora la scholé non può essere compresa come una quantità residua di ore sottratte al lavoro, piuttosto essa appartiene a un orizzonte nel quale il tempo è pensato in rapporto al senso, alla misura, alla formazione, all’ordine della vita.

Anche la riflessione aristotelica sul tempo permette di rafforzare questa prospettiva: nella Fisica, Aristotele definisce il tempo come “numero del movimento secondo il prima e il poi”[10].

Il riferimento al numero non è separabile dall’atto del contare e l’atto del contare implica una forma di percezione, distinzione e articolazione[11]. Il tempo viene riconosciuto quando l’anima distingue un “prima” e un “poi”, quando separa e ordina l’esperienza.

In questa prospettiva, il tempo non è semplicemente qualcosa che scorre indipendentemente dal soggetto ma diventa intelligibile attraverso percezione, memoria, attesa, immaginazione: la temporalità umana è già legata alla struttura del sé e l’individuo si comprende nel tempo perché è capace di articolare esperienza, memoria e aspettativa.

Se il tempo è una forma ordinata dell’esperienza, allora il modo in cui una società qualifica il tempo incide direttamente sul modo in cui essa forma il soggetto. Un tempo interamente misurato dalla necessità, dall’urgenza, dalla produttività o dalla prestazione produce una certa figura dell’umano. Un tempo sottratto alla necessità e orientato alla riflessione produce invece un’altra possibilità antropologica: una più ampia concezione qualitativa del tempo che non si limiti a “contare” ma cerchi di “abitare” una dimensione resa disponibile alla formazione dell’umano.

Scholé: tempo sottratto alla necessità

Il termine scholé viene spesso reso con “leisure”, “otium” o “tempo libero” – il termine inglese, connesso al latino licere, può suggerire l’idea di un tempo concesso all’uso individuale: una sfumatura che potrebbe risultare problematica, poiché la scholé non designa semplicemente un tempo permesso, né un tempo lasciato alla discrezione del singolo, ma implica una dimensione qualificata e moralmente orientata del tempo, non riducibile alla licenza individuale o al semplice svago[12]. La scholé non coincide con la pausa, lo svago o il riposo funzionale, non coincide cioè con il mero residuo dell’attività lavorativa e dunque non è il contrario del lavoro ma una forma qualificata di tempo sottratto alla necessità.

Nel pensiero di Platone, il nous, mentre si trova nella condizione della scholé, scopre sé stesso e giunge a comprendere la propria attività teoretica come la più alta attività umana[13].

Nel pensiero aristotelico, la scholé occupa un posto centrale. Aristotele non ignora la necessità delle attività utili alla sopravvivenza e all’organizzazione della vita comune; tuttavia, esse non rappresentano il fine ultimo dell’esistenza umana: nella Politica, essa è connessa all’educazione e alla vita della polis[14]; nell’Etica Nicomachea, alla vita contemplativa e alla forma più alta della felicità[15]. Si lavora, in un certo senso, anche per poter disporre di scholé in quanto il tempo sottratto alla necessità è il luogo nel quale può realizzarsi ciò che rende la vita propriamente umana.

Riflessione, contemplazione, esercizio del logos non sono atti intesi come vuoti ma come elementi essenziali alla partecipazione a una forma di vita non ridotta alla produzione di mezzi. In altre parole, l’attività non subordinata all’utilità immediata non è improduttività o mancanza, ma sospensione della logica produttiva come condizione per un’altra forma di compimento.

Naturalmente, la scholé era selettiva e strettamente dipendente da condizioni materiali, economiche, politiche e spesso da forme di esclusione[16]; non tutti potevano accedere allo stesso modo a questa diversa “configurazione qualitativa” – se così possiamo dire – del tempo. Proprio per questo, il suo uso contemporaneo non può essere restaurativo: l’interesse per il modello della scholé non risiede nella sua immediata traducibilità sociale, ma nella sua alterità concettuale, in quanto essa mostra che è possibile pensare il tempo sottratto alla necessità non come vuoto o perdita ma come condizione positiva della formazione del sé.

Occorre inoltre evitare che tale alterità diventi un modello sociale normativo. La scholé greca dipendeva da un ordine civico ed economico diseguale, nel quale lavoro servile ed esclusione dalla piena cittadinanza contribuivano a rendere praticabile, per una minoranza di liberi, il tempo sottratto alla necessità. Assumerla come lente critica significa quindi separarne la potenza concettuale dalle condizioni storiche che ne limitavano l’accesso: non recuperare quella gerarchia, ma interrogare la possibilità di attribuire valore positivo a un tempo non immediatamente produttivo.

Questa alterità è tanto più rilevante quanto più la contemporaneità tende a interpretare il tempo non produttivo in termini difensivi o funzionali: il riposo, ad esempio, viene spesso giustificato come recupero energetico; il tempo personale come self-care finalizzato a una migliore performance; la formazione come incremento del capitale umano; l’hobby come competenza aggiuntiva, visibilità, o integrazione alla narrazione pubblica di sé[17]. Anche quando il lavoro viene sospeso, la logica della produttività può quindi continuare a governare il tempo.

Il richiamo comparativo al modello della scholé permette di pensare, oggi, un’altra possibilità, radicalmente diversa: un tempo che non ha bisogno di legittimarsi attraverso ciò che produce; un tempo il cui valore non consiste nel preparare il ritorno al lavoro, ma nel rendere possibile un rapporto più profondo con il sé, con il sapere, con la comunità e con il senso.

La contemporaneità e la colonizzazione produttiva del tempo

La configurazione contemporanea non nasce ex nihilo: nella modernità europea il lavoro assume una funzione che eccede la produzione e investe formazione e riconoscimento del soggetto. Senza pretendere di ricostruire qui una genealogia esaustiva di tale processo, Hegel e Marx possono essere richiamati come due passaggi decisivi per osservare, rispettivamente, la formazione e la possibile alienazione del soggetto attraverso il lavoro. In Hegel, esso compare come mediazione attraverso cui la coscienza, trasformando il mondo, trasforma anche sé stessa; nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 Marx ne mostra il possibile rovesciamento nell’alienazione, quando l’attività diviene esterna al soggetto e il suo prodotto gli si oppone come potenza estranea.

Il lavoro non può quindi essere assunto come semplice termine negativo della scholé: possiede anche dimensioni relazionali, costruttive e di riconoscimento che eccedono la sua funzione economica[18].

In questa prospettiva si colloca anche la riflessione di Giuseppe Porro sui caratteri “esistenziali” del fattore produttivo lavoro. Il lavoro, infatti, non può essere considerato esclusivamente in termini di produttività, efficienza o rendimento economico, poiché coinvolge la persona nella sua interezza e contribuisce alla costruzione della sua esperienza, della sua identità e delle sue relazioni. Considerare il lavoro anche nella sua dimensione esistenziale permette così di evitare una contrapposizione troppo schematica tra lavoro produttivo e scholé: il problema non è semplicemente opporre il tempo del lavoro al tempo libero, ma interrogare le forme attraverso cui il lavoro può diventare una dimensione significativa dell’esistenza oppure, al contrario, assorbire e colonizzare l’intero tempo della vita.

Tra la fine dell’Ottocento e il Novecento la genealogia si complica ulteriormente.

Arendt distingue labor, work e action e legge la modernità anche attraverso la centralità dell’animal laborans; Veblen mostra, da un versante diverso, che il leisure, nella forma del conspicuous leisure, può essere codificato come segno di status.

Il non-lavoro, dunque, non è automaticamente libero dalla normatività sociale[19].

Su questa genealogia più ampia si colloca ciò che qui viene definito, in senso operativo, tardo-moderno: non l’origine della centralità sociale del lavoro e della prestazione, ma una sua configurazione recente, caratterizzata dalla diffusione di forme di lavoro flessibile, da processi di precarizzazione e individualizzazione e da una crescente integrazione tra consumo, costruzione identitaria e pratiche di auto-ottimizzazione. In questo quadro, le logiche della prestazione tendono a estendersi oltre il tempo formalmente lavorativo, investendo anche il modo in cui viene pensato e organizzato il non-lavoro.

La società contemporanea, infatti, non ignora il tempo libero: in molti casi lo organizza, lo consuma, lo tematizza. Vacanze, intrattenimento, sport, hobby, benessere, cura di sé e pratiche ricreative occupano uno spazio enorme nell’immaginario sociale.

Per questo sarebbe inesatto sostenere che la modernità abbia semplicemente cancellato il non-lavoro, piuttosto sarebbe corretto osservare come forme contemporanee di tempo non lavorativo tendano a essere riassorbite nella grammatica della produttività.

Il riassorbimento del tempo non lavorativo entro logiche di produttività non avviene però in modo uniforme: può passare anche attraverso pratiche di consumo e processi di costruzione del sé. Bauman mette in relazione la cultura del consumo con le modalità attraverso cui gli individui costruiscono e ricostruiscono identità e continuità biografica nelle condizioni della modernità contemporanea; da un diverso versante, Nuccio Ordine rivendica il valore di saperi e pratiche culturali non immediatamente riconducibili all’utilità economica, al profitto o al rendimento.

La questione riguarda dunque non soltanto la disponibilità quantitativa di tempo libero, ma le forme sociali e culturali attraverso cui tale tempo viene qualificato e reso significativo[20].

Il riposo è ammesso nella misura in cui consente di lavorare meglio; il benessere viene spesso tradotto in efficienza psicofisica; la cura di sé in ottimizzazione e persino la creatività si declina al macro-contenitore di quello che potremmo chiamare il “capitale simbolico o professionale”: in sostanza, il tempo non produttivo può essere tollerato o persino celebrato e incoraggiato solo nella misura in cui questo può essere riconvertito in una prestazione futura[21].

Il comando non assume più necessariamente la forma del divieto, ma quella dell’invito permanente a poter fare di più: migliorarsi, rendersi più efficiente, diventare progetto di sé stesso. È in questo contesto che la critica contemporanea del soggetto produttivo diventa rilevante. Byung-Chul Han ha descritto la società contemporanea come società della prestazione, nella quale il soggetto non è più soltanto disciplinato dall’esterno, ma si auto-sfrutta in nome della libertà, dell’iniziativa e dell’ottimizzazione. Il risultato non è soltanto maggiore produttività, ma anche esaurimento, depressione, burnout.

Richard Sennett, da un’altra prospettiva, ha mostrato come le trasformazioni del capitalismo flessibile incidano sulla costruzione del carattere e della biografia[22].

L’instabilità del lavoro non produce soltanto precarietà materiale, ma rende più difficile costruire una narrazione coerente di sé e se il lavoro diventa frammentato o continuamente reinventato, anche il soggetto, nella sua totalità, rischia di percepirsi come frammento: André Gorz, infine, ha criticato la centralità del lavoro salariato come fondamento della cittadinanza, del riconoscimento e dell’identità sociale[23]. La sua prospettiva consente di collocare il problema oltre il piano psicologico: non si tratta solo di individui che si sentono troppo identificati con il lavoro, ma di una società che organizza riconoscimento, valore e appartenenza intorno alla funzione lavorativa.

Entro questo quadro, la domanda sulla scholé diventa ancora più urgente: se il soggetto contemporaneo è spinto a concepirsi come progetto produttivo, che spazio resta per un tempo non immediatamente finalizzato? Se il lavoro contemporaneo si configura non soltanto come attività economica, ma come un ampio dispositivo di soggettivazione che produce reddito e identità o che organizza tempo e desideri, che valore può avere un tempo che non aumenta competenze o non produce capitale, che non migliora il profilo, non genera visibilità o non prepara una performance futura?

Attraverso un confronto con il modello della scholé, sembra emergere la possibilità di individuare, nella contemporanea relazione fra individuo e lavoro, una significativa difficoltà nel pensare il tempo non produttivo, non misurabile, non finalizzato in modo evidente e immediato come dimensione dotata di una piena dignità. È qui, dunque, che la scholé greca può funzionare come lente critica: essa mostra che il tempo sottratto alla necessità può essere pensato e definito non solo come intervallo tra due prestazioni, ma come condizione di una forma più alta di vita.

La sua forza non sta nel proporre una soluzione normativa immediata, ma nel rendere visibile la povertà simbolica di una cultura che fatica ad attribuire valore a ciò che non produce.

Scholé come alterità critica

Il confronto tra scholé greca e soggetto produttivo contemporaneo non deve essere inteso come opposizione tra passato e presente ma come dispositivo di analisi che conserva una potenza critica nell’interrogarsi su quanto necessariamente il valore del soggetto passi oggi solo attraverso ciò che produce.  Alla luce di questa proposta di lettura, la complessa relazione fra il lavoro e l’individuo può allora essere riletta anche come crisi dell’immaginario del non-lavoro: una società può possedere molto tempo libero e, al tempo stesso, non sapere più che cosa farsene se non convertirlo in consumo, recupero o prestazione.

La questione è dunque simbolica prima ancora che organizzativa, poiché non riguarda soltanto il calcolo di una quantità di tempo disponibile, ma il suo statuto culturale. La scholé greca, in questo senso, ricorda che il sé non si forma soltanto nell’azione produttiva, nella prestazione, ma anche nei tempi sottratti alla necessità, negli spazi in cui l’esistenza non è immediatamente tradotta in utilità.

Non oppone al lavoro il vuoto, ma un’altra forma di pienezza. Non nega la necessità, ma impedisce che la necessità diventi l’unica misura del valore.

Conclusione

Il presente contributo ha proposto di leggere la scholé greca come lente critica per interrogare il rapporto contemporaneo tra lavoro, identità e produttività. Nelle società tardo-moderne il lavoro tende a funzionare come dispositivo di riconoscimento e auto-riconoscimento: attraverso ciò che fa, il soggetto dice chi è, quanto vale, quale posto occupa nel mondo. Tale configurazione produce una vulnerabilità specifica: quando il lavoro si interrompe, si precarizza o perde senso, non viene colpita soltanto la sicurezza economica, ma anche la struttura simbolica dell’identità. La scholé consente di pensare un’alternativa concettuale. Nel suo orizzonte greco, essa non designa semplice tempo libero, ma tempo qualificato, sottratto alla necessità e reso disponibile alla formazione dell’umano. Pur essendo storicamente selettiva e socialmente diseguale, la scholé mostra che il tempo non produttivo può essere pensato come tempo pieno, dotato di valore proprio, non subordinato alla logica dell’utilità immediata. La sua forza critica consiste dunque in questo: rendere visibile il carattere storicamente determinato dell’identificazione contemporanea tra valore personale e produttività. Se una società non sa più attribuire valore a ciò che non produce, rischia di impoverire non soltanto il proprio rapporto con il lavoro, ma le forme stesse della soggettività. La crisi della relazione emergente fra soggetto e lavoro è allora anche una crisi del tempo, intesa come una crisi della capacità di abitare un tempo non finalizzato, non ottimizzato, non immediatamente utile.

In questa prospettiva, ripensare la scholé non significa tornare ai Greci ma usare l’alterità del pensiero greco per domandarsi cosa resti dell’umano se anche il tempo sottratto alla necessità deve dimostrare di essere produttivo.

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  • Tüzün, Ipek Kalemci, Fatih Çetin, and H. Nejat Basim. 2018. “Improving Job Performance through Identification and Psychological Capital.” International Journal of Productivity and Performance Management 67(1). Emerald: 155-70. doi:10.1108/ijppm-03-2016-0060.
  • Veblen, Thorstein. The Theory of the Leisure Class. 1899. Reprint, New York: Dover Publications, 1994.

[1] Stets, Jan E., and Peter J. Burke. 2000. “Identity Theory and Social Identity Theory.” Social Psychology Quarterly 63(3). SAGE Publications: 224. doi:10.2307/2695870; André Gorz, Reclaiming Work: Beyond the Wage-Based Society, translated by Chris Turner (Cambridge: Polity Press, 1999); Tüzün, Ipek Kalemci, Fatih Çetin, and H. Nejat Basim. 2018. “Improving Job Performance through Identification and Psychological Capital.” International Journal of Productivity and Performance Management 67(1). Emerald: 155-70. doi:10.1108/ijppm-03-2016-0060; Judge, Timothy A., Carl J. Thoresen, Joyce E. Bono, and Gregory K. Patton. 2001. “The Job Satisfaction–Job Performance Relationship: A Qualitative and Quantitative Review.” Psychological Bulletin 127(3). American Psychological Association (APA): 376-407. doi:10.1037/0033-2909.127.3.376.

[2] Sennett, Richard, The Corrosion of Character: The Personal Consequences of Work in the New Capitalism (New York: W. W. Norton, 1998); Haller, Max, Beate Klösch, and Markus Hadler. 2023. “The Centrality of Work: A Comparative Analysis of Work Commitment and Work Orientation in Present-Day Societies.” Sage Open 13 (3). doi:10.1177/21582440231192114.

[3] Han, Byung-Chul, The Burnout Society, translated by Erik Butler (Stanford, CA: Stanford University Press, 2015).

[4] Giddens, Anthony, Modernity and Self-Identity: Self and Society in the Late Modern Age (Cambridge: Polity Press, 1991); Ulrich Beck and Elisabeth Beck-Gernsheim, Individualization: Institutionalized Individualism and Its Social and Political Consequences (London: Sage, 2002); Sennett, The Corrosion of Character.

[5] Allen, Danielle S., “The Flux of Time in Ancient Greece,” Daedalus 132, no. 2 (Spring 2003): 62-73.

[6] Slatkin, Laura M. 2003. “Measuring Authority, Authoritative Measures.” The Moral Authority of Nature. University of Chicago Press. doi:10.7208/chicago/9780226136820.003.0002.

[7] Leach, Edmund R., “Primitive Time-Reckoning,” in A History of Technology, ed. Charles Singer, E J. Holmyard, and A. R. Hall (Oxford: Clarendon Press, 1954), 110-127; Armstrong, Joe E., and John McK. Camp II. 1977. “Notes on a Water Clock in the Athenian Agora.” Hesperia 46 (2), 147-161. American School of Classical Studies at Athens (ASCSA): 147. doi:10.2307/147833.

[8] Bodei, Remo. Ira. La passione furiosa. Bologna: il Mulino, 2011.

[9] Bodei, Remo. Geometria delle passioni. Paura, speranza, felicità: filosofia e uso politico. Milano: Feltrinelli, 1991.

[10] Aristotele, Fisica IV.11, 220a24–26.

[11] KANAYAMA, Yasuhira, and KANAYAMA Yahei KANAYAMA, 2017. “Approach to Time in Ancient Greek Philosophy.” Journal of the School of Letters. School of Letters, Nagoya University. doi:10.18999/jousl.13.11.

[12] Kalimtzis, Kostas. 2015. “Aristotle on Scholê and Nous as a Way of Life.” Journal of Philosophical Research 40 (Supplement). Philosophy Documentation Center: 131-36. doi:10.5840/jpr201540supplement17.

[13] Platone, Fedone 66d3-7, 97c2-6.

[14] Aristotele, Politica VIII.2, 1337b4-20.

[15] Aristotele, Etica Nicomachea X.7, 1177b.

[16] Kalimtzis, “Aristotle on Scholê and Nous as a Way of Life”; Thorstein Veblen, The Theory of the Leisure Class (1899; repr., New York: Dover Publications, 1994); Moses I. Finley, Ancient Slavery and Modern Ideology (London: Chatto & Windus, 1980).

[17] Rojek, Chris. 1997. “Leisure Theory: Retrospect and Prospect.” Loisir et Société / Society and Leisure 20 (2). Informa UK Limited: 383-400. doi:10.1080/07053436.1997.10715549; Stebbins, Robert A., Amateurs: On the Margin Between Work and Leisure (Beverly Hills, CA: Sage Publications, 1979); Stebbins, Robert A. 1982. “Serious Leisure: A Conceptual Statement.” The Pacific Sociological Review 25 (2). SAGE Publications: 251-72. doi:10.2307/1388726; Stebbins, Robert A., Amateurs, Professionals, and Serious Leisure (Montreal: McGill-Queen’s University Press, 1992); Stebbins, Robert A. 1996. “Volunteering: A Serious Leisure Perspective.” Nonprofit and Voluntary Sector Quarterly 25 (2). SAGE Publications: 211-24. doi:10.1177/0899764096252005; Stebbins, Robert A. 1997. “Casual Leisure: A Conceptual Statement.” Leisure Studies 16 (1). Informa UK Limited: 17-25. doi:10.1080/026143697375485.

[18] Hegel, Georg Wilhelm Friedrich, Phenomenology of Spirit, trans. A. V. Miller (Oxford: Clarendon Press, 1977), §§178-196, esp. §195; Marx, Karl, “Economic and Philosophical Manuscripts (1844),” in Early Writings, trans. Rodney Livingstone and Gregor Benton (London: Penguin Books, 1992), 279-400; Porro, Giuseppe, “Sui caratteri ‘esistenziali’ del fattore produttivo lavoro,” in La giusta mercede e il ‘grido soffocato’, ed. Marco Cantalupi (Trento: Tangram Edizioni Scientifiche, 2025), 23-52.

[19]Arendt, Hannah, The Human Condition (Chicago: University of Chicago Press, 1958), 7-9, 320-325; Veblen, The Theory of the Leisure Class.

[20] Bauman, Zygmunt, Homo consumens: Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi, trans. Marina De Carneri and Paolo Boccagni (Trento: Erickson, 2007); Ordine, Nuccio, L’utilità dell’inutile: Manifesto (Milan: Bompiani, 2013).

[21] Han, Byung-Chul, The Burnout Society; Cederström, Carl, and André Spicer, The Wellness Syndrome (Cambridge: Polity Press, 2015).

[22] Sennett, Richard, The Corrosion of Character; Gorz, André, Reclaiming Work.

[23] Gorz, André, Reclaiming Work.